Urbanistica fai da te

Avete presente quelle aree della città sulle quali più volte vi siete soffermati a pensare quanto sarebbe bello ed opportuno farci questo o quest’altro pur di sottrarle all’abbandono e al degrado? Se la risposta è sì allora potrete affermare di essere stati – almeno in qualche occasione e anche solo idealmente – urbanisti fai da te. Se poi farete lo sforzo di osservare con attenzione il modo in cui certe parti di città si stanno trasformando grazie ad uno o più gruppi di persone che ne utilizzano spontaneamente degli spazi –  introducendo alcune piccole innovazioni che consentono a quei luoghi di vivere una nuova vita – vi renderete conto che l’urbanistica fai da te è già all’opera, anche se sotto traccia.

 

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Foto: C. Fissardi

Ne sanno qualcosa i gruppi di giovani che ormai da alcuni decenni –  da quando la deindustrializzazione ha disseminato gli agglomerati urbani di edifici dismessi  – occupano spazi abbandonati per farli diventare luoghi di socialità e cultura. Si tratta di forme aggregative che spesso si identificano con l’espressione  centri sociali, ma a volte si tratta di persone che occupano perché in stato di grave bisogno, in cerca di una soluzione temporanea alla possibilità di risiedere in un alloggio regolare. Nella maggioranza dei casi essi non hanno aspettato i permessi da parte della proprietà e della amministrazione comunale e solo quando la trasformazione di quel luogo si è compiuta – non solo a loro vantaggio ma a beneficio della collettività – allora l’interlocuzione con gli organi di governo della città è diventata possibile con tempi tuttavia lunghissimi. Il caso forse più emblematico, a questo riguardo, è quello degli edifici dismessi che il centro sociale Leoncavallo di Milano ha occupato da quarant’anni a questa parte: dalla ex area industriale sita nella omonima via fino all’attuale contenitore che è diventato oggetto di un’ipotesi di intervento da parte del comune finalizzata ad uno scambio immobiliare con la proprietà.

Ci sono anche esperienze di recupero di aree dismesse attuate in collaborazione con l’amministrazione comunale, come testimonia una recente documento di ARCI I Cento Spazi che dà conto di come le associazione che aderiscono a questa rete nazionale finalizzata alla promozione sociale siano state in grado di trasformare luoghi che hanno contribuito alla riqualificazione di alcuni quartieri e dato risposte ai bisogni dei cittadini. In questi casi le amministrazioni comunali sono venute incontro alle associazioni che promuovevano i progetti di trasformazione degli spazi,  autorizzandoli e, in qualche caso, finanziando in parte i lavori. Si tratta tuttavia di situazioni episodiche che non riescono a rappresentare la miriade di iniziative di riuso anche temporaneo delle aree dismesse attuate dalla aggregazione spontanea di cittadini.

Tuttavia che alle istanze  di riutilizzo di spazi abbandonati espresse dal basso venga applicata la regia della pubblica amministrazione – diventando progetti assunti dalla pianificazione generale – non necessariamente è sinonimo di una loro corretta interpretazione.  E’ il caso dell’attuale East River State Park di Brooklyn che sorge sull’area di un  terminal ferroviario precedentemente recuperato da skateboarder, artisti, gruppi musicali itineranti, persone senza fissa dimora, e residenti del quartiere che avevano bisogno di maggiori spazi. La realizzazione del parco ha innescato un processo di complessiva riqualificazione dell’area prospicente il fiume cha ha avuto come risultato finale la costruzione di uno dei più esclusivi complessi residenziali dell’intera New York. Di fatto il parco è diventato un elemento di valorizzazione immobiliare delle nuove iniziative residenziali, dato che la sua realizzazione è resa possibile dalle tasse sulla proprietà versate  dai nuovi abitanti. La riconversione pianificata del precedente spazio abbandonato  ha finito per marginalizzare coloro che lo avevano strappato al degrado.

 

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Foto: C. Fissardi

Sgomberare skateboarder, artisti e  gruppi musicali itineranti significa sottrarre ai luoghi da loro occupati quella componente di creatività e di mutevolezza che essi erano riusciti ad imprimere loro. Se un’area abbandonata diventa uno spazio verde fruibile –  ad esempio attraverso quelle pratiche di giardinaggio d’assalto e non autorizzato che si definiscono guerrilla gardening – o un parco dedicato allo skating, ai graffiti e alla musica, c’è da chiedersi perché una progetto di riconversione gestito dalla amministrazione pubblica debba sradicare questi usi in quanto informali. Prendere in considerazione la possibilità che siano proprio questi ultimi a determinare la formulazione di un progetto potrebbe essere una soluzione che avrebbe anche il piccolo ma non trascurabile vantaggio di abbattere i costi di progettazione.

La questione centrale, in questi casi, sta nell’osservazione, nell’ascolto e nel coinvolgimento. Se ciò che si desidera dallo spazio pubblico è che esso sappia incarnare i differenti usi, espressione della diversità della cittadinanza, se si vuole che quest’ultima sappia prendersene cura perché lo sente parte di sé, bene comune, e non pura espressione di uno standard urbanistico, forse bisognerebbe smettere di considerare sovversive queste iniziative di riqualificazione urbana informale solo perché non sono basate sul titolo di proprietà del suolo che esse utilizzano.

Riferimenti

100 SPAZI ARCI

D. Sherman, What Urban Planners Can Learn From Skaters and Itinerant Marching Bands, Next City, 3 aprile 2015.

 

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