Davvero non capisco perché la gente viaggi per il mondo per conoscere paesi e popoli se sarebbe più semplice venire a New York a vedere il mondo intero e tutti i popoli in un unico posto, in un’unica città. Che cos’è che non trovate nella Grande New York? Se volete vedere l’Africa, al prezzo di un nichelino andate a Harlem e la trovate. Se volete vedere la Cina, andate a Chinatown. Al prezzo di un nichelino potete andare a vedere gli arabi, i figli del profeta Maometto, gli spagnoli dagli occhi neri alla barbetta nera, i variopinti italiani, i nostalgici russi. Qualora vi venga voglia di vedere un angolo di Berdičev, un tratto del vicolo della macelleria di Vilna, un pezzetto di via Krochmalna a Varsavia, non è difficile da fare nemmeno questo. Inoltre, potete vedere persino gli americani se volete vederli qui. Quando parlo di conoscere il mondo a New York naturalmente non penso ai newyorkesi. I newyorkesi sono quelli che conoscono di meno la loro città, più di un abitante di New York residente in città da un bel po’ di decenni, spalanca gli occhi quando mi sente parlare dei quartieri e dei posti interessanti di New York.
Quando scrive queste parole, il 6 ottobre 1932, Israel Joshua Singer era da poco arrivato a New York per curare l’allestimento teatrale del suo Yoshe Kalb messo in scena dallo Yiddish Art Theater. Anche durante gli anni più duri della Grande Depressione, la metropoli continuava a essere la porta di accesso per migliaia di immigrati dall’Europa e dall’Asia e uno degli approdi preferiti dagli afroamericani che dagli stati rurali del Sud si spostavano nelle grandi città industriali del Nord.
Nella sua scoperta del Melting Pot, il crogiolo che è anche il titolo dell’opera teatrale di Israel Zangwill del 1908 e che rappresenta la natura più autentica dell’insieme dei cinque distretti urbani, il quartiere che più impressiona Singer è Chinatown, un pezzo di Cina in America isolato visivamente dal resto della città.
Anche altri popoli si sono trasferiti a New York e hanno impresso il loro stampo sulle strade e sui vicoli newyorkesi, ma anche New York ha impresso il suo stampo in questi quartieri. Ne è nato un miscuglio tra New York e la città italiana di Napoli, tra New York e Berdičev*.
Singer si riferisce alla città dell’Ucraina centro-occidentale, già parte della confederazione lituano-polacca e importante centro dell’ebraismo chassidico che, oltre ad aver dato i natali a Joseph Conrad (Josef Teodor Konrad Korzeniowski) e a Vassilij Grossmann (uno dei massimi autori del XX secolo in lingua russa) è stata una delle matrici dell’immigrazione ebraica askenazita negli Stati Uniti. Singer emigrerà anche lui nel 1934 dalla Polonia orientale a New York, seguito dal fratello Isaac Bashevis, che nel 1978 vincerà il Nobel per la letteratura. Quasi un secolo dopo quella New York raccontata da Singer, i cinque borough – Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island – sono ancora il mosaico etnico che lì, più intensamente che nel resto degli Stati Uniti, rappresenta l’America. I residenti nati all’estero rappresentano più di un terzo della popolazione, un dato sovrapponibile a quello degli anni ’30 del Novecento.
Il sindaco Zohran Mamdani ha voluto restituire la complessità demografica della Grande Mela con una mappa delle enclave di immigrati in cui il Melting Pot è frammentato in trenta quartieri che descrivono (con nomi preceduti dall’aggettivo little o che si concludono con il sostantivo town) i luoghi d’insediamento della popolazione di ventitré diversi paesi (anche se le due Little Africa di Staten Island e del Bronx non si sa bene di quali paesi rappresentino la popolazione immigrata). L’intento dichiarato era di segnalare ai turisti, particolarmente numerosi per via dei mondiali di calcio, quanto importante sia la presenza degli immigrati in una città di quasi nove milioni di abitanti. Che la loro presenza conti molto nell’identità newyorkese ne è dimostrazione lo stesso Mamdani, nato in Uganda da genitori indiani e diventato cittadino americano solo nel 2018.
Al di là della vicenda personale del giovane sindaco, e degli oltre tre milioni di suoi concittadini, sorge però una domanda: che senso ha mappare la presenza di enclave di immigrati quando sappiamo, da quasi un secolo e mezzo, che l’immigrazione negli USA è il fondamento del crogiulo rappresentato da Zangwill? La mappa sovrappone le enclave di immigrati ai quartieri a forte connotazione etnica, e con il prevalere del primo criterio sul secondo l’irritazione di storiche componenti etniche newyorkesi, come gli italiani, gli irlandesi e gli ebrei dell’est Europa (il gruppo al quale appartenevano i Singer) si è manifestata. Così, che la mappa fosse diventata un problema ha dovuto ammetterlo lo stesso Mamdami, il quale si è giustificato sostenendo che era la prosecuzione dell’opera del suo predecessore e ha promesso di voler rappresentare meglio le oltre duecento etnie di cui si compone NYC. Resta irrisolta la questione se sia davvero una buona idea mappare le enclave di immigrati, ovvero di quella componente della popolazione nata all’estero, ignorando i differenti gruppi etnici che, con il loro mescolarsi nello spazio urbano, hanno dato forma alla città. Questi ultimi si sono sentiti esclusi proprio da un’operazione che aveva come obiettivo l’inclusione degli ultimi arrivati. Ma, come dimostra un secolo di studi di sociologia urbana proprio dedicati alle dinamiche migratorie nella trasformazione delle maggiori città statunitensi (si pensi alla scuola di Chicago della quale faceva parte Louis Wirth, autore nel 1928 di The Ghetto), con l’interruzione delle catene migratorie le enclave tendono a dissolversi nello spazio urbano, secondo un processo di osmosi che favorisce il mescolamento. C’era proprio bisogno, quindi, di mappare ogni singolo elemento di questo processo se il suo destino è quello di finire inevitabilmente nel crogiolo che ha forgiato quella città e l’intera America?
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