Trieste: nuovi scenari dopo la caduta del muro

L’ubicazione di Trieste sul confine nord est, quello a maggiore valenza strategica durante la guerra fredda ha determinato una cospicua presenza militare per quasi tutto il XX secolo ma, con la caduta del muro di Berlino, avvenuta nel 1989, è iniziato un inevitabile processo di “smilitarizzazione”. Con l’abrogazione della leva obbligatoria e l’entrata in Europa, nel 2004, della Slovenia, tale processo ha registrato un’ulteriore accelerazione che ha portato all’abbandono di numerose aree nella città. Alcune caserme triestine sono risultate sovradimensionate rispetto agli organici dell’esercito ed alle necessità della difesa nazionale. A partire dagli anni ’90, nella città è iniziata la progressiva chiusura di alcune proprietà militari, che nel corso degli anni si sono trasformate in luoghi di forte degrado, sia per quanto riguarda le strutture edilizie che per le aree limitrofe.

Nel 2014 il Comune, in accordo con l’Agenzia del Demanio ed il Ministero della Difesa (titolare della proprietà degli immobili in questione), ha stipulato un patto che prevede la riconversione di un patrimonio immobiliare molto consistente, costituito da dodici aree per un totale di quasi 70 ettari ed oltre 450 mila metri cubi di volumetria. Alcuni di questi beni sono già stati riconvertiti (per esempio, l’ex caserma “Duca delle Puglie” oggi è un Museo Civico), mentre per altri la questione del nuovo uso è in fase di sviluppo. Gli obiettivi da raggiungere riguardano il concreto avvio di un percorso di riqualificazione urbana con tempi certi e rapidi, partecipato e condiviso con cittadini e associazioni di categoria. L’intento è quello di contrastare i fenomeni di degrado cui gli edifici abbandonati danno origine: oltre al disordine ambientale, queste aree sono un pericolo per incolumità collettiva. L’altro aspetto è che  il recupero delle aree edificate esistenti evita il consumo del suolo di aree libere ed inedificate.

I 55 mila metri quadrati dell’ex caserma “Vittorio Emanuele II”, dismessa nel 2008, saranno adibiti a servizi ed attrezzature pubbliche e sanitarie, anche in funzione del vicino polo scolastico.L’ex caserma della Polstrada “Emanuele Filiberto”, di circa 8 mila mq di superficie, si inserisce in un contesto densamente popolato, dove la mancanza di aree verdi e luoghi di aggregazione è particolarmente sentita. Per questi motivi l’idea del Comune è quella di finalizzare entro il 2017 i lavori per la realizzazione di un asilo nido, di nuovi spazi per il verde e parcheggi, di spazi ludici e di aggregazione, di un bar, di un dog park e di una piazza che potrà ospitare eventi e manifestazioni.

Oltre alle ex caserme esistono altre zone abbandonate ed in stato di degrado, come nell’area del Porto Vecchio, la cui riconversione diventa fondamentale per il futuro della città, un importante snodo ferroviario e marittimo in cui vivono circa 200.000 abitanti. I beni ex militari rappresentano grandi aree che fino ad oggi sono rimasti inaccessibili per la popolazione. Una loro riqualificazione costituisce quindi, ormai da decenni, una sfida per dare risposta alle esigenze della popolazione.

In questo contesto, particolarmente importante risulta il cambio di approccio da parte dello Stato –  attraverso il Ministero della Difesa –  in merito a questi scenari di rigenerazione urbana. Rispetto agli anni ’90 ed al primo decennio del 2000, oggi la tendenza è di porre sullo stesso piano la riconversione delle caserme ai fini della riqualificazione fisica, del miglioramento delle condizioni di sicurezza e di benessere dei cittadini, oltre alle opportunità di sviluppo economico che ne possono derivare, con le questioni di natura contabile che riguardano la necessità di “fare cassa” come misura di riduzione del debito pubblico nazionale.

 

 

Torino: se le ex caserme diventano social housing

Dal 2013 a Torino è iniziato un percorso volto a capire come gestire il problema del disagio abitativo. Da un’indagine svolta infatti era emerso che il numero di sfratti per morosità incolpevole fosse sostanzialmente raddoppiato tra il 2008 e il 2012, individuando quindi nel tema del social housing una vera emergenza per la città (in relazione alla limitazione del consumo di suolo e del riutilizzo del patrimonio edilizio oggi in disuso). Il social housing rappresenta l’evoluzione dell’edilizia popolare e costituisce un insieme di strumenti predisposti a garantire alloggi e servizi, con forte connotazione sociale, per coloro che non riescono a soddisfare il proprio bisogno abitativo sul mercato (per ragioni economiche o per assenza di un’offerta adeguata), cercando di rafforzare la loro condizione. Dunque i comuni, solitamente con il supporto economico delle fondazioni private, recuperano edifici pubblici in disuso e li trasformano in complessi residenziali destinati a persone disagiate: anziani, donne sole con figli minori, giovani in difficoltà.

Per soddisfare tali carenze Torino ha già avviato varie iniziative di social housing, contenute nel Piano Casa della Città, definendo il passaggio dalle politiche per la casa alle politiche dell’abitare attraverso una serie di azioni che promuovono sinergie e collaborazioni tra pubblico e privato e favoriscono la solidarietà e lo sviluppo delle reti territoriali.

Tra le varie proposte si annoverano, per esempio, le “residenze temporanee”, per persone che per ragioni di carattere sociale, economico, familiare, professionale, vivono una fase di transizione o di momentanea difficoltà. Di fatto si tratta di esperienze come il “condominio solidale”, supportato dall’Associazione Giovanile Salesiana e lo “Sharing Torino” (Condividere Torino), in cui si compartono spazi comuni e si usufruiscono vari servizi, aperti anche agli altri abitanti, come ristorante, bar, bio market, tintoria, sportelli di orientamento, consulenza, mediazione culturale, assistenza legale e poliambulatorio (altre iniziative sono la Torino Residenza Open 011, l’Ospiteria dell’Arsenale della Pace ed il “Programma Housing” della Compagnia di S. Paolo).

Un’altra soluzione abitativa alternativa che comporta nuove forme di convivenza sviluppata a Torino attiene al co-housing. Il progetto “Numero Zero”, inaugurato nel 2013, è un’esperienza abitativa condivisa dove singoli, coppie di giovani o anziani, intere famiglie vivono in complessi residenziali composti da appartamenti privati e da ampi spazi destinati all’uso comune e in cui si svolgono a turno servizi utili per tutta la comunità di vicinato.

Ex edifici militari per sviluppare progetti di housing sociale

Rispetto alle particolari esigenze abitative di Torino, risulta interessante il fatto che l’articolo 26 del Decreto Legge 133/2014 (il cosiddetto “Sblocca Italia”) permetta ai Comuni italiani di riconvertire a social housing le ex caserme nell’ambito dei processi di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico.

Il comune di Torino ha quindi avviato un dialogo collaborativo con gli organi del demanio militare e dell’Agenzia del Demanio, culminato con un primo protocollo d’intesa per il riuso di quattro ex strutture militari, ubicate nel centro della città, in un’area caratterizzata da immobili di pregio storico-architettonico che ospitano per lo più residenze di tipo signorili e studi professionali oltre a funzioni pubbliche, anche di rappresentanza. La volontà del comune è di promuovere interventi di per la realizzazione di social housing e alloggi convenzionati per studenti a supporto del programma “Torino città universitaria”, a cui si accompagneranno attività culturali e di servizio alle persone e alle imprese.

Tra le varie esperienze internazionali di riuso dell’ex patrimonio militare, interessante è il progetto di cohousing di Vauban a sud di Friburgo, attivo dal 2001. Cinquemila persone abitano in un grosso quartiere ex militare di circa 38 ettari di superficie, studiato per favorire la sostenibilità ambientale: pannelli solari, impianti per la produzione di energia secondaria, servizio di car sharing per sostituire le auto di proprietà.

Grazie ad una condivisione degli obiettivi a priori da parte degli enti pubblici coinvolti, a Torino si prospetta dunque l’opportunità per sviluppare ulteriori soluzioni in tema di social housing per la riqualificazione delle aree militari dismesse, che possano produrre ricadute positive sia per gli enti che le attuano, sia, soprattutto, per l’intera collettività.

Piacenza e la riconversione delle aree militari dismesse

La riorganizzazione delle forze armate italiane, a 25 anni dalla  fine della Guerra Fredda, ha significato una contrazione da 300.000 a 110.000 persone impiegate e  la dismissione del patrimonio immobiliare che oggi ammonta a 1.800 beni tra caserme, postazioni, polveriere, bunker, alloggi. Dunque la restituzione di grandi aree militari ad usi civili e la loro riprogettazione come tasselli di una più complessiva strategia urbana costituiscono una delle questioni più rilevanti per il governo delle città italiane.

In questo contesto si inserisce il caso della dismissione di buona parte del comparto militare presente nel territorio del Comune di Piacenza (102.000 abitanti su una superficie di circa 118 kmq), territorio segnato da una lunga storia militare in quanto caratterizzato da una posizione baricentrica rispetto a buona parte delle grandi città del Nord e conosciuto per essere un importante centro di attrazione del settore logistico, del trasporto su rotaia, della produzione di energia e, recentemente, di alcuni poli universitari.

Ora la tradizione militare di Piacenza si è trasformata nella  significativa presenza di “vuoti urbani” da rifunzionalizzare e la trasformazione delle aree militari dismesse riguarda la riqualificazione urbana di zone strategiche della città. QiiiiiiiiQuesto genere di intervento costituisce una grande opportunità per il nuovo disegno dell’assetto urbano, dato che si prospetta la realizzazione di un sistema “integrato” di aree verdi e di servizi connessi al verde, allo sport, al tempo libero, alla cultura, da realizzarsi attraverso una serie di interventi pubblici.

Tale opportunità viene sottolineata sia negli obiettivi del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Piacenza del 2007, sia dall’indagine della “Commissione Consiliare speciale per le aree militari” istituita dal Comune di Piacenza nel 2007 nell’ambito del percorso di approvazione del nuovo piano regolatore comunale (Piano Strutturale Comunale). Nello specifico il recupero del patrimonio ex militare riguarderà la creazione di un polo della logistica sostenibile, incentrato sullo spostamento dello scalo merci e quindi sul potenziamento del trasporto combinato ferro-gomma;

la realizzazione di un parco lungo il Po e di un altro grande parco, dai caratteri tipicamente urbani, da realizzare attorno all’anello delle mura storiche. La cintura verde che potrebbe nascere a partire dalla realizzazione di questi parchi disegnerebbe inoltre un corridoio verde di collegamento con il corso dei due torrenti Nure e Trebbia.

Le difficoltà per la riconversione dei siti militari

La trasformazione delle zone militari in aree per le nuove attività economiche e sociali è stata programmata da due tipi di accordi stipulati nel 2008 e ripresi nel 2014. Il primo riguarda il protocollo d’intesa sottoscritto da Comune ed Agenzia del Demanio per la riqualificazione di un totale di 12 beni. Il secondo invece comprende altri 7 beni (tra cui l’Arsenale Militare, l’ex Ospedale militare, il Piano caricatore militare) oggetto di un’Intesa istituzionale tra Ministero della Difesa e Comune per la permuta delle infrastrutture dell’Esercito e la conseguente realizzazione, a carico dell’ente comunale, di un nuovo Polo Industriale Militare unico per il Centro-Nord Italia. Le aree militari comprese in quest’intesa ricoprono 1.256.000 mq, pari al 4,5% di tutta la superficie urbanizzata comunale, di cui oltre 500.000 mq presenti nel centro cittadino.

I due accordi non sono ancora diventati operativi in primo luogo per la mancanza di risorse finanziarie. Con la stipula di nuovi accordi tra Demanio, Difesa e Comune a fine 2014  a Piacenza si sta ora cercando di comprendere come rendere coerenti con gli obiettivi della pianificazione urbana le soluzioni individuate per la riqualificazione delle aree ex militari. L’obiettivo prioritario riguarda la delocalizzazione e la chiusura di infrastrutture che non soddisfano pienamente le esigenze di funzionalità operativa, di efficienza e di decoro e di standard previsti. La riqualificazione delle ex zone militari si va quindi ad inserire nell’individuazione di quelle aree strategiche di intervento che riguardano le principali potenzialità e criticità dell’assetto urbano, ovvero il rapporto tra mobilità e inquinamento dell’aria, il ruolo del centro storico, gli ambiti dedicati alla formazione, fino a questioni complesse come gli scenari legati allo sviluppo economico, alle politiche per il lavoro, alle esigenze abitative, sociali e culturali.

Riferimenti

Accordo di razionalizzazione e valorizzazione con il comune di Piacenza e il Ministero della Difesa e Accordo di valorizzazione con il comune di Piacenza, 2014.

Camera dei Deputati – Commissione VI (Finanze), “Audizione del Direttore dell’Agenzia del Demanio, Roma”, 12 giugno 2013.

Comune di Piacenza, Ministero della Difesa, “Intesa Istituzionale per la razionalizzazione e la riorganizzazione delle infrastrutture dell’esercito”, 2008.

Comune di Piacenza, “Recupero di aree militari e demaniali, firmato il protocollo d’intesa”, 15 gennaio 2015.

Il Piacenza.it – sezione aree militari.

Politecnico di Milano, “Masterplan per le aree militari di Piacenza. Primo rapporto”, Milano, febbraio 2010.

Ponzini Davide, Vani Marco, “Immobili militari e trasformazioni urbane”, in Territorio n. 62, 2012, pp. 13-18.