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Un modello di sviluppo e alcuni limiti

Per molti anni uno dei tratti più rilevanti della struttura produttiva italiana è stato il sistema dei distretti industriali: aree caratterizzate per un particolare modello di sviluppo locale imperniato sulla presenza di una molteplicità di piccole medie imprese che operano in un ambito circoscritto, “territorialmente determinato”[1] in centri di dimensione piccola e medio-piccola e spesso secondo un continuum che è stato definito con il termine di “città diffusa”[2].

Il modello di sviluppo basato sui distretti industriali si è realizzato troppo spesso senza una progettualità sul versante urbanistico-architettonico. A livello locale l’industrializzazione diffusa (avvenuta spesso nella sua fase iniziale, in deroga o in assenza di strumenti urbanistici) è stata tollerata e favorita poiché “limitava i problemi che i governi locali dovevano affrontare e perché manteneva le funzioni integrative svolte dalla famiglia e dalla comunità locale”[3].

Alle occasioni di ripensamento del modello di sviluppo territoriale sopra delineate è subentrata la situazione di crisi economica. Un fenomeno recentissimo correlato alla crisi, ancora non completamente valutabile e quantificabile in termini numerici, riguarda la tendenza degli immigrati stranieri a tornare in patria o a spostarsi in altri paesi europei. La crisi sta avendo un impatto rilevante su molte variabili economiche e sociali e, quindi, anche sui processi migratori. Le associazioni di volontariato, i sindacati, e la stesse comunità di stranieri hanno segnalato questo fenomeno. Sembra, inoltre, che molti stranieri che hanno comperato abitazioni o contratto mutui siano per ora bloccati nei loro progetti di ritorno nelle terre di origine per la congiuntura negativa del mercato immobiliare e la difficoltà a vendere le loro. Un indizio potrebbe essere rappresentato dagli “abitanti scomparsi” al censimento 2011 rispetto alle risultanze anagrafiche, ma occorrerà aspettare dati di maggior dettaglio e ulteriori verifiche per confermare o smentire questa ipotesi interpretativa; se non si tratta di fuga, certamente si è di fronte ad un rallentamento degli arrivi, soprattutto per la componente maschile.

 

La crisi e le nuove domande di governo del territorio

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Foto: F. Gastaldi

In generale appare piuttosto frammentario e insoddisfacente il quadro interpretativo dei modi contemporanei di produzione di territorio. Nell’ambito di questi fenomeni, ancor meno indagati appaiono gli effetti territoriali della crisi, non solo quelli legati al mercato immobiliare e alla produzione edilizia, ma anche molti altri (blocco delle grandi trasformazioni urbane, operazioni rinviate, nuovi modelli di mobilità e consumo, stili di vita, eccetera).

È importante individuare alcuni possibili filoni di ricerca per l’analisi delle conseguenze e degli impatti territoriali della crisi evitando semplificazioni e non affidandosi unicamente all’esame dei principali indicatori relativi ai fatturati delle aziende, ai trend occupazionali, all’andamento dei consumi familiari o alla loro capacità di risparmio. Sulle conseguenze nei territori periurbani di un processo di dismissione e sottoutilizzo degli spazi della produzione, oltre che della residenza, si sono interrogati alcuni ricercatori[4], evidenziando quanto il processo, in atto ormai da alcuni anni, metta in discussione gli stessi strumenti di lettura, interpretazione e possibili progettualità dei tessuti di piccola media impresa italiani. Cambiano anche le strategie individuali, per esempio nell’accesso al mercato abitativo, che risentono, oltre che di minori disponibilità economiche e di scarsa fiducia nel futuro, anche delle aumentate inerzie del credito bancario per persone e imprese.

Si assiste quindi a un comportamento dualistico per cui da un lato molti amministratori locali dichiarano di voler combattere le nuove edificazioni (perché c’è la crisi), ma d’altro lato sono disponibili a trattare casi di accordi di programma per nuovi grossi progetti su aree agricole perché considerati utili per “superare” la congiuntura economica negativa, in prospettiva occupazionale, ma anche per favorire nuove entrate per i comuni. La crisi di risorse pubbliche ha indubbie (e ovvie) ripercussioni sulla minore manutenzione urbana e sulla gestione del territorio, sull’aumento di accordi partenariali e, tendenzialmente, a gestioni associate fra comuni.

Sarebbe opportuno chiedersi quanto gli “attori della pianificazione” recepiscano effettivamente la crisi. Bisognerebbe in sostanza domandarsi se sia in corso un processo di apprendimento/innovazione vero e proprio legato alla crisi e se esso ia in grado di superare previsioni urbanistiche riferite all’epoca pre-crisi, quando erano ancora pesantemente influenzati da logiche di sviluppo che si supponevano illimitate, specie per alcuni settori di attività economica.

Per il mercato dei capannoni spesso è difficile l’incontro fra domanda e offerta: ogni azienda e ogni imprenditore ambirebbero ad avere spazi fatti su misura, ma la bassa qualità territoriale degli insediamenti produttivi sparsi, l’assenza di servizi, i tempi della mobilità sono elementi ormai “strutturali” in cui oggi si inserisce il fattore crisi.

La riqualificazione, o il riuso, dei contenitori abbandonati li vede a volte trasformati in loft, luoghi di intrattenimento (es. discoteche, palestre, sale prove musicali), spazi creativi o semplicemente depositi, magazzini, sedi di attività nel campo dei servizi. Le aree artigianali si trasformano – oltre che in aree a destinazione commerciale grazie alla disponibilità di spazi per parcheggio – più raramente in luoghi del terziario.

In tutti i casi elencati si assiste generalmente a spostamento di funzioni dai centri urbani verso le aree esterne  per cercare di sfruttare i prezzi più convenienti degli affitti e la maggior quantità di spazio disponibile. Le interminabili distese di edifici e capannoni industriali di medio-piccola taglia, oggi popolati da cartelli con scritto “affittasi” o “vendesi”, sono spesso incapaci di rispondere alle nuove esigenze delle imprese, costrette a riorganizzare la propria produzione per rispondere alla crisi economica, ma al contempo sono altrettanto inadeguati a rispondere “a nuovi segmenti di domanda legati (…) a forme del produrre che faticano a collocarsi negli stock esistenti”[5], spesso caratterizzati da mediocre qualità, da alti costi di manutenzione e di gestione e dalla carenza di servizi collegati. E’ così che, non solo gli edifici, ma anche le aree esterne e circostanti i capannoni, o perfino le aree di interi sistemi produttivi, si avviano a progressivo degrado.



Riferimenti bibliografici

[1] Giacomo Becattini, Il distretto Industriale, Rosemberg & Sellier Torino, 2000, p. 59

[2] Francesco Indovina, Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano, FrancoAngeli, Milano, 2009

[3] Carlo Trigilia, “Dinamismo privato e disordine pubblico. Politica, economia e società locali”, in AA. VV. Storia dell’Italia repubblicana. Volume secondo. La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri. Tomo 1 Politica, economia, società, Einaudi, Torino 1995, p. 743

[4] Federico Zanfi, “I nuovi orizzonti della città diffusa. Dinamiche emergenti e prospettive per il progetto urbanistico”, in Urbanistica n. 147, 2011, pp. 100-107; Arturo Lanzani, Federico Zanfi, “Piano casa. E se la domanda fosse ridurre gli spazi?”, in Dialoghi internazionali n. 13, 2010, pp. 126-145

[5] Federico Zanfi, “Dopo la crescita: per una diversa agenda di ricerca”, in Territorio n. 53, 2010, p. 112

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Francesco Gastaldi

Professore associato di Urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia. Laureato in architettura presso l’Università degli Studi di Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale presso il Politecnico di Torino. Svolge attività di ricerca su temi riguardanti le politiche di sviluppo locale, la gestione urbana, le vicende urbanistiche della città di Genova dal dopoguerra ad oggi. E' autore di articoli, saggi e pubblicazioni.

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