Scenari urbani a chilometro zero

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Foto: M. Barzi

Le mode, nella maggioranza dei casi fenomeni innocui e passeggeri, a volte possono avere ricadute disastrose. La prima bolla finanziaria conosciuta nella storia del capitalismo è stata innescata dai tulipani e dalla stratosferica ascesa del prezzo dei bulbi, il cui possesso era considerato uno status symbol.  Quasi quattro secoli dopo, e con una perdurante crisi economica scatenata da un’altra bolla finanziaria, la moda è ancora ampiamente in grado di orientare certi tipi di consumo, anche se nel caso dei prodotti agroalimentari a chilometro zero la preferenza accordata da un numero crescente di consumatori dipende da una maggiore sensibilità ambientale e sociale. Sensibilità che rende preferibile spendere il triplo per i fagioli prodotti in Italia rispetto a quelli del Madagascar, al minor prezzo dei quali corrisponde un maggior impatto ambientale, per non parlare delle pessime condizioni socioeconomiche che spesso riguardano le popolazioni coinvolte nei processi produttivi.

Diminuire le distanze

Che sia un’assurdità ambientale far viaggiare il cibo per migliaia di chilometri lo sappiamo da tempo ma sappiamo anche che è difficile rinunciare ad alimenti che nulla hanno a che fare con la vocazione produttiva del luogo in cui viviamo. Se riusciamo a produrre le fragole nell’orto di casa o nel vaso sul balcone lo stesso non può valere per quel numero non piccolo di prodotti che semplicemente hanno bisogno di altre condizioni climatiche rispetto a quelle in cui viviamo. La vocazione produttiva dei suoli è quindi il vero scoglio contro il quale s’infrange il mito del chilometro zero, perché un conto è l’assurdità delle ciliegie cilene acquistate in Europa a Natale, un altro è la rinuncia ad agrumi ed olio d’oliva per coloro che non vivono nella regione mediterranea. E tuttavia, se è di agricoltura vicina alla città che si parla quando si usa la formula chilometro zero, ben vengano gli ortaggi e la frutta prodotti dall’azienda agricola che è riuscita a trovare un po’ di terra libera tra le lottizzazioni suburbane, o il formaggio di capra della valle che aveva perso popolazione ed attività economiche.

Avvicinare città e campagna

Insomma va tutto bene se si accorciano le distanze tra luogo di produzione e città, se l’agricoltura urbana e periurbana serve a preservare il suolo da altri usi, tipicamente dall’edificazione. Va bene fare la spesa dal contadino fuori città o in uno dei tanti mercati  a chilometro zero, appunto. Benissimo, se si hanno tempo e voglia di sporcarsi le mani con la terra, di fare un po’ di fatica, di affrontare qualche insuccesso, ma di avere in cambio la soddisfazione di mangiare qualcosa che non provenga dal supermercato ma dall’orto del giardino di casa o degli spazi a gestione comunitaria. Ottimi persino i vasi sul balcone con dentro qualche vegetale commestibile. Tutte validissime strategie per mettere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio della produzione agroalimentare corrente, che ha reso il cibo una merce come un’altra e svincolato il suo consumo da qualsiasi relazione con il territorio che lo produce. Ma quando si legge di un kit di lampade a LED che serve a generare la luce di cui ha bisogno una pianta ed a produre l’insalata direttamente in casa non si può fare a meno di pensare che la moda del chilometro zero serva sostanzialmente ad altro.

Oltre il chilometro zero

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Foto: M. Barzi

La startup che sta proponendo l’agricoltura dentro le mura domestiche si chiama, forse in onore della moda olandese del Seicento, Bulbo. Il sito internet illustra raffinati complementi d’arredo dai quali spuntano ciuffi di lattuga e graziosi pomodorini. Al di là del design accattivante e dell’ambientazione glamour viene subito da sorridere nel leggere quel farm different scritto sotto il logo. Il primo significato del verbo to farm dell’Oxford Dictionary è Make one’s living by growing crops or keeping livestock, traducibile in ottenere di che vivere coltivando la terra o allevando bestiame. In questo caso si tratta in partica della possibilità di produrre basilico, ad esempio, con un investimento compreso tra i 150 ed i 300 euro. Basta aggiungere il costo dell’energia elettrica  e si può fare il pesto tutto l’anno e per sempre. A di là del fatto che quel tipo di lampada sia poco energivora, salta all’occhio la prima assurdità e  cioè il fatto di consumare energia, magari prodotta da fonti fossili, per produrre qualcosa che di solito cresce grazie alla luce solare. Tuttavia che la produzione alimentare non sia l’obiettivo della startup sono gli stessi giovani imprenditori a dichiararlo: con il loro kit intendono più che altro spiegare a coloro che hanno sempre abitato in città  come funziona il ciclo di vita di una pianta, insomma avvicinarli alla natura. Il sorriso per queste dichiarazioni si trasforma in altro quando nel servizio che Repubblica dedica a Bulbo, si legge che in fondo l’invenzione della startup bolognese è in piccolo ciò che al Mit di Boston progettano in grande, ovvero la delocalizzazione della produzione alimentare dalla campagna alla città grazie alle fattorie verticali.

Tutto il potere alla tecnologia

Se la campagna non serve più a produrre cibo inevitabilmente servirà a qualcos’altro. Magari a sostenere l’espansione urbana futura, quella che conterrà il 75 % della popolazione mondiale nei prossimi 20 anni. Uno scenario ampiamente previsto ma che forse avrebbe bisogno di una gestione diversa da quella tecnocratica che giunge dalle proposte del Mit o da personaggi come Dickson Despommier, del quale questo sito si è occupato in altre occasioni. Aspetti che l’articolo di Repubblica non coglie minimamente, anzi,  che tende ad enfatizzare come modernizzatori rispetto all’agricoltura che ha bisogno di quella risorsa non rinnovabile chiamata suolo, piuttosto scarsa ormai nei paesi ad economia post-industriale. Di mezzo c’è una questione non da poco: il suo uso  anche in relazione al modo in cui cresceranno le città del futuro. Decisamente troppo grande per essere contenuta in un grazioso vaso di pomodori.

Riferimenti

R. Rijtano, La coltivazione si fa in casa: frutta e verdura sono a centimetri zero, La Repubblica, 1 luglio 2014.

 

L’agricoltura urbana e la lista della spesa

Foto M. Barzi
Foto M. Barzi

Il fatto che il paesaggio cambi in relazione al mutare delle abitudini alimentari ha una lunga evidenza storica, dovuta alla circolazione delle colture da un continente all’altro. L’adagio “siamo ciò che mangiamo” si estende obbligatoriamente dall’essere umano al territorio che ne sostiene l’alimentazione. Pensiamo ad esempio all’introduzione del riso nell’Italia Settentrionale a fine ‘400 e alle enormi implicazioni che ha ancora sul paesaggio rurale di una delle aree più urbanizzate d’Europa. Il sistema ambientale delle risaie è ancora in grado di tenere rispetto all’avanzata degli insediamenti sul territorio perché si tratta di un processo di produzione agricola che ha nella idrografia e nella geomorfologia i suoi elementi costitutivi, oltre ad essere sostenuto da una radicata tradizione alimentare.

La risicoltura è ancora diffusa nell’area metropolitana milanese, al punto da essere oggetto di un parco agricolo urbano che ha al suo attivo la produzione di  più di venti milioni di piatti di riso all’anno. Il Parco delle Risaie, alla periferia sud-ovest del capoluogo lombardo, è parte integrante del Parco Agricolo Sud Milano, una sorta di green belt che ha consentito di contenere le spinte insediative generate dalla metropoli  su di un territorio ad antica vocazione rurale. Nel caso del sistema delle risaie tra Naviglio Grande e Naviglio Pavese si  tratta di attività agricole interne all’ambiente urbano, un vero esempio di produzione a chilometro zero che nell’area metropolitana milanese ha dato vita ad un distretto agricolo al quale aderiscono decine di aziende.

Questo scenario incoraggiante, che spinge ad avere fiducia sul ruolo di produzione alimentare dell’agricoltura urbana, presenta però un limite evidente: i milanesi non si nutrono di solo riso. Ovvero, anche se la coltura più diffusa nell’area metropolitana fosse in grado di soddisfare la domanda dei suoi abitanti, i bisogni alimentari sono talmente diversificati da annullare in pratica qualsiasi traduzione nella realtà del principio del chilometro zero. Detto ancora in altri termini, i milanesi potranno senz’altro acquistare i prodotti delle aziende agricole del distretto metropolitano ma non potranno spuntare tutte le voci della lista della spesa facendo gli acquisti lì. Naturalmente questo ragionamento vale per le produzioni dell’agricoltura urbana e periurbana in genere, le quali, in modo analogo, si stanno organizzando in distretti per sostenere l’incontro tra offerta e domanda a livello locale.

Le colture che occupano gli interstizi tra una lottizzazione e l’altra o i terreni  limitrofi ai grandi insediamenti di edilizia economica e popolare (notoriamente realizzati espropriando terreni agricoli) vanno benissimo  perché sono parte integrante delle infrastrutture verdi che percorrono le città, perché diffondo tra i cittadini la consapevolezza che il rapporto città campagna si basa sulla produzione di cibo, perché i consumi locali contribuiscono all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica e sostengono progetti ad alta valenza sociale, perché il modello di produzione agricola in ambiente urbano è alternativo al paradigma di sviluppo rurale – ambientalmente insostenibile – sussidiato dalle politiche comunitarie europee, perché l’agricoltura urbana è un ottimo antidoto al consumo di suolo, eccetera.

E tuttavia non dobbiamo dimenticarci della lista della spesa e di come ci approvvigioniamo, ad esempio, di quel chilo abbondante di frutta e verdura che compongono le cinque razioni minime consigliate per una alimentazione sana. Al di là del modello di distribuzione commerciale al quale ricorrere –  spacci contadini, negozi di vicinato o grande distribuzione organizzata – il problema con il quale ci tocca sempre fare i conti è che la vasta gamma di prodotti agricoli che entrano nella nostra alimentazione hanno bisogno di terreni e climi adatti per poter essere coltivati. Indipendentemente dai sistemi di coltivazione – biologico o convenzionale  – quando va bene si riesce ad acquistare un prodotto a chilometro zero su cinque tra quelli che entrano nella dieta di una persona consapevole dell’importanza della varietà è in un’alimentazione sana.

Attenzione quindi agli slogan quando di mezzo c’è ciò che mangiamo perché i risvolti delle medaglie vanno tutti presi in considerazione, compresa la contraddizione di prodotti biologici che minimizzano gli impatti ambientali da un lato ma che li recuperano da quello delle emissioni per il trasporto, visto che vengono commercializzati a molte migliaia di chilometri dal luogo di produzione. Insomma si può rinunciare allo zenzero – ma anche alle banane e alle pere – se vengono dall’altra parte del mondo,  ma gli agrumi e l’olio di oliva sono parte integrante della nostra dieta anche se hanno il piccolo difetti di crescere solo in piccolissime nicchie a nord del 45° parallelo. Un bel problema per la moda del chilometro zero così diffusa, ad esempio, nella metropoli e nelle altre aree urbane di una regione – la Lombardia – che è in testa alle classifiche delle produzione agricole nazionali ma che non produce abbastanza frutta ed ortaggi per i suoi abitanti.

Forse, quando di mezzo c’è l’alimentazione sana ed anche il rapporto città campagna, più che uno slogan serve una valutazione sulle diverse vocazioni produttive di un determinato ambito territoriale, della quantità di persone che vi sono insediate e delle caratteristiche insediative. Aspetti riassunti dall’espressione bioregione, non certo una novità per chi si occupa di pianificazione del territorio. Senza immaginare scenari autarchici, anacronistici ed autoritari, forse si potrebbe partire da lì.

Riferimenti

Qui tutte le informazioni sul Parco delle Risaie.

Sulle opportunità ed i limiti dell’agricoltura urbana si veda l’interessante dibattito ospitato dal sito the nature of cities.

Sulla bioregione si veda, L. Giunta, Quando il Bio diventa Logico, Millennio Urbano, 12 marzo 2014

From farm to fork! Il commercio a km zero

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Foto S. Caramaschi

 

Il modo in cui mangiamo si riflette invisibilmente sulle nostre città. Il cibo ha la capacità di cambiare il paesaggio delle nostre città e influisce profondamente sull’economia locale, sulla salute e sui comportamenti dei cittadini. Il settore della distribuzione commerciale, nel corso degli ultimi decenni, è stato interessato da mutamenti notevoli per rapidità ed estensione che ne hanno modificato la struttura dimensionale, la composizione tipologica e le relazioni con il mercato. Queste trasformazioni, pur assumendo intensità e direzioni assai differenti a livello territoriale, hanno determinato il passaggio traumatico da un sistema distributivo locale di piccole dimensioni ad uno caratterizzato da medie e grandi strutture di vendita.

Le localizzazioni del commercio, sempre meno urbane e sempre più lontane dai centri, hanno generato effetti spaventosi e purtroppo a lungo ignorati: incremento dell’inquinamento, desertificazione dei centri storici, depauperamento di preziose aree edificabili a vantaggio di un’unica funzione, danni al sistema economico e ambientale, cambiamenti negli stili di vita, aumento degli sprechi, consumismo, omologazione, crisi dell’agricoltura, perdita di valori.

L’espressione “from farm to fork” è uno degli slogan più utilizzati a livello comunitario, adottato dalla European Food Safety Authority (EFSA) nel delineare la strategia di sviluppo UE che tende ad arginare gli effetti della grande distribuzione commerciale sul sistema agricolo europeo: letteralmente “dalla fattoria alla forchetta”, questa espressione ricuce una relazione atavica da tempo perduta, quella che lega agricoltori e consumatori. Le radici di questo orientamento vanno ricercate in una serie di scelte e iniziative passate: il modello agricolo europeo di Agenda 2000; i principi di multifunzionalità e di diversificazione dell’agricoltura promossi a partire dal Libro Verde del 1985; le politiche per il tracciamento e l’identificazione delle aziende coinvolte; l’impegno della Comunità Europea a tutela dei prodotti agroalimentari di qualità, delle produzioni biologiche e la riluttanza nei confronti delle produzioni OGM.

Queste iniziative di tipo politico si legano inevitabilmente alle esigenze e alla nuova sensibilità espressa dai cittadini, come la riscoperta del rurale e la rivincita delle campagne. I continui sviluppi tecnologici nella produzione degli alimenti, l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici, spinti da un’agricoltura sempre più specializzata, l’aggiunta di additivi e conservanti, in modo da accrescere la durata e l’appeal del prodotto, hanno portato infatti i consumatori a preoccuparsi maggiormente degli impatti del sistema di produzione industriale sulla salute e sull’ambiente. In aggiunta, la consapevolezza che i grandi operatori, sempre con maggiore frequenza, sfruttano tecniche per aumentare i profitti a danno dei consumatori, ha spostato l’attenzione verso altri tipi di consumo.

Si sono diffuse iniziative economiche e commerciali di rilievo nazionale e internazionale, come Slow Food, con il Salone del Gusto e Terra Madre, Eataly, Club Papillon, Crociera dei Sapori e Academia Barilla, ma il fenomeno che maggiormente e con più potenza si è mosso in questa direzione, con positivi effetti su cittadini e organismo urbano, è l’ascesa delle forme di commercio a Km zero. Non solo farmers’ markets, i mercati contadini dove si acquistano prodotti a chilometro zero direttamente dal produttore, ma anche spacci nelle cascine, dove i cittadini acquistano e portano in tavola cibo buono e sano, spendendo meno.

Grazie a queste attività sono promossi i prodotti alimentari locali, rafforzando il rapporto città-campagna e incoraggiando politiche di rilancio economico. Queste azioni preservano l’agricoltura e le attività ad essa connesse, attivando uno spazio pubblico che attrae un numero sempre maggiore di persone. Molti paesi europei stanno supportando la rivitalizzazione delle aree rurali attraverso politiche, legislazioni e progetti di cooperazione transazionale volti a elaborare strategie per lo sviluppo locale sostenibile ed equilibrato dei territori periurbani. Queste azioni si basano sulla valorizzazione, commercializzazione e promozione del consumo delle risorse agroalimentari locali. La via è lo sviluppo e il consumo di prodotti di qualità, nell’auspicio che detto consumo serva a valorizzare gli spazi periurbani non urbanizzati e generi un contesto sociale propizio alla loro salvaguardia.

Così nella capitale inglese si è sviluppato il progetto Capital Growth, un’iniziativa della London Food Linch, lanciata nel 2008 e sostenuta dall’amministrazione cittadina, che ha visto la nascita di centinaia di orti urbani. Il sindaco Johnson ha dichiarato: «I nostri cittadini hanno riscoperto il piacere di coltivare il proprio cibo e i benefici che possono trarne. Il progetto ha aiutato Londra a diventare più verde, un posto piacevole e allo stesso tempo capace di fornire cibo sano e locale».

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Foto S. Caramaschi

Valorizzare le produzioni agroalimentari di qualità, scommettere sui prodotti tipici locali, promuovere metodi di produzione rispettosi dell’ambiente e della salute sono solo alcuni degli effetti generati dal rilancio del commercio a Km zero che, più in generale, mira alla sensibilizzazione del pubblico per un consumo locale, equo e sostenibile. Supportando la presenza dei mercati contadini e/o la presenza di produttori locali, si ricongiunge la storica ed evolutiva unione tra città e campagna, rapporto che sta alla base dei metodi produttivi sostenibili per la produzione di cibo. L’aumento di produttori locali riduce la catena logistica e, grazie alla diminuzione della distanza percorsa da un alimento dal luogo di produzione a quello di consumo, è ridotto l’impatto ambientale, in particolare l’emissione di anidride carbonica.

Riferimenti:

Il sito del progetto londinese Capital Growth, con informazioni, dettagli e pubblicazioni.

Il blog del progetto URBACT “Sustainable Food in Urban Communities” che vede impegnate numerose città europee nella definizione di standard comuni sulla promozione dell’alimentazione sostenibile nei contesti urbani.