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Canagliacrazia

Il 27 ottobre 2005 iniziano le rivolte delle periferie francesi che spingono il governo allora in carica a decretare lo stato d’emergenza. Il ministro degli Interni di quel governo, Nicolas Sarkozy, due giorni prima dell’inizio delle rivolte aveva definito racaille gli abitanti delle banlieue.

La feccia, traduzione del termine usato da colui che due anni dopo sarebbe diventato presidente della Francia, è un sinonimo di canaglia (canaille). A questi due aggettivi può essere associato anche voyou, che ha in radice la parola voy (via), tipico del linguaggio parlato in particolare a Parigi che definisce un popolano sgradevole e maleducato. Secondo il dizionario Littré, banlieue indica un territorio nelle vicinanze e sotto la giurisdizione di una città. Esso nasce dall’unione di ban, bando – da cui discende anche bandito – e lieue, luogo.

Due anni prima dei fatti del 2005, Jacques Derrida (1930-2004) analizzava il termine voyou mettendone in luce la natura urbana, parigina appunto. Una parola che «non ha soltanto un’origine e un uso popolari, ma è destinata a designare qualcuno che, in ogni caso, per la sua provenienza sociale o per le sue maniere, appartiene a ciò che vi è di più popolare nel popolo. Il demos non è dunque mai lontano quando si parla della canaglia. Né la democrazia molto lontana dalla canagliacrazia (voyoucratie)».

In Voyous ( Éditions Galiléens, 2003), che nella traduzione italiana (Raffaello Cortina, 2003) diventa Stati canaglia, Derrida si domanda a quali condizioni una politica democratica della città possa prendere in considerazione la canagliacrazia e il suo avere luogo nella banlieue. È una domanda alla quale, purtroppo, molta della retorica sulle periferie si guarda bene dal dare risposta, ma che le ondate di populismi – si pensi al redivivo fenomeno dei gilets jaunes – pongono con rinnovata urgenza.

«I demagoghi denunciano talvolta le canaglie, ma proprio loro fanno spesso appello alle canaglie, nel tipico stile popolare del populismo sempre sul limite indecidibile tra il demagogico e il democratico». Sembra non essere trascorso il quasi quarto di secolo che separa questa affermazione dall’attualità. « Da un punto di vista politico, i rappresentanti dell’ordine, le forze dell’ordine borghese o dell’ordine morale, tentano di presentare come canaglie tutti i rivoltosi, gli agitatori, i ribelli, perfino i rivoluzionari, che provengano o no dai quartieri malfamati o dalle periferie, che innalzino o no barricate, come nel 1848, nel 1870 o nel 1968, che si lascino andare o no ad atti di vandalismo, di banditismo, se non addirittura di grande criminalità o di terrorismo. Questo vale tanto per le rivoluzioni di sinistra quanto per quelle di destra. Il fascismo e il nazismo, il populismo, i movimenti di estrema destra oggi reclutano all’interno di una popolazione che si potrebbe tranquillamente descrivere come canagliacrazia. In questo ambiente (che di solito corrisponde ai sobborghi che circondano la città) mancano spesso i criteri per distinguere tra la canagliacrazia e il popolo inteso come plebe».

Per Derrida la canagliacrazia «costituisce già, e persino istituisce, una sorta di contro-potere o di contro-cittadinanza, (…) L’ambiente della canaglia è per prima cosa la città, la polis, la metropoli, addirittura la capitale. E quando si parla di canaglie, la polizia è sempre nei paraggi. Il vocabolo parigino reca in sé una discriminazione tra i quartieri di Parigi (borghesi o popolari), e poi tra la Parigi al di qua delle mura e la periferia. Tra le due si trova la zona malfamata dei bastioni, ossia la frontiera preferita da tutte le canaglie. In genere, si suppone che ci siano più canaglie in periferia. Una politica democratica della città deve sempre iniziare dall’ardua domanda: “Che cosa vuol dire periferia?”, ossia: “Che cos’è una canaglia?”, “A quali condizioni è possibile una canagliacrazia?” ».

L’origine urbana della canaglia la fa quindi diventare una questione politica, come dimostrano gli esiti dei recenti saccheggi nelle città francesi e a Milano. Il suo essere basata nelle banlieue d’Europa dovrebbe imporre ai politici locali di guardare in faccia la realtà che amministrano e di smetterla di invocare l’unicità della condizione francese. Quello delle banlieue è un problema che Milano dovrebbe affrontare portando lo sguardo molto oltre i confini del comune. Non più al di là della circonvallazione che delimita il centro (il quale da molto tempo ha smesso di essere identificato con la cerchia dei bastioni), ma nei territori della città e della regione metropolitana, che comprende pezzi delle province confinanti. È dai comuni collegati con la città tramite le linee suburbane di Trenord che in maggioranza è arrivata quella rete composta dalle «singole canaglie, gli individui dai costumi e dalla moralità dubbi che la buona società vorrebbe combattere ed esclu­dere dando loro dei nomi che sono quasi sinonimi », dei quali fa sicuramente parte il molto milanese maranza, quasi una rivisitazione del parigino voyou. I cosiddetti quartieri difficili – la Barona, il Corvetto, San Siro, il Giambellino, solo per citarne alcuni – non bastano più a spiegare un fenomeno che si organizza in rete e che si manifesta fisicamente grazie alla rete del trasporto pubblico locale. Esso abita a poco più di mezz’ora dalle stazioni di Cadorna e Porta Garibaldi, nei territori delle province di Varese, Como, Monza e Lecco, circola nel Passante Ferroviario arrivando da quelle di Pavia e Lodi, punta direttamente al centro grazie alla linea di metropolitana che lambisce quella di Bergamo. Le banlieue del capoluogo lombardo sono gli ex paesi di un territorio che ha smesso di essere rurale dallo scoppio del boom economico o le città dell’antica industrializzazione che da tempo fanno i conti con le dismissioni e loro implicazioni fisiche, economiche e sociali. Se, come afferma Derrida, esiste un ambiente della canagliacrazia, è bene imparare a riconoscerlo ovunque esso si trovi.

L’immagine di copertina è tratta da Il Post.

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.