Agricoltura tra città e campagna

C’è un rapporto perverso tra la popolazione che si sposta nelle città, abbandonando le zone rurali perché non ha sufficiente sostentamento dalla terra, e la sottrazione di suolo agricolo per effetto della progressiva urbanizzazione. Nel sud del mondo la tumultuosa crescita delle città è anche conseguenza del modello economicamente insostenibile di produzione agricola e, contemporaneamente, causa di una diminuita produttività. L’espandersi delle aree edificate sui suoli agricoli e il progressivo ridursi del numero di coloro che li coltivano implica ora il rischio di deficit alimentare sia per le popolazioni rurali che per quelle urbane.

 

2013-10-16 14.46.06
Foto: M. Barzi

Un esempio di tutto ciò si verifica in India, dove lo straordinario sviluppo economico non ha impedito che il paese abbia ancora il più alto numero al mondo di bambini malnutriti ed uno dei più alti tassi di mortalità sotto i cinque anni di vita. I distretti rurali che si sono più velocemente urbanizzati sono quelli dove l’agricoltura, irrigata dalle piogge stagionali, ha finora garantito la stabilità della produzione nazionale di cereali come il riso. Ma è dove permane il modello agricolo che ha sostenuto la crescita demografica del paese che si concentrano i tassi più elevati di malnutrizione ed è lo schema della monocoltura a mettere ora a rischio la sicurezza alimentare.

La crescente percentuale di popolazione urbana ha come conseguenza una cambiamento della tipologia di cibo da produrre, che non trova riscontro nel modello produttivo tradizionale dei distretti rurali, dove l’agricoltura – in gran parte di autosostentamento e a conduzione familiare – deve orientarsi verso la diversificazione  e la biodiversità  La domanda di una vasta gamma di prodotti agricoli espressa dalle città ha portato molti agricoltori delle aree rurali più prossime agli agglomerati urbani ad abbandonare la risicoltura per orientarsi verso la produzione di carne, latte e verdure, ma a dover dipendere, per la loro sussistenza, dalla tradizionale produzione di cereali indebolita dall’inurbamento della popolazione dei distretti rurali. Insomma un circolo vizioso.

2013-10-18 11.53.13
Foto: M. Barzi

L’urbanizzazione dell’India sta mettendo a rischio la sicurezza alimentare non solo nelle zone rurali: la malnutrizione colpisce in particolar modo gli abitanti degli sterminati slum delle città nei quali vivono molti dei lavoratori agricoli che hanno smesso di essere coltivatori. In questi insediamenti informali il problema dell’accesso all’acqua non contaminata da agenti patogeni raddoppia quello della malnutrizione, causando patologie intestinali. E d’altra parte l’imponente programma grazie al quale sono state costruite di 3,5 milioni di servizi igienici negli ultimi 10 anni si è svolto contemporaneamente al più veloce processo di urbanizzazione mai registrato nel paese.

In questo contesto l’agricoltura urbana può giocare un ruolo cruciale per la sicurezza alimentare. Secondo una ricerca pubblicata da Environmental Research Letters, nel mondo ci sono circa 456 milioni di ettari di suolo coltivato da abitanti delle città. Le produzioni agricole che si svolgono all’interno dell’ambiente urbano riguardano una superficie delle dimensione dell’Unione Europea e in India esse rappresentano il 20 percento della complessiva estensione urbana.

2013-10-16 14.48.44
Foto: M. Barzi

La produzione alimentare è quindi molto più che un fenomeno rurale e sempre più qualcosa che si verifica entro i confini della città o nella loro immediata periferia. Il confine tra urbano e rurale diventa una questione di uso del suolo declinata con enorme variabilità a livello globale. Con le espressioni agricoltura urbana e peri-urbana si può fare riferimento a una vasta gamma di attività agricole, dalla scala dei roof garden a quella dei grandi spazi aperti coltivati. Esaminare il ruolo dell’agricoltura urbana nella sicurezza alimentare globale, quantificarla per estensione e produzione, è quindi di fondamentale importanza per quei paesi, come l’India, la cui estesa e rapida urbanizzazione rende difficile tracciare un confine preciso tra città e campagna quando in gioco c’è la produzione di cibo.

Riferimenti

Sul modello di produzione agricola in India e sulla sicurezza alimentare si possono trovare numerosi contributi in Down To Earth.

Qui la ricerca Global assessment of urban and peri-urban agriculture: irrigated and rainfed croplands pubblicata da Environmental Research Letters.

 

Scenari urbani a chilometro zero

2014-03-12 11.47.24
Foto: M. Barzi

Le mode, nella maggioranza dei casi fenomeni innocui e passeggeri, a volte possono avere ricadute disastrose. La prima bolla finanziaria conosciuta nella storia del capitalismo è stata innescata dai tulipani e dalla stratosferica ascesa del prezzo dei bulbi, il cui possesso era considerato uno status symbol.  Quasi quattro secoli dopo, e con una perdurante crisi economica scatenata da un’altra bolla finanziaria, la moda è ancora ampiamente in grado di orientare certi tipi di consumo, anche se nel caso dei prodotti agroalimentari a chilometro zero la preferenza accordata da un numero crescente di consumatori dipende da una maggiore sensibilità ambientale e sociale. Sensibilità che rende preferibile spendere il triplo per i fagioli prodotti in Italia rispetto a quelli del Madagascar, al minor prezzo dei quali corrisponde un maggior impatto ambientale, per non parlare delle pessime condizioni socioeconomiche che spesso riguardano le popolazioni coinvolte nei processi produttivi.

Diminuire le distanze

Che sia un’assurdità ambientale far viaggiare il cibo per migliaia di chilometri lo sappiamo da tempo ma sappiamo anche che è difficile rinunciare ad alimenti che nulla hanno a che fare con la vocazione produttiva del luogo in cui viviamo. Se riusciamo a produrre le fragole nell’orto di casa o nel vaso sul balcone lo stesso non può valere per quel numero non piccolo di prodotti che semplicemente hanno bisogno di altre condizioni climatiche rispetto a quelle in cui viviamo. La vocazione produttiva dei suoli è quindi il vero scoglio contro il quale s’infrange il mito del chilometro zero, perché un conto è l’assurdità delle ciliegie cilene acquistate in Europa a Natale, un altro è la rinuncia ad agrumi ed olio d’oliva per coloro che non vivono nella regione mediterranea. E tuttavia, se è di agricoltura vicina alla città che si parla quando si usa la formula chilometro zero, ben vengano gli ortaggi e la frutta prodotti dall’azienda agricola che è riuscita a trovare un po’ di terra libera tra le lottizzazioni suburbane, o il formaggio di capra della valle che aveva perso popolazione ed attività economiche.

Avvicinare città e campagna

Insomma va tutto bene se si accorciano le distanze tra luogo di produzione e città, se l’agricoltura urbana e periurbana serve a preservare il suolo da altri usi, tipicamente dall’edificazione. Va bene fare la spesa dal contadino fuori città o in uno dei tanti mercati  a chilometro zero, appunto. Benissimo, se si hanno tempo e voglia di sporcarsi le mani con la terra, di fare un po’ di fatica, di affrontare qualche insuccesso, ma di avere in cambio la soddisfazione di mangiare qualcosa che non provenga dal supermercato ma dall’orto del giardino di casa o degli spazi a gestione comunitaria. Ottimi persino i vasi sul balcone con dentro qualche vegetale commestibile. Tutte validissime strategie per mettere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio della produzione agroalimentare corrente, che ha reso il cibo una merce come un’altra e svincolato il suo consumo da qualsiasi relazione con il territorio che lo produce. Ma quando si legge di un kit di lampade a LED che serve a generare la luce di cui ha bisogno una pianta ed a produre l’insalata direttamente in casa non si può fare a meno di pensare che la moda del chilometro zero serva sostanzialmente ad altro.

Oltre il chilometro zero

prezzemolo
Foto: M. Barzi

La startup che sta proponendo l’agricoltura dentro le mura domestiche si chiama, forse in onore della moda olandese del Seicento, Bulbo. Il sito internet illustra raffinati complementi d’arredo dai quali spuntano ciuffi di lattuga e graziosi pomodorini. Al di là del design accattivante e dell’ambientazione glamour viene subito da sorridere nel leggere quel farm different scritto sotto il logo. Il primo significato del verbo to farm dell’Oxford Dictionary è Make one’s living by growing crops or keeping livestock, traducibile in ottenere di che vivere coltivando la terra o allevando bestiame. In questo caso si tratta in partica della possibilità di produrre basilico, ad esempio, con un investimento compreso tra i 150 ed i 300 euro. Basta aggiungere il costo dell’energia elettrica  e si può fare il pesto tutto l’anno e per sempre. A di là del fatto che quel tipo di lampada sia poco energivora, salta all’occhio la prima assurdità e  cioè il fatto di consumare energia, magari prodotta da fonti fossili, per produrre qualcosa che di solito cresce grazie alla luce solare. Tuttavia che la produzione alimentare non sia l’obiettivo della startup sono gli stessi giovani imprenditori a dichiararlo: con il loro kit intendono più che altro spiegare a coloro che hanno sempre abitato in città  come funziona il ciclo di vita di una pianta, insomma avvicinarli alla natura. Il sorriso per queste dichiarazioni si trasforma in altro quando nel servizio che Repubblica dedica a Bulbo, si legge che in fondo l’invenzione della startup bolognese è in piccolo ciò che al Mit di Boston progettano in grande, ovvero la delocalizzazione della produzione alimentare dalla campagna alla città grazie alle fattorie verticali.

Tutto il potere alla tecnologia

Se la campagna non serve più a produrre cibo inevitabilmente servirà a qualcos’altro. Magari a sostenere l’espansione urbana futura, quella che conterrà il 75 % della popolazione mondiale nei prossimi 20 anni. Uno scenario ampiamente previsto ma che forse avrebbe bisogno di una gestione diversa da quella tecnocratica che giunge dalle proposte del Mit o da personaggi come Dickson Despommier, del quale questo sito si è occupato in altre occasioni. Aspetti che l’articolo di Repubblica non coglie minimamente, anzi,  che tende ad enfatizzare come modernizzatori rispetto all’agricoltura che ha bisogno di quella risorsa non rinnovabile chiamata suolo, piuttosto scarsa ormai nei paesi ad economia post-industriale. Di mezzo c’è una questione non da poco: il suo uso  anche in relazione al modo in cui cresceranno le città del futuro. Decisamente troppo grande per essere contenuta in un grazioso vaso di pomodori.

Riferimenti

R. Rijtano, La coltivazione si fa in casa: frutta e verdura sono a centimetri zero, La Repubblica, 1 luglio 2014.

 

Pascolo cittadino

colosseo_van_wittel
Foto http://www.imagoromae.com

Fino agli inizi del secolo scorso la presenza degli animali nelle città era un fatto normale. Ce lo ricordano, ad esempio, le pecore e le mucche al pascolo attorno ai monumenti antichi delle classiche vedute di Roma, da Gaspar Van Wittel fino all’Ottocento inoltrato. Gli animali, in primo luogo i cavalli, sono stati una componente vitale dell’economia urbana fin quando una serie di fattori tecnologici e organizzativi, come i processi di meccanizzazione nella produzione e nei trasporti, o le preoccupazioni e precauzioni di carattere igienico, hanno portato alla loro esclusione. Poi ci ha pensato lo zoning della nascente urbanistica moderna a separare definitivamente dalla città gli animali legati a qualche attività economica. Prima ci pensavano le mura, poi saranno le norme tecniche a distinguere la città dalla campagna, a consegnare le attività dominate dalla presenza umana all’ambito urbano, e a quello rurale tutto ciò che abbia a che fare con gli animali.

Separazione e integrazione

2014-03-30 17.37.59
Foto M. Barzi

Le norme per l’igiene e la sicurezza urbana hanno disciplinato anche la presenza assai familiare di cani e gatti: canili municipali e colonie di gatti controllate dalle autorità sanitarie fanno parte delle norme che vigilano sull’ordinato sviluppo urbano, secondo i principi di razionalità che connotano la città contemporanea. Prevenzione randagismo, legata alle preoccupazioni che esso genera nella popolazione, a causa della possibilità di trasmissioni di malattie come la rabbia da cane ad uomo, ma anche, nel caso dei più indipendenti gatti che pure svolgono un’azione di contrasto alla proliferazione di altre specie urbane, provvedimenti di controllo delle colonie all’interno di spazi abbandonati o non abitati, come siti monumentali ed archeologici all’interno delle città. Se le norme urbanistiche hanno definitivamente escluso la possibilità di allevare animali nelle città, anche il possesso e la gestione del più classico amico dell’uomo è rigidamente normata. Chi possiede un cane ha l’obbligo di registrarlo ad una apposita anagrafe, di tenerlo al guinzaglio e di rimuoverne le deiezioni all’interno dello spazio pubblico. La diffusa presenza di animali d’affezione in ambito urbano ha, in tempi più recenti, contribuito allo sviluppo di norme finalizzate anche al loro benessere, come il divieto di tenerli confinati in spazi angusti o la messa a disposizione di aree dedicate ai cani nel verde pubblico.

Ecologia urbana

Ci hanno pensato gli animali non domestici, almeno quelle specie che hanno trovato nell’ambiente urbano il modo di ottenere rifugio e cibo, a superare in qualche modo la rigidità dei regolamenti d’igiene  e sicurezza. Volpi, scoiattoli, aironi ed uccelli rapaci ad esempio, sono presenze costanti nei grandi parchi delle città meglio collegate agli elementi della rete ecologica, dalla cui esiguità tuttavia dipende il fatto che è diventato sempre più frequente incontrare ungulati, come caprioli, cinghiali e cervi,  addirittura su strade ed autostrade, come ci raccontano sempre più spesso le cronache giornalistiche.  La biodiversità animale è diventata un indicatore della qualità dell’ambiente urbano e porcospini, pipistrelli e rondini, specie che hanno sempre beneficiato dell’ambiente costruito ma che i comportamenti umani contribuiscono a minacciare, sono oggetto di campagne di sensibilizzazione finalizzate ad incentivarne il rispetto. In fondo l’ecologia urbana per gli abitanti delle città può anche concretamente significare il numero di specie animali che è dato osservare facilmente nei dintorni della propria abitazione.

Nodi della rete ecologica

Se da una parte è il restringersi degli habitat naturali a far sì che un numero crescente di specie animali decida di insediarsi nei parchi pubblici, o persino nel giardino di casa nostra, dall’altra sono le zone dismesse a diventare spesso rifugio o ambito di caccia per molti animali. I luoghi abbandonati, dove la vegetazione riesce a guadagnare spazio tra gli edifici in rovina, i lotti inedificati, ma anche le aree non più coltivate dell’agricoltura periurbana e persino gli ambiti di verde pubblico scarsamente gestiti, si popolano di un catalogo faunistico piuttosto articolato.  La funzione di questi luoghi come nodi della rete ecologica è da una parte positiva per la biodiversità, ma finisce per configurarsi come una limitazione quando di mezzo c’è la possibilità di fruire di quelle aree. La vegetazione che cresce spontanea negli spazi aperti delle città diventa così un altro argomento correlato alla sicurezza se tra l’erba alta è possibile che si annidino animali fastidiosi o pericolosi. La soluzione è di solito un intervento di sostituzione della vegetazione spontanea con piante da giardino, da gestire periodicamente a spese delle casse comunali. In momenti di crisi economica e di esiguità delle finanze pubbliche ciò si traduce spesso, semplicemente, in vaste superfici di verde urbano non fruibile.

Evoluzione dell’agricoltura urbana

Una soluzione spesso individuata per la gestione a beneficio della collettività degli spazi aperti in ambito urbano è la loro conversione in orti comunitari, con tanto di procedure da parte dell’amministrazione pubblica per la loro assegnazione. Ma se si guarda con un briciolo di spirito contemporaneo alle vedute delle antichità romane – in fondo anche quelle erano aree dismesse – non si farà fatica a trovare un’altra soluzione ambientalmente sostenibile: il pascolo. Nelle città d’oggi piccoli greggi di capre, animali in grado di cibarsi di qualsiasi componente vegetale, possono tenere a bada l’erba e gli arbusti che crescono spontaneamente negli spazi verdi abbandonati. Il pascolo urbano si sta lentamente diffondendo in alcune città degli Stati Uniti: a San Francisco City Grazing affitta capre a chiunque voglia liberarsi della vegetazione infestante senza usare decespugliatori o diserbanti chimici; a Seattle il regolamento comunale ha equiparato le capre ai piccoli animali da compagnia per cui si possono tenere fino ad un massimo di due esemplari e farle pascolare in città come se fossero cani che si portano a passeggio. Minor successo ha avuto il tentativo del fondatore dell’hedge fund Universa da 6 miliardi di dollari, Mark Spitznagel, di portare le capre della sua fattoria in Michigan a pascolare nel verde abbandonato di un quartiere di Detroit: l’amministrazione comunale ha imposto l’allontanamento delle capre e forse il piano di introdurre questa forma di agricoltura in una parte della città particolarmente degradata non aveva a che fare solo con la produzione di latte o carne.

2013-10-12 13.44.34
Foto M. Barzi

Al di là dei casi citati c’è poi l’esempio delle città del mondo induista, dove le vacche girano liberamente nello spazio urbano per motivi religiosi ma anche perché fanno parte di un sistema di produzione di cibo che si basa proprio sull’utilizzo degli spazi aperti all’interno delle città. In fondo, se ciò serve a migliorare la gestione del verde urbano, si potrebbe in parte riconsiderare quella visione razionalista, largamente applicata alle città occidentali, che ha espulso dalle città gran parte della presenza animale, senza necessariamente introdurre  il caos di certe città orientali.

Riferimenti

M. Singh, Goats In The City? Making A Case For Detroit’s Munching Mowers, The Salt, 18 giugno 2014