O solitude, my sweetest choise. Henry Purcell, grazie ai versi di Katherine Philips, morta di vaiolo nell’affollatissima Londra del 1664, ci ricorda in musica che la solitudine, come condizione dello stare da soli, è una libera scelta. Condizione che poteva anche essere salvifica in presenza di malattie contagiose non ancora contrastate da vaccini o antibiotici ma solo dall’isolamento. L’inglese prevede che la condizione dell’essere soli sia descritta dalla parola loneliness, a cui il Regno Unito assegna una commissione ministeriale dal 2018. Il governo britannico è stato il primo al mondo a rendere pubblica una strategia di riduzione della solitudine che comprende iniziative come la “prescrizione sociale” da parte dei medici di base, ovvero indirizzare i pazienti che soffrono per le conseguenze dell’isolamento sociale (loneliness) verso programmi locali di attività di gruppo e di relazione. Il governo britannico, tramite il servizio sanitario nazionale, distribuisce fondi ai soggetti che si dedicano alla lotta alla solitudine e ai progetti per la sua riduzione. Si tratta quindi di provvedimenti di salvaguardia della salute pubblica che trovano applicazione nei differenti contesti locali, indifferentemente dagli aspetti insediativi che li connotano. Si possono, quindi, mettere in relazione le caratteristiche insediative con l’esclusione sociale, sia che si tratti di una condizione percepita che reale? Quali sono gli elementi dell’ambiente costruito che possono favorire l’esclusione sociale, o una condizione di isolamento che può diventare patologica sotto il profilo clinico?
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