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Le Olimpiadi a Milano e l’idea di cambiamento

Sotto l’Arco della Pace a Milano il marchingegno che ospita la fiamma olimpica resterà incappucciato fino al 6 marzo, data d’inizio delle Paralimpiadi. Siccome la sindrome degli apocalittici e degli integrati (della quale potete leggere qui) è molto diffusa tra i milanesi (in senso lato), la risposta alla domanda se i giochi facciano bene o male alle città e ai territori che le ospitano è di là da venire. Da una parte le Olimpiadi sono un volano per il turismo che può dare impulso alle economie locali, dall’altra sono un salasso finanziario per i luoghi ospitanti e portano all’iperturismo;  aumentano il commercio globale e l’importanza del paese ospitante ma costringono chi le ospita a realizzare infrastrutture e edifici costosi che dopo i giochi cadono in disuso; creano orgoglio nazionale ma gravano sui territori coinvolti.

Al di là dei bilanci, che sono ancora tutti da fare, le Olimpiadi, come tutti i grandi eventi, costringono coloro che vivono nei territori coinvolti a misurarsi anche solo con l’idea che i luoghi cambiano continuamente, anche se più o meno velocemente. Non mi occuperò qui del modo in cui i giochi invernali hanno trasformato i territori montani che li hanno ospitati: vista la quantità di discipline disputate la quota maggiore di cambiamenti spaziali coinvolge le valli delle tre regioni coinvolte. Qui vorrei ragionare brevemente di come i luoghi della Milano olimpica contribuiscono a veicolare un’idea di cambiamento che in realtà prescinde dai giochi.

Il primo e più importante aspetto trasformativo, più sul piano simbolico che su quello fisico, è che Milano, per le migliaia di persone che l’hanno attraversata nelle ultime due settimane, non aveva nulla a che fare con i suoi confini amministrativi. Rho Fiera Milano e Assago Forum, in versione Ice Arena, sono Milano, full stop, e anche Santa Giulia non è più solo un quartiere residenziale dietro alla stazione di Rogoredo. La Milano delle olimpiadi invernali finalmente coincide con la città metropolitana, quell’entità fumosa che si vede nel percorso in treno verso la Valtellina, ad esempio.

Il secondo principio generatore dell’idea che la città, come sempre è avvenuto da quando si chiamava Mediolanum, è destinata a trasformarsi riguarda quell’inizio di rigenerazione dello Scalo Romana che è il villaggio olimpico. Interessa poco qui disquisire sulla qualità architettonica del progetto della storica società statunitense Skidmore, Owings & Merrill, o sull’operazione immobiliare di COIMA che l’ha costruito, l’aspetto sul quale riflettere è a partire da quello che dopo i giochi diventerà uno studentato (di cui la città ha enorme bisogno) e un mix di social housing e di edilizia libera inserito nella ridefinizione della linea ferroviaria circolare. Non si tratta di questione da poco perché quelle aree, ora occupate dai binari, sono strategiche soprattutto perché senza di esse non è pensabile un sistema di mobilità a scala metropolitana che abbia come obiettivo prioritario l’abbattimento dell’utilizzo dell’auto privata, cioè una delle fonti degli inquinanti che ammorbano l’aria della regione metropolitana milanese e buona parte della Lombardia. I numeri di «uno dei più grandi progetti di ricucitura e valorizzazione territoriale in Italia e in Europa» sono i seguenti: «oltre 675mila m² di verde, 97 milioni di euro per la Circle Line, 32% delle volumetrie per funzioni non residenziali, 3.400 alloggi per le fasce sociali più deboli». La Milano del futuro prenderà forma sui 1.250mila m² di aree di trasformazione poste nei sette scali ferroviari dismessi oggetto dell’Accordo di Programma tra Comune di Milano, Regione Lombardia, Ferrovie dello Stato Italiane con Rete Ferroviaria Italiana e FS Sistemi Urbani, e Savills Investment Management Sgr. I dati, che si potevano desumere dal comunicato dell’ufficio stampa del Comune di Milano del 22 giugno 2017, restituiscono, ça va sans dire, sarà una città migliore, più verde, più smart e via aggettivando. Quasi nove anni dopo qualcosa di concreto appare e oggettivamente non è ancora il momento di trarre qualche conclusione.

Oltre le diatribe tra gli apocalittici e gli integrati, ciò che resta da fare va ancora raccontato e si spera che coloro che hanno la regia del cambiamento la sappia gestire bene, senza schermarsi dietro ai rendering o ai pareri delle archistar. E soprattutto sapendo raccontare un’altra storia rispetto al ritratto populista e conservatore della rigenerazione urbana di chi scrive dell’invenzione di Milano: una facciata per una gigantesca operazione speculativa. Ovviamente quanto è definibile con l’etichetta della rigenerazione urbana – che troppo semplicisticamente l’amministrazione comunale ha fatto coincidere con l’urbanistica – non può essere riassunto nella favoletta facile degli speculatori cattivi che corrompono il governo della città. La traduzione delle trasformazioni urbanistiche in cronaca giudiziaria è una trappola dalla quale si deve uscire al più presto e chi si candida a governare Milano deve attrezzarsi a raccontare una città che è sì economicamente e socialmente spaccata (lo sono tutte le grandi città come raccontava, ormai tredici anni fa, Bernardo Secchi) ma spazialmente cambiata in meglio: più connettività, assicurata dal trasporto pubblico, e disponibilità di aree verdi (molto resta ancora da fare in entrambi i casi) grazie alla trasformazione di aree dismesse (quindi senza consumo di suolo).

Expo – e sono passati quasi undici anni – qualcosa in questo senso ha insegnato. Il fatto che una parte dell’università Statale si stia trasferendo, fuori dalla formalità dei confini comunali, sull’area MIND grazie al collegamento su ferro (MM1 più nuova stazione del passante) è un altro seme dell’inevitabile cambiamento di Milano che sta dando i suoi frutti.

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.