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Città e storia

L’improbabile ritorno della città giardino

 

La città giardino ideale, concepita tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX dall’ex verbalizzatore delle sedute del parlamento inglese Ebenezer Howard nel suo celebre Garden Cities of To-morrow,  è un insediamento a metà tra città e campagna, dimensionato per 30.000 abitanti, con tipologie abitative diversificate secondo il reddito. Un’utopia scientificamente fondata, progettata per essere ripetibile.

Franklin D. Roosvelt la trovava un’idea eccellente e infatti la versione statunitense più conosciuta del modello originale si traduce nelle Greenbelt Towns (Greenbelt nel Maryland, Greenhills in Ohio, e Greendale in Wisconsin),  concepite nel 1935 da Guy Rexford Tugwell nell’ambito del New Deal come iniziative comunitarie per costruire alloggi a prezzi accessibili e decentralizzare grandi città come Washington, Cincinnati e Milwaukee. Ma il tipico layout dello schema  della città giardino- una piazza centrale che ospita le istituzioni civiche sulla quale s’innestano i viali che conducono alle zone residenziali della città –  è alla base anche della progettazione di  Canberra (1913), capitale dell’Australia, e in anni recenti ha influenzato quello delle comunità New Urbanism negli Stati Uniti .

La gloriosa tradizione urbanistica dei garden suburb  ha avuto i suoi migliori interpreti nel duo Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux e si basava sulla convinzione che gli insediamenti suburbani,  laddove il loro disegno si sforzasse di ricercare un’armonia con la natura, potevano possedere intrinseche virtù igieniche e civili. Essa viene celebrata in Paradise Planned. The Garden Suburb and the Modern City, con il quale Robert A. Stern, David Fishman e Jacob Tilove hanno inteso dimostrare che essa ha ancora molte utili lezioni da impartire.  Il libro si propone di essere, da un lato,  una rassegna di come l’idea di città giardino sia stata applicata nello sviluppo suburbano di mezzo mondo,  dall’altro una riproposizione della ricetta  per le trasformazioni delle città contemporanee attraverso un vasto repertorio di esempi analoghi . Il suggerimento sembra essere il seguente: questo modello insediativo ha dimostrato di funzionare abbastanza bene e, a ben vedere, Paradise Planned contiene anche molti suggerimenti per intervenire sulle città contemporanee e per risolverne i problemi.

Non si tratta di calare ricette dall’alto, esplicito riferimento alle critiche già formulate da Jane Jacobs, ma di valutare con attenzione il ruolo delle espansioni suburbane nello sviluppo di città che presentano situazioni problematiche. Secondo gli autori bisogna capire come dosare lo sviluppo suburbano esattamente come si interpretano i dati del colesterolo nel sangue: c’è quello buono e c’è quello cattivo.

Se le aree centrali di molte metropoli sono diventate economicamente insostenibili soprattutto per la classe media, quella che storicamente si è affidata alle espansioni suburbane per sentirsi parte di una comunità, allora sarà   meglio non demonizzare le espansioni suburbane, dato che il tema della rivitalizzazione delle aree centrali è già stato abbastanza esplorato e ha, tutto sommato, prodotto un crescente divario tra i pochi che possono permettersi un lussuoso appartamento centrale e i molti che vengono sospinti sempre più all’esterno delle aree urbane dall’innalzamento dei valori immobiliari.

BIBLIOGRAFIA

Robert A. Stern, David Fishman, Jacob Tilove Paradise Planned. The Garden Suburb and the Modern City, New York, Monacelli Press, 2013.