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Ambiente Città

Tutti i colori del verde

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Un’area per la sosta all’interno di un parco urbano. Foto: M. Barzi

Tra le critiche, spesso interessate, mosse all’urbanistica novecentesca vi è il  privilegiare, nella gestione dello spazio urbano, l’approccio quantitativo a quello qualitativo. In particolare il concetto di dotazione pro capite di aree verdi fruibili per le attività di svago,  gioco e  sport è spesso stato oggetto di critiche, e di veri e propri attacchi finalizzati alla sua demolizione, da parte di coloro che in generale avversano il concetto di standard urbanistico. D’altra parte, l’idea che ci sia una relazione tra spazi edificati e non ha probabilmente più a che fare con il concetto di sostenibilità degli insediamenti rispetto a quello di fruizione, il quale non è detto che entri nel rapporto numerico abitante/verde pubblico.

Ecosistema urbano

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Un’area naturale riconvertita in parco pubblico. Foto: M. Barzi

Tuttavia uno degli indicatori di vivibilità dell’ambiente urbano è proprio la presenza di spazi aperti dedicati alla ricreazione psicofisica degli abitanti, al potenziamento della biodiversità e al miglioramento della qualità paesaggistica delle città. La presenza di suolo non impermeabilizzato e coperto da vegetazione è uno dei tasselli dei cosiddetti servizi ecosistemici, garantiti soprattutto dalle aree naturali ed agricole, ma anche dalla rete degli spazi verdi. Al di là della quantità di metri quadri per abitante, i parchi ed i giardini pubblici, le aree per il gioco e lo sport, le aiuole e le alberature hanno un ruolo preciso all’interno delle funzioni urbane difficilmente derogabile e sostituibile da una rimodulazione in senso qualitativo. Dato per scontato questo aspetto, resta il fatto che alcuni aspetti del verde urbano raramente vengono prese in considerazione quando si tratta di normare la sua presenza e gestione.

Funzioni secondarie

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Un esempio di verde come arredo stradale. Foto: M. Barzi

Se da una parte si moltiplicano le iniziative per potenziare la biodiversità in ambito urbano, attraverso il rafforzamento della rete degli spazi verdi, naturali, semi-naturali ed antropizzati, dall’altra le funzioni che essa svolge rispetto alle altre componenti della vivibilità urbana resta piuttosto nell’ombra. Ancora una volta è la cultura auto-centrica che domina sull’organizzazione delle città a marginalizzare le potenzialità degli spazi aperti perché se la modalità di spostamento prevalente è automobilistica la presenza della vegetazione lungo la rete stradale e nello spazio costruito diventa secondaria. Le auto infatti non hanno nessun giovamento dall’ombra e dalla frescura delle piante, anzi, semmai la loro presenza è spesso gurdata come un ostacolo dalla cultura che la sottende.

Accessibilità e mobilità

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Un grande parco pubblico urbano. Foto: M. Barzi

Nelle città dominate dall’auto si può benissimo avere solo qualche grande parco attrezzato per ogni tipo di fruizione – dalla sosta al passeggio, dal gioco alle attività motorie – e funzione – dal drenaggio dell’acqua piovana al potenziamento della biodiversità – perché si dà per scontato che in gran parte le persone vi arriveranno in auto. Per il resto il verde urbano viene riassunto dalle aiuole dell’arredo stradale. Al contrario, una visione alla scala del quartiere, e dal punto di vista del pedone, delle aree libere pone innanzitutto la questione della loro accessibilità. Raggiungere a piedi un parco o un giardino pubblico, impiegando al massimo 10 minuti, rafforza la funzione urbana del parco o giardino e la possibilità che le persone camminino. Allo stesso modo la presenza diffusa di superfici, anche di piccole dimensioni, coperte di vegetazione, da attrezzare per la sosta tra un punto e l’altro (i negozi, la banca, la posta, le scuole, eccetera),  facilita i percorsi a piedi o in bicicletta. Potersi fermare a riposare,  seduti su di una panchina all’ombra, magari con una fontanella dell’acqua potabile nelle vicinanze, è un modo per promuovere la mobilità sostenibile.

Permeabilità del tessuto urbano

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Esempi di spazi verdi attorno ad edifici scolastici. Foto: M. Barzi

Tornando alla dotazione di verde nello spazio urbano, c’è un approccio solo percettivo al tema che preferisce sacrificare la fruizione quando di mezzo c’è la conservazione di una presunta funzione paesaggistica. Ci sono molti giardini, realizzati su proprietà pubbliche,  che restano totalmente o parzialmente inaccessibili a causa di una loro gestione solo decorativa. E’ il caso degli spazi verdi che circondano molti edifici scolastici o che spesso affiancano le stazioni ferroviarie. Fatte le dovute eccezioni, visto che nelle scuole dell’infanzia e primarie le attività all’aperto fanno parte di quelle didattiche, i giardini che circondano le scuole potrebbero essere resi accessibili anche solo per potenziare la permeabilità del tessuto urbano alla mobilità pedonale e ciclabile. Poter attraversare questi spazi aperti avrebbe anche una valenza educativa: un invito rivolto ad insegnanti ed alunni a recarsi a scuola a piedi o in bicicletta. Nel caso delle stazioni ferroviarie, l’accessibilità alle loro aree verdi avrebbe un impatto diretto su ambiti urbani ad alta frequentazione, dove gli utenti non sono solo i passeggeri in transito ma i cittadini in genere.

Spazio pubblico e socialità

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Un lotto libero all’interno di un quartiere suburbano. Foto: M. Barzi

Le città sono piene di aree verdi residuali, come le aiuole e le fasce verdi attorno a numerosi edifici pubblici, che potrebbero diventale luoghi per la sosta all’interno dei percorsi urbani ciclopedonali. Se invece delle solite piante ornamentali ospitassero qualche semplice elemento dell’arredo urbano, come le panchine o le rastrelliere per le biciclette, esse diventerebbero dei nodi di una rete della mobilità sostenibile nella quale potrebbe essere incluse anche le fermate del trasporto pubblico. Il complessivo miglioramento dello spazio urbano , attraverso una maggiore presenza di piccole zone dominate dalla vegetazione, avrebbe evidenti ricadute sulla vita pubblica, poichè anche pochi elementi di naturalità invogliano le persone ad uscire di casa. Secondo un’analoga prospettiva gli spazi verdi all’interno degli insediamenti dell’edilizia popolare, spesso di notevoli dimensioni, potrebbero essere gestiti come giardini di quartiere, anziché essere una specie di copia del verde condominiale dell’edilizia privata. Sul versante opposto, nei quartieri suburbani, dove prevale l’idea che l’unico verde utilizzabile sia quello dei giardini privati, i lotti inedificati e di risulta delle lottizzazioni potrebbero essere utilizzati per dare vita ad orti o a spazi per il gioco ed il movimento all’aperto a gestione comunitaria.

Monitorare il verde urbano

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Un giardino chiuso al pubblico a fianco ad una stazione ferroviaria. Foto: M. Barzi

La multifunzionalità del verde urbano, qui solo sommariamente esemplificata, difficilmente riesce ad essere riconosciuta in assenza di un attento monitoraggio della presenza, consistenza e qualità delle superfici verdi all’interno delle città. Riconoscere che migliorare la disponibilità, accessibilità e fruibilità delle aree aperte è un obiettivo fondamentale per una gestione più equa dello spazio urbano implica la messa a punto di criteri di valutazione necessari per la programmazioni delle azioni future. Da questo punto di vista i rapporti che dal 2010 l’associazione New Yorkers for Parks  redige sul verde pubblico di alcuni quartieri di New York, valutandolo in base all’Open Space Index, sono un utilissimo esempio di come avviare questo tipo di mappatura. Anche se i contesti sono molto particolari – come nel caso del quartiere oggetto del rapporto 2014, Mott Haven, trai più poveri e ad più alto tasso di criminalità della città – questo tipo di ricognizione può essere utilizzato per altre analoghe da realizzarsi alla scala di un agglomerati urbani simili per estensione e/o popolazione.  E tuttavia – conviene ripeterlo – alla base di iniziative come quella di New Yorkers for Parks c’è una visione che mette al centro delle politiche urbane l’equità e della programmazione il quartiere, ovvero il luogo dove vivono le persone.

Riferimenti

New Yorkers for Parks, Mott Haven Open Space Index, 2014

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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