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Le città americane e la disobbedienza civile

La pratica di filmare con il cellulare e segnalare con fischietti e clacson la presenza degli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement nelle strade delle città americane, anche a costo dello scontro fisico con gli uomini dell’agenzia federale, fa parte della tradizione tipicamente statunitense della disobbedienza civile che nasce con Henry David Thoreau. In Resistance to Civil Government –On the Duty of Civil Disobedience del 1849, scritto per esprimere il proprio dissenso contro la schiavitù e la guerra di invasione degli Stati Uniti contro il Messico e la conseguente annessione del Texas, Thoreau afferma: 

«Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto». «Deve forse il cittadino – anche se per un momento o in minima parte – affidare la propria coscienza al legislatore? E allora perché ogni uomo è dotato di una coscienza?»

La disobbedienza civile scriveva Hannah Arendt nel 1970 è una risposta alla crisi del sistema rappresentativo che si manifestata, da una parte, attraverso il logoramento delle istituzioni pensate a garanzia dei cittadini e, dall’altra, con l’autoreferenzialità degli apparati politici. Quando Arendt scrive On Civil Disobedience il movimento di protesta contro l’intervento statunitense in Vietnam è al suo apice e si era fuso con quello per i diritti civili, guidato da Martin Luther King Jr. che, poco prima di essere ucciso, aveva individuato in quella guerra il veleno dell’anima americana.

Qualche mese dopo il discorso in cui il reverendo King aveva chiesto di smetterla di bombardare il Vietnam, Jane Jacobs scrive una lettera al The New York Times Magazine in cui afferma: 

Un atto di disobbedienza civile è giustificato di fatto diventa necessario – quando un individuo giunge alla seguente conclusione: il suo governo si sta comportando malignamente e stupidamente al di là dei limiti di ciò che egli percepisce come tollerabili; il dissenso, per quanto tentato con convinzione, ha dimostrato di non essere di alcuna utilità; una resistenza selettiva alla legge è preferibile alle varie alternative più subdole o più violente.

L’aver praticato la disobbedienza civile porterà Jacobs a subire due arresti: il primo, nel 1967, partecipando alla grande marcia contro la guerra del Vietnam da Washington D.C. al Pentagono e il secondo, l’anno successivo, avendo protestato contro l’audizione pubblica del progetto di autostrada Lower Manhattan Expressway, durante la quale il diritto di una comunità a esprimere i propri punti di vista per influenzare l’azione governativa non era stato per nulla garantito. Per Jacobs la disobbedienza civile prende forma quando «fuori dai corridoi del potere ci sono uomini e donne in grado di farsi un’opinione, di avere coraggio, di dar forma a delle intenzioni, di avere il comando delle loro anime, e di agire per proprio conto». Si tratta di qualcosa di paragonabile a quanto sta succedendo nelle città americane, in cui i cittadini stanno percependo che il governo sta superando i limiti di ciò che essi considerano tollerabile.

Che l’autrice della lettera mai pubblicata dal The New York Times Magazine sia la stessa persona che sei anni prima aveva dato alle stampe The Death and Life of Great American Cities non è un caso. Erano stati i «metodi di pianificazione e di ristrutturazione urbanistica» degli anni Cinquanta, che per il mezzo degli Housing Act 1949-1954 e del Federal-Aid Highway Act del 1956 avevano consentito ai pianificatori di scacciare, espropriare e sradicare gli abitanti dei quartieri etichettati come slum o collocati sul tragitto delle autostrade – come se quella gente fosse stata «assoggettata da una potenza conquistatrice» – a spingerla a scrivere quel libro. 

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Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.