Liberi di galleggiare

Il ruolo che i fiumi hanno avuto nella storia delle città è, a cominciare dalla loro fondazione, incommensurabilmente vasto. Per limitarci ad un epoca vicina alla nostra, quando i trasporti internazionali iniziarono e la produzione industriale cominciò a modificare il corpo delle città, i fiumi sono stati sia infrastruttura per la logistica che sistema di smaltimento delle acque reflue. Il caso del Tamigi è emblematico: da un lato “cuore di tenebra” dell’economia mercantile e dall’altro fogna a cielo aperto, che nell’estate del 1858 aveva reso impossibile l’attività del parlamento britannico per la terribile puzza emanata.

Ora l’acqua del più vasto spazio pubblico di Londra è tornata ad essere abbastanza pulita da consentire la balneabilità, almeno in alcuni lidi dove si può nuotare in sicurezza, e lo stesso sta accadendo per i fiumi di molte città europee.

A Basilea, dove l’industria chimica ha costituito per decenni un grave problema ambientale a cominciare dalla qualità delle acque del fiume che l’attraversa, il Reno da qualche anno è diventato teatro, durante i mesi estivi, della pratica collettiva del trasporto di persone che, da un approdo all’altro, si spostano tramite la propulsione della corrente. Lo spettacolo di decine e decine di teste che punteggiano il lato del fiume dove non transita la navigazione a motore è una peculiarità anche di altre città svizzere, come Berna e Zurigo, dove moltissimi cittadini mettono i loro abiti ed effetti personali dentro una borsa impermeabile e galleggiano su  di essa mentre la corrente li trasporta da un punto all’altro della città.

Questa particolare modalità di trasporto in ambito urbano sfrutta lo spazio pubblico e il concetto di condivisione in modo opposto a quello su cui si basano i veicoli, motorizzati e non, che si possono prendere e lasciare dove si vuole, tramite l’iscrizione di un servizio e l’utilizzo di una app. Anche considerando lo spostarsi da un punto all’altro della città grazie alla corrente fluviale solo un divertente passatempo, ciò che emerge da questa attività condivisa è l’idea che il mezzo con la quale viene svolta – la corrente fluviale – non possa essere nella disponibilità di chi vi partecipa. Nel primo caso l’utilizzatore deve adeguarsi a ciò che il mezzo consente di fare, mentre nel secondo è l’utilizzatore che piega  – in qualche caso anche fisicamente – il mezzo alle proprie finalità. È proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare la maggiore criticità dei servizi di condivisione di veicoli che non siano vincolati da postazioni di partenza/arrivo. Il fatto di essere sempre disponibili e ovunque, con l’unica limitazione rappresentata dall’ambito amministrativo in cui il servizio viene esercitato, fa sì che lo spazio pubblico su cui si esercita finisca per essere dilatato teoricamente all’infinito, perché nelle infinite finalità degli utilizzatori non è stato posto alcun concetto di limite che non sia quello rappresentato dal tempo di utilizzo e dal relativo costo. Le biciclette Mobike e Ofo, o il monopattino elettrico Bird, sono talmente free floating da finire ovunque, trasportati dalla corrente delle intenzioni più o meno lecite dei propri utilizzatori (anche il car sharing è nella stragrande maggioranza dei casi free floating, ma la combinazione targa del mezzo e patente del guidatore pone tutte le limitazioni previste dal codice della strada). Per contrastare il fenomeno, le due compagnie cinesi di bike sharing hanno recentemente introdotto per gli utilizzatori di Milano un sovraprezzo al servizio per chi lascia le biciclette in quartieri dove, secondo i dati rilevati, è più alta la possibilità che esse vengano vandalizzate. Una sorta di tassa sulle periferie, che spesso diventano la destinazione finale e definitiva della libera fluttuazione delle biciclette indipendentemente da dove esse hanno cominciato a fluttuare.  E’ evidentemente una misura di contrasto che finisce per annullare il concetto stesso sul quale si basa il servizio, che deve la propria pervasività sulla inesistenza di barriere fisiche (gli stalli) e geografiche (la loro ubicazione), cioè il vero limite del bike sharing nella sua versione iniziale.

Si tratta di una disposizione che  implicitamente dichiara l’impossibilità della libera fluttuazione dei mezzi di trasporto se l’ambito in cui operano – lo spazio pubblico – presenta per sua natura vincoli nella dimensione fisica e nelle condizioni di utilizzo.  Le persone che si spostano galleggiando nella corrente di un fiume dimostrano che l’unico modo a disposizione di un essere umano per spostarsi senza vincoli, da e verso uno qualsiasi dei punti dello spazio pubblico, è muovendosi sulle proprie gambe sostenuti dai propri piedi. Per il resto si è liberi di galleggiare, ma (da e) fino a un certo punto.

Oneri di urbanizzazione, la destinazione cambia

Ogni tanto c’è una buona notizia. Dal 1 gennaio gli oneri di urbanizzazione ritornano ad avere una destinazione vincolata, apparentemente coerente con gli scopi per cui vengono riscossi, e per cui erano stati introdotti dalla L. 10/1977 (Legge Bucalossi). Il DPR 380/2001 aveva cancellato il vincolo di destinazione lasciando ai comuni la libertà di utilizzarli per finanziare i più vari capitoli di bilancio, anche quelli inerenti la parte corrente, come per esempio gli stipendi dei dipendenti e i consumi ordinari di cancelleria.

La progressiva contrazione dei finanziamenti statali e la crisi economica hanno indotto i comuni ad avvalersi in modo sempre più sistematico di questa possibilità finendo per assuefarsi e a dipendere da questi introiti per mantenere a galla il bilancio comunale. Le previsioni edilizie sono così state gonfiate ben oltre quanto necessario per rispondere ai fabbisogni locali. L’Agenzia delle Entrate ha con propria interpretazione stabilito che gli oneri per le previsioni edificatorie debbano essere pagati dal momento in cui la previsione è stata inserita nel piano comunale, molto prima quindi di avere ottenuto le autorizzazioni necessarie per passare alla realizzazione. Fatto che rende ancora più difficile per i comuni l’eventuale ritorno a destinazione agricola delle aree non attuate.

Le previsioni insediative hanno così continuato ad essere incrementate nei piani, paradossalmente anche durante il periodo di crisi del mercato immobiliare degli ultimi anni.

In diversi casi la crisi economica, le tasse gravanti sulle aree e l’allontanarsi della prospettiva di una ripresa del mercato immobiliare hanno indotto i proprietari a chiedere o accettare la cancellazione delle previsioni edificatorie e il ritorno delle aree a destinazione agricola. Tuttavia sono pochi i comuni che hanno percorso questa strada, e non pochi contenziosi si sono aperti con quei proprietari che invece preferiscono mantenere il valore aggiuntivo in attesa di tempi più favorevoli di ripresa immobiliare, o dell’occasione di incamerare la rendita vendendo le aree ad altri imprenditori. Abbiamo quindi ancora oggi, nonostante la stasi demografica, piani comunali fortemente sovradimensionati, con relativo consumo ed uso irrazionale del suolo, un po’ in tutte le regioni italiane. Gli interessi in gioco sono tali che le Amministrazioni regionali, indipendentemente dal colore politico, non riescono a sviluppare provvedimenti normativi realmente capaci di arginare il fenomeno.

Gli effetti negativi sono molteplici: il consumo di suolo, ma anche tutto quanto ruota attorno ai guadagni facili della rendita fondiaria, purtroppo anche corruzione e interessi della malavita organizzata. Inoltre, incrementare l’offerta di aree e facilitare l’intervento in zona agricola frena gli investimenti nel riuso delle aree urbane dismesse o degradate, e quindi lo sviluppo di cultura e competenze nella rigenerazione urbana, la quale continua a rimanere semplice intento sulla carta, senza gambe per camminare.

Lo scorso anno la Finanziaria 2017 ai commi 460 e 461 aveva finalmente fissato all’1 gennaio 2018 il termine per reintrodurre i vincoli di destinazione, ovviamente aggiornandoli negli obiettivi rispetto a quelli che erano in vigore nel 1977. Non solo quindi per opere di urbanizzazione primaria e secondaria come era nella Legge Bucalossi. Una maggiore attenzione viene ora dedicata alla riqualificazione della città esistente: recupero dei centri storici, demolizione delle costruzioni abusive, interventi di tutela e riqualificazione dell’ambiente e del paesaggio, mitigazione del rischio idrogeologico. Il testo del comma 460 è qui integralmente riportato.

“A decorrere dal 1º gennaio 2018, i  proventi dei titoli abilitativi edilizi e delle sanzioni previste dal testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, sono destinati esclusivamente e senza vincoli temporali alla realizzazione e alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici e nelle periferie degradate, a interventi di riuso e di rigenerazione, a interventi di demolizione di costruzioni abusive, all’acquisizione e alla realizzazione di aree verdi destinate a uso pubblico, a interventi di tutela e  riqualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della prevenzione e della mitigazione del rischio idrogeologico e sismico e della tutela e riqualificazione del patrimonio rurale pubblico, nonché a interventi volti a favorire l’insediamento di attività di agricoltura nell’ambito urbano”.

In realtà come si legge nel testo una parte degli oneri può ancora interessare la parte corrente dei bilanci, attraverso le attività di manutenzione ordinaria. Si tratta tuttavia di un bel passo avanti, che potrebbe forse innescare una virtuosa inversione di tendenza nei comuni, spostando l’attenzione maggiormente sulla città esistente piuttosto che sulle aree agricole periurbane. La Finanziaria 2018 non ha fortunatamente modificato la precedente norma né ne ha rinviato l’entrata in vigore, anche se sembra che a dicembre qualche pressione per un emendamento in tale senso ci sia stata.

Uno dei condizionamenti più pesanti sulla strada di un minore consumo di suolo agricolo è stato rimosso, ora si deve lavorare perché anche le leggi regionali agiscano di conseguenza. La norma nazionale ha indicato la direzione da seguire, dando priorità e un concreto sostegno all’intervento di riqualificazione sulla città costruita. Le recenti leggi regionali sul governo del territorio e sul consumo di suolo devono ora mostrare più coerenza e più coraggio nell’orientare gli interventi sulla città consolidata stringendo contemporaneamente i vincoli in zona agricola. Dovranno inoltre cancellare tutte quelle eccezioni che, in accordo con una tradizione tipica nostrana, sono state introdotte per aggirare le restrizioni, a volte vanificando nei fatti l’obiettivo stesso di contenimento del consumo di suolo.

La città è un male necessario?

Tucidide ne La guerra del Peloponneso scriveva a proposito della peste che nel 430 a.C. aveva decimato la popolazione di Atene e decretato il declino della città: «Dentro le mura cadevano le vittime del contagio; fuori, le campagne subivano la devastazione nemica. Venne naturalmente alla luce, mentre il morbo incrudeliva, la memoria di quell’oracolo che, a detta dei più anziani, risaliva a tempi molto antichi: “Verrà la guerra Dorica e pestilenza con essa”».

Guerra, carestia, e pestilenze sono tre fattori che storicamente si fondono ma senza la città il contagio della fame e della malattia non avrebbe potuto esplodere. Nel racconto di Tucidide la relazione che esiste tra questi elementi è chiara, come lo è che la città il crogiolo in cui si fondono. La popolazione concentrata nello spazio urbano innesca gli effetti esplosivi grazie al contributo decisivo della povertà.

Alessandro Manzoni ha descritto efficacemente ne I promessi sposi il concatenarsi degli eventi che hanno condotto alla pestilenza di Milano del 1630. Egli si affidò per le descrizioni della pestilenza del 1630 alle notizie contenute nel Ragguaglio del medico Alessandro Tadino (1648), il quale raccontò gli sconvolgimenti provocati dalla pestilenza con lo sguardo del tutore della salute pubblica. La sua visione costituisce una sorta di anticipazione di ciò che successivamente avvenne in modo sistematico. A partire dalla fine del XVIII secolo rilevamenti topografici e indagini mediche individuarono nel sovraffollamento e nella mancanza d’igiene, tipici dell’ambiente urbano, le cause della latenza del contagio. I poveri, debilitati da un’alimentazione insufficiente e dalle malsane condizioni abitative, erano il perenne focolaio delle malattie. Da questa constatazione cominciò a profilarsi il concetto di salute pubblica che nel XIX produrrà norme e interventi sul corpo malato della città. Cimiteri, carceri, ospedali, mattatoi, ovvero i luoghi di massima concentrazione di reflui e rifiuti, furono individuati come possibili inneschi delle infezioni, ancora attribuite ai miasmi che essi potevano generare.

Il controllo dei meccanismi di diffusione del contagio ebbe prima di tutto un carattere militare. Alla fine del XVII secolo in Francia vennero redatti regolamenti contenenti prescrizioni da prendere nel caso la peste si fosse manifestata nelle città. Lo spazio urbano andava rigorosamente suddiviso in settori posti sotto il potere di un sovraintendente e pattugliato da guardie. Le persone avevano l’obbligo della quarantena da trascorrere in casa e doveva essere interrotto ogni scambio con il territorio agricolo, per evitare che il contagio trovasse ulteriori veicoli nella popolazione rurale.

Le malattie infettive sono, d’altra parte, un dono dell’agricoltura e della vicinanza con gli animali che le pratiche agronomiche e zootecniche hanno inevitabilmente comportato. Se, da un lato, è vero che, a causa della più elevata densità demografica, le epidemie hanno trovato nelle città un ambito di maggiore propagazione rispetto alla campagna, non bisogna dimenticare che è il mondo rurale l’ambito in cui esse si innescarono. I villaggi rurali, rispetto agli accampamenti dei cacciatori-raccoglitori, fornirono alle malattie il terreno fertile di una densità di popolazione dalle dieci alle cento volte superiore.

Malattie ed ambiente urbano sono quindi parte di una lunga storia che cominciò quando ancora la città non aveva fatto la sua apparizione sulla faccia della terra. La condizione stanziale, la concentrazione di individui, la contaminazione ambientale sono stati il terreno fertile per virus e batteri. Le epidemie hanno da sempre trovato nelle città, in quanto spazio fisico organizzato per le funzioni sociali, un ambito di migliore propagazione rispetto alla campagna, anche se è stato per lungo tempo il mondo rurale – il punto di contatto tra insediamenti umani ed ecosistemi naturali – il luogo in cui esse si sono innescate.

Gli effetti delle periodiche ondate epidemiche hanno implicato importanti trasformazioni della forma urbis: dai lazzaretti dove confinare gli appestati, ai grandi lavori per la costruzione di infrastrutture, come fognature ed acquedotti per il controllo del colera, ai regolamenti d’igiene, al contrasto della tubercolosi applicata alla costruzione degli alloggi. Ma la città non è solo terreno fertile per le malattie contagiose: come matrice della civiltà essa è il luogo dal quale sono scaturiti il sapere e il pensiero scientifico che hanno consentito agli esseri umani di tenere sotto controllo l’effetto devastante degli agenti patogeni. Non è un caso se, con il progredire della storia, gli abitanti della terra siano diventati sempre più urbane: attualmente oltre la metà di loro vive in una delle variegate forme insediative genericamente riconducibili alla città. Essa, con tutti i rischi sanitari che ancora oggi porta con sé – ne sono stata testimonianza in anni recenti gli effetti sui grandi agglomerati urbani del sud del mondo dell’influenza aviaria, di Ebola e persino della ricomparsa della peste- è stata quindi un male necessario, un tassello fondamentale del processo evolutivo della specie umana. Oggi il modo in cui il male città colpisce i suoi abitanti è rappresentato dalle cattive condizioni ambientali, non più (o non solo) dal contagio. La consapevolezza del rischio sanitario è stata introiettata nella condizione urbana da quando essa aveva confini precisi – un dentro e un fuori segnato dalle mura – fino alla sua dispersione sul territorio, alla mutazione morfologica e funzionale dell’urban sprawl.

Il lungo rapporto tra città e malattie ha alla fine consentito la nascita di ambiti disciplinari specializzati nell’indagine, nella diagnosi e nell’individuazione della terapia. Dall’insieme delle conoscenze e delle tecniche finalizzate alla cura della città scaturì la disciplina che chiamiamo urbanistica. Il bagaglio strumentale teorico-tecnico di quel campo disciplinare, che inizialmente fu definito con l’espressione ingegneria sanitaria, ebbe modo di formarsi all’interno di un ambito di sperimentazione interdisciplinare in cui medici e ingegneri curavano il grande corpo malato della città. L’urbanistica moderna nacque dalle istanze che fecero della salute pubblica una competenza dei piani per regolare la crescita e le trasformazioni urbane. Dalle preoccupazioni di ordine sanitario nacque la consapevolezza che anche dalla forma urbis dipende la salute degli abitanti della città. L’attenta analisi delle caratteristiche fisiche degli insediamenti umani e delle condizioni della popolazione, che diventerà cruciale nella formazione di un’idea di igiene pubblica, sarà la matrice dell’urbanistica.

Riferimenti

L’immagine di copertina rappresenta il quadro di Nicolas Poussin La peste di Azoth.