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Dolores Hayden: una città non sessista

#questionidigenere

In un saggio del 1980 l’urbanista Dolores Hayden indagava la questione del sessismo insito negli aspetti spaziali dell’organizzazione urbana, concludendo che la soluzione di contrasto al modello di divisione del lavoro, basato sull’appartenenza biologica a uno dei due sessi, doveva in primo luogo mettere in discussione le basi dello sviluppo urbano contemporaneo. Vista dagli Stati Uniti il problema al quale dare soluzione non poteva che essere identificato nel grande progetto suburbano che aveva portato più della metà della popolazione di quel paese a vivere in luoghi privi della diversità funzionale tipica delle città. Tutto ciò era già stato denunciato nel 1963 da Betty Friedan in “The Feminine Mystique” come una vicenda di puro esercizio di potere di un genere sull’altro. Il problema al quale le madri di famiglia americane non riuscivano a dare un nome era la casa unifamiliare con garage abbastanza ampio da contenere due auto, e tutte le differenti funzioni dell’ambiente urbano a portata di tragitto con questo mezzo di trasporto. Nessun impiego extra domestico, perché le espansioni suburbane sono la perfetta incarnazione della città dormitorio dove il maschio bianco lavoratore ritorna la sera dopo una giornata di lavoro in città (M.B.).

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Michel de Certeau, camminare per la città

#pedoni

A distanza di oltre trent’anni dalla prima edizione di Vita e morte delle grandi città, Jane Jacobs ricordava che i primi ad aver capito il senso del suo libro erano stati i pedoni, perché leggendolo avevano potuto constatare quanto in comune ci fosse tra la sua esposizione e «il loro appagamento, le loro preoccupazioni ed esperienze». La prospettiva del pedone ha quindi costituito il centro del cambiamento di paradigma che il libro aveva introdotto nell’urbanistica degli ultimi decenni del Novecento. D’altra parte le regole spaziali di chi si sposta a piedi nella città non necessariamente coincidono con quelle stabilite dalle norme urbanistiche. Di ciò era convinto anche Michel de Certeau che individuava nell’atto di camminare la creazione di una città «metaforica», cioè in spostamento all’interno della città pianificata (M.B.).

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Richard Sennet: come la smart city può renderci stupidi

#smartcity #urbanistica

Nel suo Building and Dwelling[1], Richard Sennet esplora diffusamente le differenze tra il sistema aperto rappresentato dalla città per come l’umanità l’ha concepita – con la sua componente spaziale (nella sua denominazione la ville) e sociale (la cité) – e quello chiuso delle utopie tecnocratiche che mettono in dubbio il concetto stesso di democrazia storicamente associato alla polis. In questi estratti di una sua comunicazione[2] tenuta nel 2012 presso la conferenza Urban Age della London School of Economics,  Sennet puntualizza come la smart city rientri in questa ultima categoria. E dato che depotenzia la capacità umana di interagire con la complessità urbana, può benissimo essere utilizzata per depotenziare le capacità politiche dei suoi abitanti (M.B.).

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Jane Jacobs: fare piccoli piani

#urbanistica #janejacobs

Nel 1981 Jane Jacobs tenne un discorso alla conferenza The Residential Areas and Urban Renewal di Amburgo dal titolo Can Big Plans Solve the Problem of Renewal?[1], nel quale identificava nella noia il tratto caratteristico dei grandi piani urbanistici. Essi sono «il prodotto di troppe poche menti» che finiscono per assemblare soluzioni monotone e ripetitive. Al contrario la varietà e la diversità possono solo procedere attraverso la somma di una miriadi di contributi diversi, un fenomeno che però «si produce su piccola scala» e «che richiede una sequenza di piccoli piani». Questi ultimi, secondo l’autrice di The Death and Life od Great American Cities, sono più adatti a riqualificare le città perché lasciano aperte soluzioni innovative non immediatamente previste, cosa che invece viene impedita dai grandi piani onnicomprensivi. Il suo è un approccio che ribalta quello dominante della pianificazione novecentesca, riassunto nel motto Make no little plans  che, secondo Daniel H. Burnham, erano privi di quella magia in grado di rimescolare il sangue delle persone. Nel racconto di Jacobs quel “to stir men’s blood”  si risolve esattamente nel contrario di quanto pensava il direttore dei lavori dell’Esposizione Colombiana del 1893, nonché progettista del piano di Chigaco del 1909 (M.B.).

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Giancarlo De Carlo: contro la città-macchina

#urbanistica #architettura

Nel 1972 cominciava la demolizione del complesso di edilizia residenziale pubblica Pruitt-Igoe di St. Louis, nel Missouri composto da trentatré identici edifici da undici piani che avrebbero dovuto ospitare circa diecimila persone. Chiaramente influenzato dalla visione di città contemporanea rappresentata dalla Ville Radieuse di Le Corbusier – con edifici che sorgevano davanti al sole, circondati dell’aria e nel mezzo di aree verdi, il complesso –  abitato a partire dal 1954 in prevalenza da afroamericani, fu definito nel 1970 dal sociologo Lee Rainwater uno slum costruito con fondi federali. Le immagini delle cariche di dinamite che lo hanno ridotto in macerie, sono diventate parte del film Koyaanisqatsi e secondo il critico dell’architettura Charles Jencks hanno segnato la morte dell’architettura moderna.

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Sigfried Giedion: dal boulevard all’autostrada

#urbanistica #autostrade

Se è vero che l’urbanistica è una disciplina moderna, lo è altrettanto il fatto che le trasformazioni urbane dell’ultimo secolo e mezzo sono, secondo Marshall Berman (1940-2013), una manifestazione del modernismo. Nel suo Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria[1], il filosofo statunitense traccia in maniera esemplare la traiettoria dell’esperienza della modernità attraverso la critica letteraria e la lettura dei fenomeni urbani. Ciò che Berman mette in rilievo – affidandosi in questo alle descrizioni di Walter Benjamin, da una parte, e di Jane Jacobs dall’altra con in mezzo alcuni decenni e due sponde dell’oceano – è che il fulcro della modernità è stato, nella parabola ascendente del modernismo, la strada come strumento di trasformazione delle città. Ma poi, nella sua discesa verso il furore della tabula rasa, il modernismo ha individuato proprio nella strada tutti i mali della città, invocandone la cancellazione.

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Il puritanesimo intollerante della Ville Radieuse

#architettura #urbanistica

La vicenda è nota: nel 1922 un pittore purista, che fino a quel momento aveva tentato con scarsa fortuna di fare l’architetto,  presenta al salon d’Automne di Parigi lo schema progettuale per una città contemporanea  di tre milioni di abitanti pensato per essere applicato a qualsiasi contesto territoriale. L’idea piace al costruttore di aerei e automobili Gabriel Voisin, che finanzia l’applicazione del progetto al centro di Parigi. Se fosse stato realizzato il Plan Voisin, avrebbe completamente demolito tutto ciò che di storico esisteva sulla riva destra della Senna, come il quartiere del Marais, risparmiando solo i monumenti storici più significativi come il Palais Royal.

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Jacques Derrida: periferia canaglia

#banlieue #periferie

Secondo il dizionario Littré, il termine «banlieue» indica un territorio nelle vicinanze e sotto la giurisdizione di una città. Esso nasce dall’unione di «ban», bando – da cui discende anche bandito – e «lieue», luogo. Nell’ottobre del 2005 la rivolta delle periferie ha spinto il governo francese in carica a decretare lo stato d’emergenza e il presidente della repubblica a utilizzare  termini come «voyou» e «racaille» per definire gli attori della guerriglia urbana. Sempre secondo il Littré, «voyou» indica, nel linguaggio parlato in particolare a Parigi, un popolano sgradevole e maleducato mentre «racaille» è un sinonimo di «canaille», canaglia.  Due anni prima i fatti del 2005, Jacques Derrida (1930-2004) s’interrogava sulla ragione del più forte che conferiva a quest’ultimo il diritto di parlare di Stati canaglia («rogue States»,  in francese traducibile con l’espressione «Etats voyou») malgrado il duro colpo che questo tipo di retorica aveva subito da parte degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.

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Colin Ward: contro la città a grana grossa

#urban renewal #urbanistica

Colin Ward (1924-2010), uno dei massimi pensatori anarchici della seconda metà del XX secolo che molto ha scritto anche di questioni urbane, nel 1989 analizzava, a partire dal disastroso caso di Birmingham, il processo di sostituzione della tradizionale grana fine del tessuto urbano con quella grossa della città pensata per il traffico automobilistico e la redditività finanziaria.

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Città e televisione

#Milano2  #suburbio

Tra il 1971 e il 1979, su più di settanta ettari di terreno agricolo nel comune di Segrate alle porte di Milano, Silvio Berlusconi realizzò il quartiere residenziale dal quale partì la sua avventura televisiva. Milano 2, per uno dei suoi progettisti, rappresentava «qualcosa di completamente diverso da ciò che succedeva allora a Milano città, dove c’era lo smog. Era proprio una forma di vita». (…) Era il “sogno americano” incarnato, secondo John Foot, nella “milanesità” di Berlusconi, venduto a colpi di paginate pubblicitarie sul Corriere della Sera, con slogan come una “casa di campagna in città” o “ una casa a Milano senza lo smog e gli ingorghi di Milano” che richiamano il contesto suburbano nel quale andava in scena l’”American Dream” nella vita reale e in quella delle produzioni televisive.

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Lewis Mumford: l’eredità di Frederick Law Olmsted dai parchi alle città

#parchi   #forestazione urbana

L’opera di Frederick Law Olmsted (1822-1903), progettista tra l’altro del Central Park di New York, da una prospettiva contemporanea  è particolarmente significativa soprattutto se letta alla luce della promozione  dell’Urban Forestry,  ovvero di quell’insieme  di parchi, aree boscate residuali,  viali e piazze alberate,  giardini privati, eccetera, che agisce come elemento di mitigazione degli effetti ambientali dell’urbanizzazione, sulla quale è da tempo impegnato il dipartimento forestale della FAO. A questo riguardo la storia dei parchi urbani testimonia una analoga preoccupazione, dato con l’apparizione di queste aree verdi all’interno delle città – almeno in quelle occidentali   – veniva già proclamato l’intento di mitigare gli effetti negativi di un ambiente urbano sempre più ostile alla salute, fisica e morale, degli esseri umani . Negli estratti qui proposti del saggio di Lewis Mumford, Olmsted viene celebrato come una delle figure più luminose delle altrimenti piuttosto buie Brown Decades. Mumford, da sostenitore dell’idea di città giardino, non perde l’occasione per citare Radburn come uno dei migliori lasciti dell’eredità olmstediana. In essa il principio della separazione dei flussi di traffico, veicoli da una parte e pedoni dall’altra, già sperimentato a Central Park, ha tuttavia contribuito a generare altri problemi alla città novecentesca, laddove l’urbanistica ha cercato di individuare nelle soluzioni tecniche il rimedio agli effetti della commistione tipica di un organismo complesso come la città. E’ in particolare su questo punto che si è innestata la polemica tra Lewis Mumford e Jane Jacobs, che ha diffusamente denunciato i risultati di questa semplificazione (M.B.).

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Il triste stallo delle case popolari

#case popolari #social housing

Catherine Bauer è stata negli Stati Uniti una figura di riferimento sin dagli anni Trenta per le politiche pubbliche di edilizia residenziale. L’Housing Act del 1937 è stato in qualche modo influenzato dal suo lavoro di ricerca in Europa poi sfociato nel libro Modern Housing pubblicato nel 1934. In questo suo articolo del maggio 1957 per Architectural Forum vengono messe in luce le criticità dei programmi di edilizia popolare poi riprese, tra gli altri, da Jane Jacobs che di quella rivista era redattrice e che con Bauer aveva avuto un proficuo scambio di opinioni, a volte anche divergenti.  

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L’immagine in evidenza è di michela barzi