Mall per donne e segregazione funzionale

heratUno degli aspetti di maggiore criticità della diffusione degli shopping mall riguarda la capacità di trasformazione del concetto di spazio pubblico.  In quanto copie delle strade commerciali, essi ne hanno introiettato la funzione modificandone l’uso e chi va al centro commerciale è prima di tutto attratto dalla possibilità di consumare e poi, forse, anche da quella di passeggiare ed incontrare persone in uno spazio climatizzato con perenne sottofondo musicale.  Questa nuova forma di spazio pubblico pensata per finalità private ha gerarchizzato le tipologie di utenti in relazione innanzi tutto al possesso dell’auto e relativa dimensione della spesa che nel suo bagagliaio può essere stivata.

Lo spazio pubblico però non è mai stato neutro relativamente alle tipologie di persone che vi accedono. Anche se in linea di principio tutti i cittadini sono uguali fruitori, sappiamo che sono numerose le diversità che ne condizionano l’accesso.  Non è difficile ad esempio constatare che le differenze di genere condizionano la frequentazione dello spazio pubblico: le donne subiscono spesso limitazioni nel percorre certi tratti di strada nelle ore notturne e il pericolo di subire violenza è uno degli aspetti più comunemente sperimentati della segregazione di genere che riguardano certi contesti urbani. Anche se la situazione può essere diverse da paese a paese, sono numerose le città nelle quali le donne possono percepire paura nel girare da sole o dove farlo vuol dire sfidare regole religiose che hanno enormi implicazioni sulle norme civili e le consuetudini sociali.

L’Afghanistan è uno dei paesi dove le donne sono pesantemente segregate e, malgrado in molte siano riuscite a riemergere dai burqa dopo sedici anni di regime dei Talebani, sono ancora enormi per il genere femminile le difficoltà nel muoversi liberamente fuori dalle mura domestiche, ad avere un lavoro e un ruolo sociale. Herat, città controllata dai militari italiani della missione Isaf, dal 2009 ospita un centro commerciale esclusivamente gestito e rivolto alle donne che è stato realizzato grazie al sostegno economico della cooperazione italiana e del Provincial Reconstruction Team.

Nel Women Social Center, un edificio di tre piani che contiene trentaquattro negozi, diversi uffici una sala conferenze ed una palestra per le impiegate, gli uomini possono entrare solo se accompagnati dalle mogli, una forma di segregazione al contrario per consentire alle donne di avere uno spazio a loro dedicato all’interno delle forme segreganti di frequentazione dei luoghi pubblici. In questo senso, la tipologia del centro commerciale è venuta in soccorso alle finalità del progetto, perché sarebbe stato molto più complicato trovare spazi per attività commerciali e terziarie gestite da donne in luoghi diversi della città se su di essi si devono esercitare le forme di controllo che garantiscono la sicurezza delle lavoratrici e delle clienti.

Dall’altra parte lo shopping mall nasce come contenitore di attività commerciali separato dai contesti urbani dove tradizionalmente esse si andavano a collocare e nel caso del Women Social Center la logica della segregazione funzionale è evidentemente servita da spunto per questo esperimento socio-economico che dovrebbe promuovere l’integrazione partendo da premesse opposte.

Se da una parte un certo numero di donne che si recano ogni giorno al lavoro sembra un risultato incoraggiante, così come il fatto che altre donne possano avere un luogo dove recarsi a fare acquisti senza essere accompagnate dagli uomini, dall’altra la formula del mall per donne sposta il problema dell’accesso allo spazio urbano dalla città ad un singolo edificio.  Cercare di superare la segregazione di genere con quella funzionale potrà anche essere un primo passo verso il lungo cammino che le donne afgane devono compiere per raggiungere livelli minimi di parità, ma il rischio che questa iniziativa, sostenuta da alcune donne che si battono per i loro diritti, diventi una sorta di rimozione del problema di come garantire alle donne la reale possibilità di muoversi da sole nello spazio urbano è reale. E’ un problema che non riguarda solo la difficile condizione delle afgane e che dovrebbe interessare tutte le donne,  perché rendersi conto quanta di strada c’è ancora da fare per la parità di genere quando di mezzo c’è lo spazio pubblico serve a migliorarne l’accesso a tutte le latitudini ed indipendentemente dalle differenze religiose, politiche, economiche e sociali.

Riferimenti

G. Russo, Il centro commerciale delle donne,«Lavorare qui, un inizio di libertà», 8 gennaio 2014, Corriere della Sera. La ventisettesima ora