Vacanza in baracca all inclusive

141244336-e87dd22b-e2fd-4354-8944-41d7c22aeeb8Annoiati dai resort a cinque stelle in mezzo alle isole tropicali con formule all inclusive? Stanchi dei grattacieli rivestiti di marmo di Carrara degli Emirati Arabi? Tranquilli, per chi è in cerca di emozioni forti, è in arrivo l’ultima e imperdibile tendenza in tema di vacanze: un soggiorno in baracca (di lusso, ovviamente).
In Sudafrica il resort a cinque stelle “Emoya” offre una nuova opportunità ai suoi migliori clienti: una vacanza in una baracca di lamiera. Al costo di 82 dollari a notte è compresa, a differenza della versione originale della “baracca”, anche l’acqua corrente, l’elettricità, la tv e il Wi-fi.

Questo, che a prima vista può essere giudicato come uno stravagante ed eccentrico sfizio degli abbienti del nuovo millennio, se letto in parallelo a che cos’è davvero vivere in una baraccopoli, dimostra tutta la follia di questa promozione turistica.
Le baraccopoli sono chiamate in vari modi: “bidonville”, “favelas”, “slum”. Sono i quartieri più poveri e degradati delle grandi città, insediamenti improvvisati e precari, privi di acqua corrente, fognature, sistemi di trasporto e servizi sanitari. Sono fatti di alloggi in lamiera che ospitano gran parte delle persone le quali, in fuga dalla guerra o dalla povertà delle aree rurali, si riversano nelle principali città in cerca di un’occupazione e, soprattutto, di un po’ di dignità.
A Nairobi, la capitale del Kenya, ad esempio, quasi la metà della popolazione vive nelle baraccopoli (quelle vere) e rischia di essere sgomberata ogni giorno perché “abusiva”. Da tempo le associazioni che operano nel campo dei diritti umanitari denunciano come questo fenomeno sia sempre più diffuso a causa dell’inarrestabile processo di urbanizzazione che sta investendo tutto il continente africano.

Abitare in una baraccopoli vuol dire abitare in un alloggio inadeguato, privo dei principali servizi quotidiani (altro che wi-fi libero) e convivere con il terrore di essere cacciati quotidianamente.
Infatti molto spesso le baraccopoli keniane sono interessate da azioni di sgombero forzato, che, per lo più, avvengono con il consenso tacito delle autorità, e hanno l’obiettivo di soddisfare gli appetiti degli speculatori edilizi locali che intendono realizzare nuove abitazioni e centri commerciali per la nuova middle class urbana sulla pelle dei più poveri.
Nell’ottobre 2012 la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha adottato, una risoluzione che condanna gli sgomberi forzati e sollecita tutti gli stati membri della Carta africana ad “adottare le opportune misure per garantire il rispetto, la tutela e la realizzazione del diritto a un alloggio adeguato”.
Purtroppo questi appelli cadono spesso nel vuoto di fronte a governi locali che devono fronteggiare povertà estreme, epidemie e che spesso subiscono pressioni (e corruzioni) delle forze economiche interessate principalmente ai loro profitti.

Le baraccopoli rappresentano, in modo drammatico, la traduzione delle ingiustizie sociali ed economiche in forma spaziale. Sono i luoghi dell’emarginazione e dell’esclusione estrema. Spesso della violenza, della criminalità e della miseria. Tra le strade di fango va in scena, quotidianamente, la sconfitta della dignità umana.
Ed ecco quello che è la proposta del resort “Emoya”, una trovata di marketing per i ricchi del primo mondo in cerca di finte emozioni forti, un’altra sconfitta per la dignità di tutto il genere umano.

 

Riferimenti

Sudafrica, “Shanty Town”, la baraccopoli per ricchi, la Repubblica online Viaggi, 26 novembre 2013

F. Bottini, La Pantera di Mumbai, 23 novembre 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, Fame di terra, 19 novembre 2013, Millennio Urbano

F. Bottini, Lo spettacolo della povertà urbana, 2 novembre, 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, Le città invisibili degli slum, 24 ottobre 2013, Millennio Urbano