Quando la città consuma la foresta

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Degrado forestale per consumo di legna da ardere. Foto W. A. Marzoli

I problemi ambientali e sociali legati alla deforestazione nei paesi in via di sviluppo sono emersi negli ultimi decenni  a partire dall’adozione del protocollo di Kyoto (1997) e successive integrazioni tuttora in divenire (COP x). Secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCC), circa il 20 per cento dei gas serra annualmente rilasciati nell’atmosfera sono causati dalla deforestazione, una quota superiore all’intero comparto planetario dei trasporti.

Mentre il problema della deforestazione è stato almeno compreso e alcuni timidi segnali di contrasto si intravvedono nelle iniziative a livello internazionale (si vedano ad esempio i meccanismi REDD+),  la questione del degrado forestale dovuto alla crescente domanda di biomasse legnose soprattutto da parte delle popolazioni urbane in fortissima crescita, è generalmente misconosciuto.

La deforestazione è un fenomeno repentino che implica il passaggio diretto da foresta a un altro uso del suolo (prevalentemente agricolo, commerciale o di sussistenza); il degrado forestale invece è meno visibile (specie attraverso il principale strumento di monitoraggio che sono le immagini da satellite) e si manifesta attraverso una progressiva diminuzione dei servizi ecologici della foresta. Uno degli indicatori della degradazione forestale  è la diminuzione dello stock e della biomassa legnosa dovuta ad un eccessivo prelievo di legno, sia in termini di legname da opera che di legna da ardere. Fra le tante cause della deforestazione  e della degradazione forestale  il consumo di legna da ardere(e/o carbone vegetale)  ha quindi una significativa incidenza sullo stato di salute presente e futuro delle risorse forestali, specialmente nei paesi via di sviluppo.

Le biomasse forestali sono indispensabili per soddisfare un’esigenza primaria della popolazione, cioè cucinare il cibo. La stragrande maggioranza degli abitanti del Terzo Mondo, sia rurali che urbani, non ha accesso ne’ a stufe a gas ne’ a stufe elettriche, e da secoli si serve del fuoco per cuocere gli alimenti. La necessità di accendere quotidianamente un fuoco, e non per scaldarsi, è vitale per miliardi di persone e tuttavia l’approvvigionamento del combustibile legnoso necessario avviene secondo modalità differenti negli ambiti rurali o urbani.

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Approvvigionamento di legna da ardere in ambito rurale. Foto W. A. Marzoli

In ambito rurale si tende all’auto-consumo, utilizzando le risorse forestali disponibili a portata di mano, anche se questo a volte implica percorrenze di svariati chilometri a carico delle donne del villaggio, specialmente dove la risorsa forestale è scarsa, come per esempio nell’Africa Saheliana.  In questi casi le popolazioni rurali ricorrono spesso a prodotti surrogati della legna come residui agricoli o addirittura, come nel Sub-Continente Indiano, a sterco bovino essiccato (cow dung). Nelle zone rurali il ricorso al mercato della legna o del carbone è quindi assai limitato, soprattutto per via dello scarso o quasi nullo potere di acquisto delle famiglie.

Il caso degli agglomerati urbani è differente. I milioni di persone che vivono negli slum o nelle periferie urbane non hanno accesso a risorse legnose a portata di mano e quindi devono acquistare sul mercato la quota di legna o carbone necessaria alla loro sopravvivenza. Tutto ciò genera un’enorme domanda di energia primaria, legata alla cottura del cibo, da parte dei poveri delle città che non può essere soddisfatta localmente, data la sostanziale assenza di biomasse legnose utilizzabili e di reti di distribuzione di fonti energetiche alternative alla legna, come gas, kerosene o energia elettrica, per non parlare delle fonti rinnovabili che sono praticamente inesistenti.

Questa domanda di energia si traduce in una pressione spaventosa sulle foreste delle zone limitrofe alle città, e anche a distanza di centinaia di chilometri in molti casi, dove al tradizionale consumo locale si sovrappone la pressione proveniente dalle città, che genera uno sfruttamento e commercio delle risorse di legna da ardere, perlopiù’ in mano ad intermediari che fanno tagliare ingenti quantità di legna ai contadini, per poi rivenderla  a loro profitto sui mercati urbani.

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Stufe per il miglioramento della combustione della legna costruite con materiale di recupero. Foto W. A. Marzoli

Dati gli altissimi tassi d’inurbamento delle popolazioni dei paesi del Terzo Mondo, e considerato che già attualmente circa un miliardo di persone vive in slum o in insediamenti urbani privi di accesso alle reti energetiche, la domanda di legna da ardere proveniente dalle sterminate periferie delle città di Asia, Africa ed America Latina sta diventando un problema per la gestione delle risorse forestali che non può più essere ignorato a livello globale.

I provvedimenti che si potrebbero prendere immediatamente per diminuire la pressione delle aree urbane sulle risorse forestali sono sostanzialmente  due:

1. prevedere piantagioni  di alberi, preferibilmente specie autoctone, a scopo energetico in ambito periurbano, ovvero una sorta di greenbelt che avrebbe la funzione di produrre legna da ardere e di contenere l’espansione incontrollata degli slum;

2. migliorare l’efficienza energetica sostituendo la fiamma libera con semplici stufe, sull’esempio di quelle ritratte nella foto.

L’utilizzo di  fonti energetiche altrnative alla legna non trova riscontro all’interno degli insediamenti informali dominati dalla povertà, che è la ragione della loro enorme crescita.  Il più importante provvedimento per la preservazione delle risorse forestali è quindi  il miglioramento delle condizioni economiche delle popolazioni rurali che sono spinte dalla miseria a riversarsi attorno alle metropoli terzomondiali.

Riferimenti

R. Drigo, F. Salbitano,WISDOM FOR CITIES, Analysis of wood energy and urbanization using WISDOM methodology,  FAO,  marzo 2008.

 

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