Jane Jacobs. Il centro città è per la gente

Con la pubblicazione di Downtown Is for People, in Fortune nell’aprile1958 e nello stesso anno nel libro The Exploding Metropolis edito dai redattori della rivista, la giornalista (*) Jane Jacobs inizia la sua opera di critica delle idee che hanno dominato l’urbanistica della prima metà del Novecento, poi portata a termine con la pubblicazione nel 1961 di Vita e morte delle grandi città. Il saggio, che costituisce una sorta di abbozzo del libro che ha reso famosa la sua autrice, è stato suddiviso in sette capitoli e tradotto da Michela Barzi.

Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

Quarto capitolo

Quinto capitolo

Sesto capitolo

Settimo capitolo

 

Nota

(*) E’ difficile dare una collocazione professionale a Jane Jacobs, che prima di diventare autrice di diversi libri era stata impiegata come redattrice di riviste di vario tipo. La dizione giornalista, ancorché imperfetta, riassume quindi la sua attività lavorativa al momento della pubblicazione di Downtown Is for People.

Jane Jacobs. Il centro città è per la gente. Capitolo VII

In cerca di spunti precisi

Quando si tratta collocare attività culturali gli urbanisti avrebbero una lezione da imparare dalla biblioteca pubblica di New York; essa sceglie come collocarsi similmente al più attento dei commercianti. Non è un caso se il suo edificio principale stia in uno dei migliori angoli di New York, quello tra la Forty-second e Fifth Avenue, un nobile punto focale. Nel lontano 1895, l’appena nominata commissione della biblioteca dibatteva su quale tipo di carattere la struttura avrebbe dovuto dotarsi. Decidendo di servire quanta più gente possibile, essa scelse quello che sembrava il punto centrale di una città che si stava sviluppando verso nord, lo chiese e lo ottenne.

Oggi la biblioteca colloca i propri distaccamenti cercando di scegliere un posto dove c’è molto traffico pedonale. Lo sperimenta piazzandoci una biblioteca mobile, e se i risultati sono conformi alle aspettative può affittare un negozio per una biblioteca temporanea. Solo dopo aver ottenuto la certezza che si tratta del posto migliore per raggiungere il maggior numero di utenti avviene la costruzione.

Recentemente, la biblioteca si è dotata di una nuova sede del settore distribuzione appena più il là l’incrocio tra la Fifth Avenue e la Fifty-third Street, nel cuore della più attivo settore di edifici direzionali, e ha incrementato la propria distribuzione quotidiana di 5.000 unità in un colpo solo.

La questione, è bene ripeterlo, è di lavorare con la città. Per quanto infangati e maltrattati, i nostri centri delle città funzionano. Essi hanno bisogno di essere aiutati, ma non certo di essere rasi al suolo. Boston è un esempio di centro città con eccellenti caratteristiche di compattezza, varietà, contrasto, sorpresa, carattere, buoni spazi aperti, e una mescolanza di attività di base. Quando i governanti di Boston decideranno di avviare il rinnovamento urbano, Filadelfia e Pittsburgh possono dimostrare come organizzarsi, Fort Worth può suggerire come gestire il traffico, e Boston avrà uno dei più bei centro della città esistenti.

Il cittadino

La notevole complessità e la vivacità del centro non possono mai essere creati dalla logica astratta di pochi uomini. Esso è in grado di fornire a tutti qualcosa solo perché è stato creato da tutti. Così dovrebbe essere anche in futuro; urbanisti e architetti possono portare il loro essenziale contributo, ma il cittadino è portatore di un contributo ancora più essenziale. E’ la sua città, dopo tutto; il suo lavoro non è quello di farsi convincere da progetti fatti da altri, ma di inserirsi nel bel mezzo dell’attività di pianificazione.

Non c’è bisogno che sia un urbanista o un architetto, o di arrogarsi le loro funzioni, perché ponga le domande giuste:

  • Come possono i nuovi edifici o i progetti di riqualificazione sfruttare al meglio le qualità specifiche della città? La città ha un affaccio sull’acqua che possa essere sfruttato? Una topografia insolita?
  • Come può la città legare i suoi vecchi edifici a quelli nuovi, così che ogni elemento diventi complementare all’altro e rinforzi qualitativamente la coerenza che la città dovrebbe avere?
  • I nuovi progetti possono collegarsi alle strade del centro della città?
  • I siti più disponibili possono essere trovati fuori dal centro della città, ma quanto distante? La scelta di un sito è anticipatrice di una normale crescita o essendo talmente lontano non riceve alcun supporto dal centro della città e non può nemmeno fornirglielo?
  • La nuova edilizia sfrutta le forti qualità della strada -, o praticamente la annulla?
  • Il nuovo progetto mescola ogni tipo di attività , o erroneamente le separa?

In breve, la città sarà divertente? Il cittadino può essere il massimo esperto in questo campo; ciò di cui c’è bisogno è un occhio che osservi, l’essere curiosi a proposito della gente, la volontà di camminare. Egli dovrebbe percorrere non solo le strade della propria città, ma anche quelle di ogni città che visita. Appena ne ha la possibilità deve esigere di fare una passeggiata di un’ora nel più delizioso parco urbano, nella più bella piazza della città, e dove c’è una panchina a portata di mano dove sedersi e guardare per un po’la gente. Capirà al meglio la sua città – e forse si impadronirà di qualche idea.

Lasciamo che siano i cittadini a decidere quali risultati finali vogliono, e sapranno adattare a loro il meccanismo delle riqualificazioni. Se nuove leggi sono necessarie, essi possono manifestare per ottenerle. Ad esempio i cittadini di Fort Worth lo stanno facendo ora; veramente i cittadini di tutte le grandi città in cui si prevedono considerevoli ricostruzioni hanno dovuto esercitare pressioni per una legislazione speciale.

Che fantastica sfida abbiamo davanti a noi! Raramente il cittadino ha avuto una tale occasione di rimodellare la città, per farne qualcosa che gradisce e che anche altri gradiranno. Se ciò significa lasciar spazio all’incoerente, al cattivo gusto o alla stravaganza, ciò fa parte della sfida, non del problema.

Progettare una città ideale è facile; ricostruirne una che sia in grado di vivere richiede immaginazione.

(Fine)

Qui il primo capitolo

Qui il secondo capitolo

Qui il terzo capitolo

Qui il quarto capitolo

Qui il quinto capitolo

Qui il sesto capitolo

Riferimenti

Jane Jacobs, Downtown is for People, Fortune,1958.

Jane Jacobs. Il centro città è per la gente. Capitolo VI

Dov’è questo luogo?

Questo approccio progettuale quindi non aggiunge nulla alla individualità della città; al contrario, la maggior parte dei progetti riflette una sicura fissazione per l’annullamento dell’individualità della città. Riescono persino ad annullarla quando grandi doni della natura vi sono coinvolti. Ad esempio Cleveland volendo fare qualcosa di impressionante sulla riva del lago Erie, sta pianificando un centro congressi isolato, e tutto il complesso sarà collocato sopra e sotto un’ampia piattaforma orizzontale di calcestruzzo. Non saprete mai che vi trovate sulla riva di un lago, a parte per la lontana veduta dell’acqua. Ma ogni centro città può sfruttare al meglio le sue peculiari combinazioni di passato e presente, clima, topografia, o errori di crescita. Pittsburgh è sulla strada giusta a Mellon Square (punto focale nella posizione ideale) dove il marciapiede lascia spazio a un’alta scalinata, movimentata da una cascata.  Si tratta di una bella drammatizzazione della natura collinare di Pittsburgh, ed è utilizzata naturalmente dove la strada scende in forte pendenza.

Gli affacci sull’acqua sono un gran vantaggio, ma sono poche le città che li utilizzano. Fra le dozzine delle nostre città che hanno il centro attraversato da un fiume solo una, San Antonio, ha fatto di questa caratteristica un particolare servizio a favore della città. Andate a New Orleans e scoprirete che l’unico modo di vedere il Mississippi è attraverso una passerella poco gradevole e circoscritta che conduce al traghetto. La vista giustifica il viaggio, e tuttavia non c’è nessun ristorante affacciato sul fiume, nemmeno un piccolo ristorante con terrazza dalla quale guardare i vaporetti, nessun posto da cui vedere lo scarico delle banane, o osservare le trivelle e le draghe e all’opera. New Orleans ha trovato il suo carattere affascinante nel passato nel Vieux Carré, ma il carattere del passato non è abbastanza per nessuna città, neppure per New Orleans.

Il senso di un luogo è composto, alla fine, anche da molte piccole cose, alcune tanto piccole che la gente le dà per scontate, e la loro mancanza si porta via ciò che caratterizza la città: l’irregolarità dei livelli, così spesso annullate dalle ruspe; diversi tipi di pavimentazione, segnaletica e pompe dell’acqua e illuminazione pubblica, scalinate d’ingresso in marmo bianco.

La città dei due turni

Dovrebbe essere inutile osservare che le varie parti di città qui descritte formano un tutto unico. Invece è necessario: l’approccio progettuale dominante nel pensiero odierno assume che sia desiderabile individuare le attività e ridistribuirle in modo ordinato – qui un centro civico, là un centro culturale .

Ma questa nozione di ordine è inconciliabilmente opposta al reale modo in cui il centro della città funziona; ciò che lo rende vitale è come i differenti tipi di attività si supportano l’un l’altro. Siamo abituati a pensare che il centro della città sia diviso in distretti funzionali –  per la finanza, lo shopping, il teatro – e in effetti lo è, ma fino a un certo punto. Non appena l’area diventa troppo esclusivamente dedicata a un solo tipo di attività e al suo indotto, essa comincia ad avere problemi: perde il proprio fascino per gli utenti del centro città, e rischia di diventare qualcosa da consegnare al passato. Midtown a New York, l’area con la più lussureggiante mescolanza di attività di base, ha dimostrato un potere di attrazione sproporzionatamente superiore per le nuove costruzioni rispetto a Lower Manhattan, anche se le attività direzionali a Lower Manhattan sarebbero più vicine alle grandi compagnie finanziarie e agli studi legali, e molto più lontane praticamente da tutto il resto.

Trovate il centro città più vivace in quello che ha le attività in grado di sostenere due turni di traffico pedonale. E di sera è tanto affollato quanto di giorno. Ne è un buon esempio a New York la Fifty-seventh Street: funziona di notte a causa degli appartamenti e residence dei dintorni; a causa della Carnegie Hall, e a causa  degli studi di musica, danza, recitazione, e speciali sale cinematografiche che sono state generate dalla presenza della Carnegie Hall. Funziona di giorno per via dei piccoli edifici direzionali sulla strada, e per quelli più grandi a est e ovest. Due turni del genere sono molto stimolanti per i ristoranti, perché garantiscono affari sia all’ora di pranzo che a quella di cena. E inoltre incoraggia ogni tipo di negozi e servizi che siano specializzati e che abbiano bisogno di una clientela setacciata tra ogni tipo di popolazione.

È una follia scoraggiare il funzionamento del centro della città su due turni, come ad esempio Pittsburgh è in procinto di fare. Pittsburgh funziona su un solo turno, ma ciò in teoria potrebbe essere rimediato attraverso il nuovo progetto di auditorium civico, al quale successivamente si andranno ad aggiungere una sala per la musica sinfonica e degli appartamenti.  Il luogo è nelle immediate adiacenze del centro di Pittsburgh, e le nuove strutture potrebbero essere collegate alla maglia stradale esistente. Spazi aperti di dimensioni urbane – non suburbane – potrebbero creare un punto focale, o un ambito gradevole, una stretta, magnetica congiunzione fra vecchio e nuovo, invece di costruire una barriera. Tuttavia, il progetto per Pittsburgh non tiene in alcun conto tutto ciò. Ogni immaginabile dispositivo– grandi arterie stradali, una vasta fascia a parco, parcheggi –  separano il nuovo progetto dal centro della città. L’unica cosa che manca è una muraglia impossibile da scalare.

Il progetto costituirà una impressionante visione dalle torri per uffici del centro, ma in quanto a rivitalizzare la città potrebbe anche trovarsi a miglia di distanza. L’errore era già stato fatto in precedenza, e gli effetti erano prevedibili: ad esempio l’auditorium e teatro dell’opera di St. Louis, isolato dal centro della città da aree e da edifici istituzionali, non ha generato alcuna attività circostante nei suoi ventiquattro anni di esistenza!

(Continua)

Qui il primo capitolo

Qui il secondo capitolo

Qui il terzo capitolo

Qui il quarto capitolo

Qui il quinto capitolo

Qui il settimo capitolo

Riferimenti

Jane Jacobs, Downtown is for People, Fortune,1958.