Più filosofi, meno architetti

I numeri di «uno dei più grandi progetti di ricucitura e valorizzazione territoriale in Italia e in Europa» sono i seguenti: «oltre 675mila m² di verde, 97 milioni di euro per la Circle Line, 32% delle volumetrie per funzioni non residenziali, 3.400 alloggi per le fasce sociali più deboli». La Milano del futuro prenderà forma sui 1.250mila m² di aree di trasformazione poste nei sette scali ferroviari dismessi oggetto dell’Accordo di Programma tra Comune di Milano, Regione Lombardia, Ferrovie dello Stato Italiane con Rete Ferroviaria Italiana e FS Sistemi Urbani, e Savills Investment Management Sgr[1].. Ça va sans dire, sarà una città migliore, più verde, più smart e via aggettivando.

Alcuni possibili scenari relativi alla trasformazione dei sette scali sono stati presentati alla cittadinanza qualche tempo fa sui binari della stazione di Porta Genova, che è uno dei sette scali oggetto dell’Accordo di Programma. Nelle visioni architettoniche dei cinque studi di architettura incaricati di immaginare le nuove edificazioni, come sempre accade con i progetti che trasformano ampi settori urbani, veniva raffigurata una città ideale, dove ci sono persone che passeggiano nel verde, madri e bambini che percorrono strade sicure e naturalmente tante biciclette al posto delle auto. Mancava però la città per come è oggi, più che la sua dimensione amministrativa – pur in versione allargata all’ente locale di recente istituzione – la regone metropolitana da 7 milioni di abitanti emersa dal Rapporto OCSE del 2006. Su come essa potrebbe cambiare grazie alla riqualificazione degli scali nulla ci è stato fatto sapere (se non per la lodevole eccezione costituita dal progetto Fiume Verde di Stefano Boeri e associati). Eppure non si tratta di questione da poco perché quelle aree ora occupate dai binari sono strategiche soprattutto perché senza di esse non è pensabile un sistema di mobilità a scala metropolitana che abbia come obiettivo prioritario l’abbattimento dell’utilizzo dell’auto privata, cioè una delle fonti degli inquinanti che ammorbano l’aria regione metropolitana. Se Milano (in senso lato) ha bisogno della tanto auspicata (e banalizzata) “cura del ferro” è dai binari che si dovrebbe cominciare a ragionare di come potrebbe essere la città del futuro, non dagli edifici.

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Il progetto Fiume Verde di Stefano Boeri e associati

In Downtown Is for People[2], un saggio del lontano 1958 nel quale Jane Jacobs affrontò alcuni dei temi poi sviluppati nel suo celeberrimo Vita e morte delle grandi città, ciò che si poteva vedere sui binari di Porta Genova viene così descritto: «Si tratta di una maniera indiretta di avere a che fare con la realtà, che è, purtroppo, sintomatica di una filosofia progettuale ora preponderante: gli edifici vengono messi davanti a tutto, essendo l’obiettivo di ricostruire la città quello di aderire ad un concetto astratto di ciò che, secondo logica, dovrebbe essere. Ma a chi appartiene questa logica? La logica dei progetti e quella dei bambini egocentrici, i quali, giocando con i loro graziosi cubetti gridano “Guarda cos’ho fatto!”- un punto di vista assai coltivato nelle nostre scuole di architettura e progettazione. E i cittadini che dovrebbero avere più informazioni sono tanto affascinati dal semplice processo della ricostruzione, da essere i risultati finali secondari ai loro occhi». Jacobs (autrice purtroppo più citata che letta) pone una domanda sulla quale è bene riflettere se la posta in gioco è una così importante trasformazione urbana come quella del recupero dei sette scali ferroviari: con quale logica progettuale si intende procedere a trasformare la città e a chi appartiene questa logica? La sua risposta è chiara: «non c’è alcuna logica che possa essere imposta dall’alto alla città, è la gente a generarla, ed è ad essa, non agli edifici, che dobbiamo adattare i nostri piani» e c’è un solo modo per stabilire come trasformare la città perché funzioni per i suoi abitanti: l’osservazione dello stato di cose presente.

Come afferma Jacobs, «non c’è bisogno di essere un urbanista o un architetto, o di arrogarsi le loro funzioni, per porre le domande giuste» ed è il caso di farsi qualche domanda su come cambierà la città reale in seguito al recupero degli scali. Soprattutto sarà bene girarla agli attori da cui dipendono le trasformazioni future, anche se il processo che ha condotto alla sottoscrizione dell’Accordo di Programma da parte dei soggetti attuatori sembra essere un meccanismo destinato a funzionare secondo logiche proprie, indipendenti dal dibattito politico e dall’opinione pubblica.

In Vita Activa. La condizione umana Hannah Arendt scriveva che l’architetto e il legislatore appartengono alla stessa categoria perché definiscono lo spazio e la legge, ovvero il dominio pubblico e la struttura della polis, ma queste «entità tangibili» non definiscono la polis in sé e «nemmeno il contenuto della politica», azioni che invece spettano ai cittadini. In quel lontano 1958 Jane Jacobs e Hannah Arendt ci hanno detto, da diverse angolature che la città (la polis) è costituita da coloro che abitano lo spazio definito dai suoi manufatti e retto dalle sue leggi, ma ciò che succede a Milano nel 2017 ci restituisce un’immagine capovolta, in cui sembra che lo strumento legislativo, rappresentato dall’Accordo di Programma, e suoi effetti spaziali, cioè i progetti architettonici (indipendentemente dalla effettiva realizzazione di ciò che finora è stato prodotto), siano in grado di definire in sé come essa sarà la città del futuro. Se la logica progettuale, secondo Jane Jacobs ma anche secondo il buon senso, è che prima vengono i cittadini, i loro bisogni e le loro aspettative, e poi le quantità edilizie e le funzioni insediabili, allora è l’approccio fin qui seguito (a Milano e non solo) che deve essere capovolto. Un capovolgimento che forse ha più bisogno di filosofi che di architetti per essere attuato.

Note

[1] Cfr.Comunicato dell’ufficio stampa del Comune di Milano, del 22/06/2017, h 16.36.

[2] I brani qui riportati sono stati tradotti da Michela Barzi.

 

L’immagine di copertina è tratta dal sito Scali Milano.

 

 

Urbanistica fai da te

Avete presente quelle aree della città sulle quali più volte vi siete soffermati a pensare quanto sarebbe bello ed opportuno farci questo o quest’altro pur di sottrarle all’abbandono e al degrado? Se la risposta è sì allora potrete affermare di essere stati – almeno in qualche occasione e anche solo idealmente – urbanisti fai da te. Se poi farete lo sforzo di osservare con attenzione il modo in cui certe parti di città si stanno trasformando grazie ad uno o più gruppi di persone che ne utilizzano spontaneamente degli spazi –  introducendo alcune piccole innovazioni che consentono a quei luoghi di vivere una nuova vita – vi renderete conto che l’urbanistica fai da te è già all’opera, anche se sotto traccia.

 

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Foto: C. Fissardi

Ne sanno qualcosa i gruppi di giovani che ormai da alcuni decenni –  da quando la deindustrializzazione ha disseminato gli agglomerati urbani di edifici dismessi  – occupano spazi abbandonati per farli diventare luoghi di socialità e cultura. Si tratta di forme aggregative che spesso si identificano con l’espressione  centri sociali, ma a volte si tratta di persone che occupano perché in stato di grave bisogno, in cerca di una soluzione temporanea alla possibilità di risiedere in un alloggio regolare. Nella maggioranza dei casi essi non hanno aspettato i permessi da parte della proprietà e della amministrazione comunale e solo quando la trasformazione di quel luogo si è compiuta – non solo a loro vantaggio ma a beneficio della collettività – allora l’interlocuzione con gli organi di governo della città è diventata possibile con tempi tuttavia lunghissimi. Il caso forse più emblematico, a questo riguardo, è quello degli edifici dismessi che il centro sociale Leoncavallo di Milano ha occupato da quarant’anni a questa parte: dalla ex area industriale sita nella omonima via fino all’attuale contenitore che è diventato oggetto di un’ipotesi di intervento da parte del comune finalizzata ad uno scambio immobiliare con la proprietà.

Ci sono anche esperienze di recupero di aree dismesse attuate in collaborazione con l’amministrazione comunale, come testimonia una recente documento di ARCI I Cento Spazi che dà conto di come le associazione che aderiscono a questa rete nazionale finalizzata alla promozione sociale siano state in grado di trasformare luoghi che hanno contribuito alla riqualificazione di alcuni quartieri e dato risposte ai bisogni dei cittadini. In questi casi le amministrazioni comunali sono venute incontro alle associazioni che promuovevano i progetti di trasformazione degli spazi,  autorizzandoli e, in qualche caso, finanziando in parte i lavori. Si tratta tuttavia di situazioni episodiche che non riescono a rappresentare la miriade di iniziative di riuso anche temporaneo delle aree dismesse attuate dalla aggregazione spontanea di cittadini.

Tuttavia che alle istanze  di riutilizzo di spazi abbandonati espresse dal basso venga applicata la regia della pubblica amministrazione – diventando progetti assunti dalla pianificazione generale – non necessariamente è sinonimo di una loro corretta interpretazione.  E’ il caso dell’attuale East River State Park di Brooklyn che sorge sull’area di un  terminal ferroviario precedentemente recuperato da skateboarder, artisti, gruppi musicali itineranti, persone senza fissa dimora, e residenti del quartiere che avevano bisogno di maggiori spazi. La realizzazione del parco ha innescato un processo di complessiva riqualificazione dell’area prospicente il fiume cha ha avuto come risultato finale la costruzione di uno dei più esclusivi complessi residenziali dell’intera New York. Di fatto il parco è diventato un elemento di valorizzazione immobiliare delle nuove iniziative residenziali, dato che la sua realizzazione è resa possibile dalle tasse sulla proprietà versate  dai nuovi abitanti. La riconversione pianificata del precedente spazio abbandonato  ha finito per marginalizzare coloro che lo avevano strappato al degrado.

 

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Foto: C. Fissardi

Sgomberare skateboarder, artisti e  gruppi musicali itineranti significa sottrarre ai luoghi da loro occupati quella componente di creatività e di mutevolezza che essi erano riusciti ad imprimere loro. Se un’area abbandonata diventa uno spazio verde fruibile –  ad esempio attraverso quelle pratiche di giardinaggio d’assalto e non autorizzato che si definiscono guerrilla gardening – o un parco dedicato allo skating, ai graffiti e alla musica, c’è da chiedersi perché una progetto di riconversione gestito dalla amministrazione pubblica debba sradicare questi usi in quanto informali. Prendere in considerazione la possibilità che siano proprio questi ultimi a determinare la formulazione di un progetto potrebbe essere una soluzione che avrebbe anche il piccolo ma non trascurabile vantaggio di abbattere i costi di progettazione.

La questione centrale, in questi casi, sta nell’osservazione, nell’ascolto e nel coinvolgimento. Se ciò che si desidera dallo spazio pubblico è che esso sappia incarnare i differenti usi, espressione della diversità della cittadinanza, se si vuole che quest’ultima sappia prendersene cura perché lo sente parte di sé, bene comune, e non pura espressione di uno standard urbanistico, forse bisognerebbe smettere di considerare sovversive queste iniziative di riqualificazione urbana informale solo perché non sono basate sul titolo di proprietà del suolo che esse utilizzano.

Riferimenti

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D. Sherman, What Urban Planners Can Learn From Skaters and Itinerant Marching Bands, Next City, 3 aprile 2015.

 

Un modello di sviluppo e alcuni limiti

Per molti anni uno dei tratti più rilevanti della struttura produttiva italiana è stato il sistema dei distretti industriali: aree caratterizzate per un particolare modello di sviluppo locale imperniato sulla presenza di una molteplicità di piccole medie imprese che operano in un ambito circoscritto, “territorialmente determinato”[1] in centri di dimensione piccola e medio-piccola e spesso secondo un continuum che è stato definito con il termine di “città diffusa”[2].

Il modello di sviluppo basato sui distretti industriali si è realizzato troppo spesso senza una progettualità sul versante urbanistico-architettonico. A livello locale l’industrializzazione diffusa (avvenuta spesso nella sua fase iniziale, in deroga o in assenza di strumenti urbanistici) è stata tollerata e favorita poiché “limitava i problemi che i governi locali dovevano affrontare e perché manteneva le funzioni integrative svolte dalla famiglia e dalla comunità locale”[3].

Alle occasioni di ripensamento del modello di sviluppo territoriale sopra delineate è subentrata la situazione di crisi economica. Un fenomeno recentissimo correlato alla crisi, ancora non completamente valutabile e quantificabile in termini numerici, riguarda la tendenza degli immigrati stranieri a tornare in patria o a spostarsi in altri paesi europei. La crisi sta avendo un impatto rilevante su molte variabili economiche e sociali e, quindi, anche sui processi migratori. Le associazioni di volontariato, i sindacati, e la stesse comunità di stranieri hanno segnalato questo fenomeno. Sembra, inoltre, che molti stranieri che hanno comperato abitazioni o contratto mutui siano per ora bloccati nei loro progetti di ritorno nelle terre di origine per la congiuntura negativa del mercato immobiliare e la difficoltà a vendere le loro. Un indizio potrebbe essere rappresentato dagli “abitanti scomparsi” al censimento 2011 rispetto alle risultanze anagrafiche, ma occorrerà aspettare dati di maggior dettaglio e ulteriori verifiche per confermare o smentire questa ipotesi interpretativa; se non si tratta di fuga, certamente si è di fronte ad un rallentamento degli arrivi, soprattutto per la componente maschile.

 

La crisi e le nuove domande di governo del territorio

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Foto: F. Gastaldi

In generale appare piuttosto frammentario e insoddisfacente il quadro interpretativo dei modi contemporanei di produzione di territorio. Nell’ambito di questi fenomeni, ancor meno indagati appaiono gli effetti territoriali della crisi, non solo quelli legati al mercato immobiliare e alla produzione edilizia, ma anche molti altri (blocco delle grandi trasformazioni urbane, operazioni rinviate, nuovi modelli di mobilità e consumo, stili di vita, eccetera).

È importante individuare alcuni possibili filoni di ricerca per l’analisi delle conseguenze e degli impatti territoriali della crisi evitando semplificazioni e non affidandosi unicamente all’esame dei principali indicatori relativi ai fatturati delle aziende, ai trend occupazionali, all’andamento dei consumi familiari o alla loro capacità di risparmio. Sulle conseguenze nei territori periurbani di un processo di dismissione e sottoutilizzo degli spazi della produzione, oltre che della residenza, si sono interrogati alcuni ricercatori[4], evidenziando quanto il processo, in atto ormai da alcuni anni, metta in discussione gli stessi strumenti di lettura, interpretazione e possibili progettualità dei tessuti di piccola media impresa italiani. Cambiano anche le strategie individuali, per esempio nell’accesso al mercato abitativo, che risentono, oltre che di minori disponibilità economiche e di scarsa fiducia nel futuro, anche delle aumentate inerzie del credito bancario per persone e imprese.

Si assiste quindi a un comportamento dualistico per cui da un lato molti amministratori locali dichiarano di voler combattere le nuove edificazioni (perché c’è la crisi), ma d’altro lato sono disponibili a trattare casi di accordi di programma per nuovi grossi progetti su aree agricole perché considerati utili per “superare” la congiuntura economica negativa, in prospettiva occupazionale, ma anche per favorire nuove entrate per i comuni. La crisi di risorse pubbliche ha indubbie (e ovvie) ripercussioni sulla minore manutenzione urbana e sulla gestione del territorio, sull’aumento di accordi partenariali e, tendenzialmente, a gestioni associate fra comuni.

Sarebbe opportuno chiedersi quanto gli “attori della pianificazione” recepiscano effettivamente la crisi. Bisognerebbe in sostanza domandarsi se sia in corso un processo di apprendimento/innovazione vero e proprio legato alla crisi e se esso ia in grado di superare previsioni urbanistiche riferite all’epoca pre-crisi, quando erano ancora pesantemente influenzati da logiche di sviluppo che si supponevano illimitate, specie per alcuni settori di attività economica.

Per il mercato dei capannoni spesso è difficile l’incontro fra domanda e offerta: ogni azienda e ogni imprenditore ambirebbero ad avere spazi fatti su misura, ma la bassa qualità territoriale degli insediamenti produttivi sparsi, l’assenza di servizi, i tempi della mobilità sono elementi ormai “strutturali” in cui oggi si inserisce il fattore crisi.

La riqualificazione, o il riuso, dei contenitori abbandonati li vede a volte trasformati in loft, luoghi di intrattenimento (es. discoteche, palestre, sale prove musicali), spazi creativi o semplicemente depositi, magazzini, sedi di attività nel campo dei servizi. Le aree artigianali si trasformano – oltre che in aree a destinazione commerciale grazie alla disponibilità di spazi per parcheggio – più raramente in luoghi del terziario.

In tutti i casi elencati si assiste generalmente a spostamento di funzioni dai centri urbani verso le aree esterne  per cercare di sfruttare i prezzi più convenienti degli affitti e la maggior quantità di spazio disponibile. Le interminabili distese di edifici e capannoni industriali di medio-piccola taglia, oggi popolati da cartelli con scritto “affittasi” o “vendesi”, sono spesso incapaci di rispondere alle nuove esigenze delle imprese, costrette a riorganizzare la propria produzione per rispondere alla crisi economica, ma al contempo sono altrettanto inadeguati a rispondere “a nuovi segmenti di domanda legati (…) a forme del produrre che faticano a collocarsi negli stock esistenti”[5], spesso caratterizzati da mediocre qualità, da alti costi di manutenzione e di gestione e dalla carenza di servizi collegati. E’ così che, non solo gli edifici, ma anche le aree esterne e circostanti i capannoni, o perfino le aree di interi sistemi produttivi, si avviano a progressivo degrado.



Riferimenti bibliografici

[1] Giacomo Becattini, Il distretto Industriale, Rosemberg & Sellier Torino, 2000, p. 59

[2] Francesco Indovina, Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano, FrancoAngeli, Milano, 2009

[3] Carlo Trigilia, “Dinamismo privato e disordine pubblico. Politica, economia e società locali”, in AA. VV. Storia dell’Italia repubblicana. Volume secondo. La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri. Tomo 1 Politica, economia, società, Einaudi, Torino 1995, p. 743

[4] Federico Zanfi, “I nuovi orizzonti della città diffusa. Dinamiche emergenti e prospettive per il progetto urbanistico”, in Urbanistica n. 147, 2011, pp. 100-107; Arturo Lanzani, Federico Zanfi, “Piano casa. E se la domanda fosse ridurre gli spazi?”, in Dialoghi internazionali n. 13, 2010, pp. 126-145

[5] Federico Zanfi, “Dopo la crescita: per una diversa agenda di ricerca”, in Territorio n. 53, 2010, p. 112