Equivoci sul verde in città

Una filosofia del verde urbano è questione seria ed essa ha innanzitutto bisogno di un glossario per inverarsi sia nella sua declinazione amministrativa che nella percezione collettiva della parte non edificata delle città. Vale la pena tornare quindi sulla polemica delle palme messe a dimora nelle aiuole di piazza del Duomo a Milano e farlo a partire da alcuni concetti sulla cui confusione spesso indugiano gli amministratori.

Partiamo quindi dalla nozione di giardino pubblico, al quale appartiene l’aiuola che di esso è una versione spazialmente limitata e preclusa alla pubblica fruizione. Sorvoliamo qui sulla storia dell’apparizione dei giardini pubblici nello spazio urbano per concentrarci solo un attimo sui loro aspetti progettuali e sulle relazioni di questi ultimi con gli elementi naturali. Rispetto allo scandalo delle palme a Milano ciò che qui interessa sottolineare è che i giardini, in ogni loro forma e manifestazione aiuole comprese, sono un consolidato esempio di globalizzazione botanica e l’arte della composizione delle differenti specie vegetali ha storicamente cercato di essere qualcosa di distinto dalla rappresentazione della natura circostante. Segno di questo scostamento dalla imitazione della natura può essere colto da ciò che scriveva nel 1838 lo scozzese John Claudius Loudon in The Suburban Garden. Piantare alberi e arbusti non autoctoni era l’unico modo per fondare un’arte del giardinaggio altrimenti impossibile, dato che la semplice imitazione della natura non ha di per sé qualità artistiche. A partire dalla metà del XIX secolo il principio dello stile gardenesque, che ha influenzato tanto i giardini privati quanto quelli pubblici, si è andato via via consolidando come un vasto repertorio di piante esotiche.

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Foto C. Fissardi

Di esse fanno parte le palme cinesi (Trachycarpus fortunei) piantate nell’aiuola tripartita di piazza del Duomo che hanno stupidamente fatto gridare all’africanizzazione di Milano. A ragione il progettista del recente allestimento sponsorizzato da Sturbucks ha affermato che non c’è da meravigliarsi dell’uso delle palme e dei banani, perché soprattutto le prime, nella versione cinese climaticamente più adattabile, sono presenti da oltre un secolo anche nei giardini lombardi. L’esotismo della composizione vegetale, che sta per essere completata di fronte al monumento che di Milano è il simbolo, non ha quindi di per sé nulla di scandaloso ed è una solenne stupidaggine rivendicare il primato delle piante autoctone negli allestimenti delle aiuole.

Eppure nel precedente allestimento della piccola area verde di piazza del Duomo, realizzato grazie ad un differente sponsor nel 2014, un insieme di alberi, arbusti e piante erbacee “autoctone della pianura Padana” aveva sostituito i “fiorellini laccati e cavolfiori ornamentali nel luogo simbolo di Milano”. “ La natura entra in città. E lo fa dalla porta principale”, era la perentoria affermazione che accompagnava la descrizione giornalistica della nuova filosofia milanese del verde urbano, che “non asseconda il gusto del momento con fiori che durano una stagione, ma preferisce specie perenni, nella loro forma spontanea, che rappresentano il territorio”. Qui sta lo scandalo, almeno nel significato etimologico di inciampo: solo tre anni  fa l’obiettivo era la rinaturalizzazione delle aree verdi, con conseguente risparmio sui costi di gestione, e ora si dà via libera ad una interpretazione decisamente artificiale dell’aiuola che fa parte della pavimentazione della piazza simbolo di Milano. Quanta confusione, quindi, tra i carpini del 2014 e le palme del 2017, riguardo la funzione ecosistemica e simbolica del verde urbano

Le palme dello scandalo, al di là del dibattito sul valore estetico del nuovo allestimento dell’aiuola, potrebbero fornirci l’occasione per interrogarci sulla funzione di quel fazzoletto di verde non fruibile a chiusura di una piazza che è ormai anche uno dei centri nevralgici dei flussi turistici globali. Rispetto poi al fatto che non vi è dubbio che un’aiuola abbia eminentemente una funzione ornamentale c’è però da chiedersi cosa significhi questa infinitamente piccola mimesi della estremamente grande diversità botanica del pianeta modificata ogni tre anni per iniziativa dello sponsor di turno con l’alternanza di flora locale e globale. Quali forme e funzioni alternative a quelle puramente decorative possono invece essere immaginate per le aree verdi che fanno parte dello spazio pubblico e come esse possono adattarsi ai bisogni e alle diverse modalità di fruizione della città?

A questo riguardo una riflessione può essere fatta a partire dalla foto del 1943 che fa da testata a questo articolo. Durante l’ultima guerra la necessità di trovare spazi per la produzione di cibo in una città ridotta alla fame non aveva risparmiato l’aiuola di piazza del Duomo, dove al posto delle piante ornamentali fu seminato il grano. In anni più recenti Renzo Piano e Claudio Abbado avevano pensato a quell’area  per mettere a dimora una piccola parte dei 90.000 alberi che avrebbero dovuto costituire il rimedio principale ai mali ambientali di Milano secondo la provocatoria proposta del grande direttore d’orchestra. Essa aveva sicuramente il pregio di considerare il verde urbano molto al di là della funzione decorativa da mero compendio vegetale delle composizioni architettoniche tipico della tradizione Beaux-Art. Tra la decorazione vegetale, la produzione di cibo e la valenza ecosistemica si snoda tutta l’indeterminatezza del concetto di verde urbano, che include una certa quantità di usi diversi del suolo: dalle aiuole spartitraffico alle aree agricole e boschive interne alla città, passando per i parchi pubblici, le aree cani, i giardini privati e persino le terrazze e i balconi.

Il passaggio dalla gestione pubblica a quella sponsorizzata di quella porzione di verde urbano rappresentata dall’aiuola di piazza del Duomo dovrebbe quindi farci riflettere su quanto sia fondato continuare a considerarla tale. Tanto le piante autoctone quanto quelle esotiche vengono temporaneamente messe a dimora in una scenografia di elementi vegetali che diventa un episodio del paesaggio urbano. Se la sua funzione è simile a quella che hanno le fioriere sui balconi degli edifici, essa avrà necessariamente poco a che fare con il concetto di “area verde” inteso come spazio non edificato e non impermeabilizzato. Se è così lo scandalo delle palme non deve sorprendere, ma invece deve meravigliare la confusione che regna sul concetto di verde urbano. Esso viene continuamente sbandierato come elemento cruciale di concetti quali la sostenibilità, la resilienza e l’equità sociale delle città, finendo così per far parte della ulteriore confusione che attorno ad essi gravita. Spesso utilizzato per operazioni di creazione preventiva del consenso delle politiche pubbliche, esso viene infine assimilato all’idea di bene comune che piace tanto agli amministratori in virtù della sua genericità.

Se si vuole affrontare seriamente una nuova filosofia del verde urbano che lo sottragga innanzi tutto alla mera funzione decorativa, diventata economicamente insostenibile per le casse pubbliche, si deve prioritariamente far uscire il concetto dalla vaghezza con il quale lo si evoca quando di mezzo ci sono questioni importanti come il rapporto tra pubblico e privato nella gestione delle città.

Riferimenti

L. De Vito,Orti perenni e prati fioriti la nuova filosofia del verde inizia da piazza Duomo, La Repubblica, 4 luglio 2014.

La foto di testata è tratta dal sito del Corriere della Sera.

Jane Jacobs a sproposito

Quasi tutti i giorni vado a passeggiare nel parco vicino a casa con il mio cane. La sua presenza decide il percorso da fare. Esistono nei parchi urbani aree dove i cani possono correre, zone risparmiate dall’architettura del paesaggio, dove la vegetazione cresce spontanea e abbonda la biodiversità. Il mio cane adora queste aree piene di tracce da annusare.

Non ho mai temuto di essere aggredita durante queste passeggiate e non certo perché io mi senta rassicurata dalla sua presenza. Non ho alcun timore a lasciare i percorsi principali del parco, ad allontanarmi dalle zone che normalmente vengono frequentate dagli anziani del quartiere, o dai bambini e dai loro genitori.

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Foto M. Barzi

Non programmo il percorso in relazione a quante altre persone presumibilmente incontrerò: gruppi di ragazzi che prendono il sole o si radunano sotto qualche grande albero, adulti che leggono un libro seduti su di una panchina, soggetti di tutte le età che fanno esercizio fisico, signore con il cane che passeggiano come me. So che nessuna di queste presenze costituisce una minaccia, immagino anche che esse siano l’unica mezzo per evitare che si concretizzi.

Eppure il tipo di percorso che il mio cane mi spinge a fare prevede di procedere lungo tratti nei quali difficilmente s’incontra anima viva, luoghi oggettivamente ideali per un agguato. Ma per diventare pericoloso non basta che un luogo sia poco frequentato, bisogna anche che ci sia qualcuno che decida di usarlo come terreno di caccia e che individui una possibile preda, qualcuno che sia intenzionato ad aggredire, avendo studiato la possibilità di agire indisturbato. Naturalmente non posso escludere  a priori che il mio abituale percorso possa diventare il terreno di caccia di un predatore e tuttavia non credo alla possibilità che lo diventi.

Perché  continuo a passeggiare in quel parco preferendo le sue zone meno frequentate? Perché non prendo in seria considerazione il rischio di fare la stessa esperienza di quella donna milanese, aggredita in pieno giorno mentre correva in un parco qualche giorno fa? Non sarebbe per me più saggio ignorare le preferenze del cane per il verde pubblico meno gestito e frequentato ed individuare per la camminata quotidiana un luogo un più sicuro, un viale del parco o  una zona della città dove i marciapiedi sono spesso pieni di persone? Perché non considerare quelle zone marginali del parco – di fatto elementi residuali di naturalità nell’ambiente urbano – come semplici infrastrutture verdi ed evitarle come se fossero fatte di cemento e asfalto?  Per tutte queste domande c’è una sola semplice risposta: perché non voglio rinunciare ad una passeggiata solitaria per paura di essere aggredita.

Non ho nessuna ragione di pensare che il quartiere dove abito, il suo parco ed  i suoi recessi più nascosti, siano luoghi pericolosi. Non ho paura di camminare su strade dove ci sono negozi, bar, uffici, abitazioni e persone che da quei luoghi vanno e vengono e che usano i loro occhi per osservare ciò che succede nello spazio che attraversano. E se non ho paura di cosa potrebbe succedere nel parco che frequento abitualmente è perché – notava giustamente Jane Jacobs – i parchi di quartiere subiscono essi stessi l’influsso diretto e decisivo dell’ambiente che li circonda.

Esperienza e osservazione

Bisogna proprio voler sovvertire la realtà, allora, se si sostiene che quanto è accaduto a quella donna milanese dipende dalla mancanza di quegli occhi sulla strada, gli sguardi delle persone che, secondo Jane Jacobs,  osservano ciò che succede e ci consentono di non avere paura a camminare per strada. Quelli sono gli occhi di chi lavora, abita e si sposta sulla strada. Una simile densità di occhi e di capacità di osservazione non ci sarà mai in un parco, luogo di transito e di temporanea permanenza che, per questo motivo, non può essere considerato insicuro.

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Foto: M. Barzi

Affermare che gli aggressori di quella donna abbiano approfittato della presenza di un’area a parco,  equivale a sostenere che la responsabilità dell’agguato non è di chi lo ha perpetrato ma di chi ha progettato quel luogo, e delle regole che consentono alla città di dotarsi di simili luoghi .

Che mondo meraviglioso sarebbe quello in cui basta cambiare la forma dei luoghi per cambiare, in un colpo solo,  anche la plurimillenaria cultura di una parte dei suoi abitanti. Quanto avanzerebbe l’umanità se, inducendo semplicemente le donne a correre o passeggiare lungo una strada molto frequentata, si riuscisse ad eliminare la propensione di qualche uomo a considerarle prede.  La realtà è che le donne sono molestate anche mentre camminano nel centro affollato di una grande metropoli, esperienza ripresa in un video girato nelle strade di Manhattan e proposto da numerosi quotidiani come strumento di riflessione sulla pervasività del sessismo .

Che senso ha quindi interpretare il contesto spaziale di una violenza – un parco urbano  – da una parte riferendosi a Jane Jacobs e deliberatamente ignorando, dall’altra, la sua interpretazione del carattere e del senso di un simile luogo? Sarebbe stato molto più sensato, e anche onesto, cercare di capire perchè si viene aggredite correndo in un parco limitandosi a raccontare l’esperienza delle donne, la sua fondamentale differenza rispetto a quella degli uomini. Un’esperienza che aveva consentito a Jane Jacobs di capire che l’ambiente urbano è fatto di cose assolutamente concrete, per descivere le quali non c’è minimamente bisogno di prendere il volo verso chimere metafisiche.

Riferimenti

Postilla a, Noi: libere di correre senza paura, Eddyburg, 4 novembre 2014 .

Qui il video, Passeggia per strada a New York. Molestata 108 volte in 10 ore, Corriere della Sera, 29 ottobre 2014.

Le frasi in corsivo sono tratte da J. Jacobs, “Vita e morte delle grandi città”, Torino, Einaudi, 1969 – 2009, p. 88.

 

Tutti i colori del verde

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Un’area per la sosta all’interno di un parco urbano. Foto: M. Barzi

Tra le critiche, spesso interessate, mosse all’urbanistica novecentesca vi è il  privilegiare, nella gestione dello spazio urbano, l’approccio quantitativo a quello qualitativo. In particolare il concetto di dotazione pro capite di aree verdi fruibili per le attività di svago,  gioco e  sport è spesso stato oggetto di critiche, e di veri e propri attacchi finalizzati alla sua demolizione, da parte di coloro che in generale avversano il concetto di standard urbanistico. D’altra parte, l’idea che ci sia una relazione tra spazi edificati e non ha probabilmente più a che fare con il concetto di sostenibilità degli insediamenti rispetto a quello di fruizione, il quale non è detto che entri nel rapporto numerico abitante/verde pubblico.

Ecosistema urbano

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Un’area naturale riconvertita in parco pubblico. Foto: M. Barzi

Tuttavia uno degli indicatori di vivibilità dell’ambiente urbano è proprio la presenza di spazi aperti dedicati alla ricreazione psicofisica degli abitanti, al potenziamento della biodiversità e al miglioramento della qualità paesaggistica delle città. La presenza di suolo non impermeabilizzato e coperto da vegetazione è uno dei tasselli dei cosiddetti servizi ecosistemici, garantiti soprattutto dalle aree naturali ed agricole, ma anche dalla rete degli spazi verdi. Al di là della quantità di metri quadri per abitante, i parchi ed i giardini pubblici, le aree per il gioco e lo sport, le aiuole e le alberature hanno un ruolo preciso all’interno delle funzioni urbane difficilmente derogabile e sostituibile da una rimodulazione in senso qualitativo. Dato per scontato questo aspetto, resta il fatto che alcuni aspetti del verde urbano raramente vengono prese in considerazione quando si tratta di normare la sua presenza e gestione.

Funzioni secondarie

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Un esempio di verde come arredo stradale. Foto: M. Barzi

Se da una parte si moltiplicano le iniziative per potenziare la biodiversità in ambito urbano, attraverso il rafforzamento della rete degli spazi verdi, naturali, semi-naturali ed antropizzati, dall’altra le funzioni che essa svolge rispetto alle altre componenti della vivibilità urbana resta piuttosto nell’ombra. Ancora una volta è la cultura auto-centrica che domina sull’organizzazione delle città a marginalizzare le potenzialità degli spazi aperti perché se la modalità di spostamento prevalente è automobilistica la presenza della vegetazione lungo la rete stradale e nello spazio costruito diventa secondaria. Le auto infatti non hanno nessun giovamento dall’ombra e dalla frescura delle piante, anzi, semmai la loro presenza è spesso gurdata come un ostacolo dalla cultura che la sottende.

Accessibilità e mobilità

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Un grande parco pubblico urbano. Foto: M. Barzi

Nelle città dominate dall’auto si può benissimo avere solo qualche grande parco attrezzato per ogni tipo di fruizione – dalla sosta al passeggio, dal gioco alle attività motorie – e funzione – dal drenaggio dell’acqua piovana al potenziamento della biodiversità – perché si dà per scontato che in gran parte le persone vi arriveranno in auto. Per il resto il verde urbano viene riassunto dalle aiuole dell’arredo stradale. Al contrario, una visione alla scala del quartiere, e dal punto di vista del pedone, delle aree libere pone innanzitutto la questione della loro accessibilità. Raggiungere a piedi un parco o un giardino pubblico, impiegando al massimo 10 minuti, rafforza la funzione urbana del parco o giardino e la possibilità che le persone camminino. Allo stesso modo la presenza diffusa di superfici, anche di piccole dimensioni, coperte di vegetazione, da attrezzare per la sosta tra un punto e l’altro (i negozi, la banca, la posta, le scuole, eccetera),  facilita i percorsi a piedi o in bicicletta. Potersi fermare a riposare,  seduti su di una panchina all’ombra, magari con una fontanella dell’acqua potabile nelle vicinanze, è un modo per promuovere la mobilità sostenibile.

Permeabilità del tessuto urbano

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Esempi di spazi verdi attorno ad edifici scolastici. Foto: M. Barzi

Tornando alla dotazione di verde nello spazio urbano, c’è un approccio solo percettivo al tema che preferisce sacrificare la fruizione quando di mezzo c’è la conservazione di una presunta funzione paesaggistica. Ci sono molti giardini, realizzati su proprietà pubbliche,  che restano totalmente o parzialmente inaccessibili a causa di una loro gestione solo decorativa. E’ il caso degli spazi verdi che circondano molti edifici scolastici o che spesso affiancano le stazioni ferroviarie. Fatte le dovute eccezioni, visto che nelle scuole dell’infanzia e primarie le attività all’aperto fanno parte di quelle didattiche, i giardini che circondano le scuole potrebbero essere resi accessibili anche solo per potenziare la permeabilità del tessuto urbano alla mobilità pedonale e ciclabile. Poter attraversare questi spazi aperti avrebbe anche una valenza educativa: un invito rivolto ad insegnanti ed alunni a recarsi a scuola a piedi o in bicicletta. Nel caso delle stazioni ferroviarie, l’accessibilità alle loro aree verdi avrebbe un impatto diretto su ambiti urbani ad alta frequentazione, dove gli utenti non sono solo i passeggeri in transito ma i cittadini in genere.

Spazio pubblico e socialità

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Un lotto libero all’interno di un quartiere suburbano. Foto: M. Barzi

Le città sono piene di aree verdi residuali, come le aiuole e le fasce verdi attorno a numerosi edifici pubblici, che potrebbero diventale luoghi per la sosta all’interno dei percorsi urbani ciclopedonali. Se invece delle solite piante ornamentali ospitassero qualche semplice elemento dell’arredo urbano, come le panchine o le rastrelliere per le biciclette, esse diventerebbero dei nodi di una rete della mobilità sostenibile nella quale potrebbe essere incluse anche le fermate del trasporto pubblico. Il complessivo miglioramento dello spazio urbano , attraverso una maggiore presenza di piccole zone dominate dalla vegetazione, avrebbe evidenti ricadute sulla vita pubblica, poichè anche pochi elementi di naturalità invogliano le persone ad uscire di casa. Secondo un’analoga prospettiva gli spazi verdi all’interno degli insediamenti dell’edilizia popolare, spesso di notevoli dimensioni, potrebbero essere gestiti come giardini di quartiere, anziché essere una specie di copia del verde condominiale dell’edilizia privata. Sul versante opposto, nei quartieri suburbani, dove prevale l’idea che l’unico verde utilizzabile sia quello dei giardini privati, i lotti inedificati e di risulta delle lottizzazioni potrebbero essere utilizzati per dare vita ad orti o a spazi per il gioco ed il movimento all’aperto a gestione comunitaria.

Monitorare il verde urbano

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Un giardino chiuso al pubblico a fianco ad una stazione ferroviaria. Foto: M. Barzi

La multifunzionalità del verde urbano, qui solo sommariamente esemplificata, difficilmente riesce ad essere riconosciuta in assenza di un attento monitoraggio della presenza, consistenza e qualità delle superfici verdi all’interno delle città. Riconoscere che migliorare la disponibilità, accessibilità e fruibilità delle aree aperte è un obiettivo fondamentale per una gestione più equa dello spazio urbano implica la messa a punto di criteri di valutazione necessari per la programmazioni delle azioni future. Da questo punto di vista i rapporti che dal 2010 l’associazione New Yorkers for Parks  redige sul verde pubblico di alcuni quartieri di New York, valutandolo in base all’Open Space Index, sono un utilissimo esempio di come avviare questo tipo di mappatura. Anche se i contesti sono molto particolari – come nel caso del quartiere oggetto del rapporto 2014, Mott Haven, trai più poveri e ad più alto tasso di criminalità della città – questo tipo di ricognizione può essere utilizzato per altre analoghe da realizzarsi alla scala di un agglomerati urbani simili per estensione e/o popolazione.  E tuttavia – conviene ripeterlo – alla base di iniziative come quella di New Yorkers for Parks c’è una visione che mette al centro delle politiche urbane l’equità e della programmazione il quartiere, ovvero il luogo dove vivono le persone.

Riferimenti

New Yorkers for Parks, Mott Haven Open Space Index, 2014