Il triste stallo delle case popolari

Catherine Bauer è stata negli Stati Uniti una figura di riferimento sin dagli anni Trenta per le politiche pubbliche di edilizia residenziale. L’Housing Act del 1937 è stato in qualche modo influenzato dal suo lavoro di ricerca in Europa poi sfociato nel libro Modern Housing pubblicato nel 1934. In questo suo articolo del maggio 1957 per Architectural Forum vengono messe in luce le criticità dei programmi di edilizia popolare poi riprese, tra gli altri, da Jane Jacobs che di quella rivista era redattrice e che con Bauer aveva avuto un proficuo scambio di opinioni, a volte anche divergenti (M.B.).  

Titolo originale, The  Dreary Deadlock of Public Housing

Le case popolari non hanno seguito l’ andamento che normalmente i movimenti di riforma  hanno avuto nei moderni paesi democratici. Ogni esperimento sociale inizia come un’idea astratta, spesso in un’atmosfera di violento dibattito teorico. Ma, dopo un periodo di sperimentazione, in genere ciò che accade è che o l’esperimento muore, e viene riconosciuto come un fallimento, o prende piede  ed è accettato come parte integrante dello schema ordinario delle cose. Le teorie originali, nel frattempo, vengono modificate e adattate alle condizioni reali. Negli Stati Uniti gli atteggiamenti della pubblica opinione nei confronti della sicurezza sociale, della contrattazione collettiva e dei controlli nell’economia  nazionale hanno seguito  passo dopo passo il tipico processo descritto anni fa da George Bernard Shaw: 1) è impossibile; 2) è contro la Bibbia; 3) è troppo costoso; e 4) non c’era nulla che non sapessimo già. Ma l’edilizia popolare, dopo più di due decenni, si trascina ancora in una specie di limbo, oggetto di continua controversia, non morta ma viva nemmeno  a metà.

Nessun necrologio è ancora stato scritto per l’ Housing Act del 1937 “e sue successive [ma solo in lievi aspetti] modifiche”. Più che altro è questo il caso di una prematura ossificazione. Le nuda ossa di una teoria del New Deal troppo semplificata non sono mai state decentemente coperte dalla solida carne della realtà odierna. Anche tra i più strenui  difensori delle case popolari, molti potrebbero dare il benvenuto a un nuovo inizio se non temessero che qualsiasi programma, nel mentre, rischi di andare perduto.

Se il triste stallo deve essere superato, è prima necessario capire che cosa realmente affligge il programma. Se si tratta di una pura questione di ostruzione egoista  e reazionaria, a noi che vogliamo dare di nuovo una casa agli abitanti degli slum non resta che continuare a combattere fino a alla vittoria. Ma nel caso ci siano anche  delle debolezze interne al programma è giunto il momento di affrontarle.

Dobbiamo prendercela con glI immobiliaristi?

Indiscutibilmente i costruttori privati, i locatori e proprietari immobiliari hanno accresciuto il loro potere politico  già dalla metà degli anni Trenta, quando lo zio Sam li salvò dalla rovina. Ed è altrettanto ovvia loro ferma opposizione alle case popolari. In generale, tuttavia, le loro tattiche sono state così arroganti e la maggior parte delle loro affermazioni così scatenate, che spesso il loro atteggiamento ha avuto la tendenza a ritorcersi contro di loro. Negli ultimi anni, inoltre, alcuni degli alleati della National Association of Real Estate Boards (in particolare la National Association of Home Builders) sono diventati più sofisticati riguardo al problema deli slum e si sono espressi  diffusamente sulla necessità di porvi rimedio. Gli slogan correnti sono “rinnovamento” e “riabilitazione”. Ma diventa gradualmente più chiaro che questa operazione  di aggiustamento non è affatto una cura, e che l’eliminazione totale e la riqualificazione portano a problemi di ricollocazione che non possono essere ignorati. La grande diffusione a livello nazionale della propaganda anti-slum portata avanti da ACTION (il Consiglio americano per migliorare i nostri quartieri) tende forse,  anche se inavvertitamente, a favorire la causa dell’edilizia residenziale pubblica.

L’effetto più grave di tutte queste controversie è emerso di meno.  I funzionari, federali e locali, sono stati tenuti continuamente sulla difensiva, e le nevrosi che derivano dalla paura cronica e dall’insicurezza si traducono in eccessiva cautela, rigidità amministrativa e mancanza di iniziativa creativa. Ognuno tende a rimanere su posizioni rigide, aggrappandosi disperatamente alla formula messa sotto assedio, invece di cercare di migliorarla alla luce dell’esperienza e degli orientamenti della pubblica opinione. Gli sporadici sforzi di ampliare o modificare il programma hanno di solito incontrato opposizione sia da parte  degli adepti che dei contrari alle  case popolari. Inoltre, l’ostilità ha probabilmente rafforzato i controlli di gestione, rendendo il “progetto” abitativo sempre più istituzionale. Ma anche così, nonostante i milioni  spesi nel vano tentativo di ucciderlo, difficilmente si possono ritenere  gli interessi immobiliari interamente responsabili del fallimento nell’applicazione del programma di edilizia popolare.

La mancanza di un solido supporto

Se il programma di edilizia pubblica nella sua forma attuale fosse riuscito a raggiungere una vera popolarità tra i normali cittadini e dei loro leader, e soprattutto tra gli abitanti degli slum  e  delle aree degradate, il blocco immobiliare avrebbe ormai perso la sua influenza politica. L’idea di alloggi pubblici sarebbe data per scontata, come le pensioni di vecchiaia o l’assicurazione ipotecaria FHA. Ma questo non è successo. Il programma non ha mai richiamato il tipo di supporto popolare pervasivo e persuasivo che lubrifica le ruote del cambiamento nei paesi democratici.  Gran parte della condizione degli  inquilini di case popolari è stata indubbiamente migliorata in molti modi. Ma resta il fatto che solo una piccola parte delle persone idonee ad occupare (secondo la legge, famiglie a basso reddito che vivono in case non idonee) in realtà chiedono abitazioni a basso costo in progetti di edilizia pubblica. E di coloro che lo fanno, la maggior parte sembra essere alla disperata ricerca di un riparo qualsiasi: famiglie delle minoranze etniche in procinto di essere buttate in strada dalle demolizioni, famiglie “problematiche” inviate da agenzie di welfare e così via.

Inoltre, raramente si è sviluppato un generale sostegno locale da parte di gruppi civici, come quello che ci si potrebbe ragionevolmente aspettare per un programma simile. L’Housing Act è stato tenuto in vita dai seri sforzi fatti anno dopo anno dagli uffici di Washington delle organizzazioni nazionali del lavoro, del welfare, dei veterani, dei municipi, delle organizzazioni civili e religiose, tenute insieme dalla National Housing Conference, e sollecitate dal genio e dalla devozione del suo vice presidente esecutivo, Lee Johnson. Tuttavia, nonostante le forti sollecitazioni, i rami locali e i membri di queste organizzazioni sono stati nel complesso apatici, a volte qualcuno di loro ci ha messo la faccia in un momento di crisi, ma raramente mostrando un interesse continuo. Le esistenti organizzazioni di cittadini per gli  alloggi popolari tendono ad essere mantenute in vita da pochi individui devoti ma con scarso sostegno generale.

Perchè le case popolari sono così impopolari?

Per questa domanda non è mai stata studiata seriamente una risposta, anche se in generale essa sembra abbastanza chiara. La vita nel solito progetto di edilizia pubblica non corrisponde al modello esistenziale della maggior parte delle famiglie americane. Né riflette i  valori comunemente accettati riguardo al modo in cui le persone dovrebbero vivere. In parte le debolezze sono inerenti agli aspetti progettuali. Come ha affermato l’architetto Henry Whitney nella prima (e tuttora una delle migliori) critiche formulata da un esperto di edilizia popolare: “La tipica abitazione dei programmi residenziali pubblici è carente nello spazio interno, non ha privacy all’aperto e non ha le caratteristiche residenziali tipiche del modello americano. … Le famiglie con bambini generalmente vogliono vivere in case individuali. … Un cortile, un portico o un terrazzo è  quanto quasi tutti desiderano”. Mentre tutti quelli che ne avevano la possibilità sono andati a vivere in una casa a un piano, le autorità dell’edilizia residenziale erano impegnate a costruire alti edifici per appartamenti ad alta densità, senza spazi esterni privati . Forse, significativamente, l’edilizia popolare è più accettata nell’unica città americana dove la vita in appartamento è più data per scontata, New York. Ma anche lì, i sondaggi di opinione mostrano che la maggior parte degli inquilini preferirebbe vivere a livello del suolo, se ne avessero la possibilità.

Ci sono anche ragioni sociali più sottili che spiegano la mancanza di una entusiastica accettazione. I progetti di edilizia pubblica tendono ad avere grandi dimensioni e a essere altamente standardizzati nella loro progettazione. Visivamente possono non essere più monotoni di un tipico tratto suburbano, ma la loro densità li fa sembrare molto più istituzionali, come gli ospedali per reduci di guerra o gli orfanotrofi di  vecchio stampo. Il fatto che siano di solito progettati come isole – “unità immobiliari comunitarie” che girano le spalle al quartiere circostante con il quale sembrano non avere nulla in comune – non fa che aumentare questa qualità istituzionale. Qualunque stigma riguardo al carattere di beneficenza  delle abitazioni sovvenzionate viene così rafforzato. Ogni complesso proclama, visivamente, di essere a beneficio del “gruppo di popolazione a più basso reddito”.

La rigida segregazione sociale che ne risulta difficilmente potrà conformarsi alle tradizionali idee americane. Inoltre, se un inquilino riesce ad aumentare il suo reddito oltre un certo punto finisce per perdere il diritto alla casa, una restrizione che si traduce anche nella continua perdita di leadership naturale tra gli inquilini stessi, e nella tendenza ad avere famiglie problematiche come tipologia base degli inquilini.

Se da un lato può essere contabilizzato il considerevole successo della non discriminazione e dell’occupazione razziale mista nei progetti di edilizia pubblica degli stati settentrionali, dall’altro va detto che anche questo grande guadagno si sta perdendo. A causa della preponderanza delle famiglie delle minoranze nel gruppo a più basso reddito, e nelle aree previste per la riqualificazione e la delocalizzazione degli abitanti, la percentuale di occupazione delle minoranze tende a salire oltre la linea entro la quale la commistione etnica può avere successo, e sempre più complessi residenziali finiscono per essere abitati solo da neri.

E infine, c’è la questione della politica di gestione e di come essa viene messa in pratica. A causa dei requisiti legali, delle alte densità, delle famiglie problematiche e dei continui attacchi politici a cui sono soggetti, le autorità locali proprietarie dei complessi tendono a essere rigide e pesanti, applicando regole e regolamenti sconosciuti nell’ordinaria gestione degli affitti privati e impensabile in un modello di proprietà individuale. A volte vengono forniti servizi di assistenza speciale che, in queste particolari condizioni, possono essere ammirevoli e necessari. Ma anche nel migliore dei casi, questo tipo di preoccupazione da parte del proprio padrone di casa sembra paternalistico da un punto di vista americano, e difficilmente amplifica la popolarità del vivere in questi complessi residenziali tra le famiglie normali.

Questi sono i problemi che continuano ad emergere nelle analisi critiche degli specialisti di alloggi pubblici, nelle conversazioni  tra le varie persone  in giro per il paese e nei pochi studi casualmente condotti dai sociologi. E accanto a queste critiche c’è il fatto che, con tutti i suoi inconvenienti, il programma residenziale pubblico è assai costoso. Dubito che i sussidi in sé siano l’aspetto centrale della reazione del pubblico in generale, o  riguardo allo stigma eventualmente  applicabile gli attuali inquilini degli alloggi pubblici. Pur con tutta la loro fiducia nella iniziativa privata, gli americani non sono mai stati puristi riguardo l’accettare aiuti pubblici per ottenere qualcosa che vogliono.

L’idea di sussidio fa parte del sistema americano, sia che si tratti di navigazione o l’istruzione pubblica, progetti di irrigazione, schemi di riqualificazione o costruzione di alloggi. Se non avessimo goduto di un mercato in costante espansione, il sistema di mutui  ipotecari FHA-VA* sarebbe costato ai contribuenti molto più del più imponente programma di edilizia popolare mai immaginato. E certamente nessuno stigma è collegato all’accettazione del costoso aiuto della Home Loan Corporation. Ma i sussidi devono sembrare ragionevoli in termini di valore ricevuto. E il fatto che i grattacieli (che in ogni caso a nessuno piacciono molto), costruiti dalle autorità locali per la casa, tendono a costare più del prezzo di una modesto edificio  residenziale delle assicurazioni FHA, che pure consente un notevole profitto speculativo, semplicemente non sembra ragionevole. Quindi gli aspetti poco attraenti del programma non possono nemmeno essere giustificati su base economica. E infine, con tutto il clamore e tutte le spese connesse, il programma continua a non soddisfare nemmeno l’ovvia necessità immediata delle famiglie sfollate da operazioni di riqualificazione o rinnovamento, per non parlare della necessità delle famiglie in aree periferiche che l’FHA non può soddisfare. I limiti del reddito previsto dalla legge sono così bassi e le altre limitazioni così rigorose, compresa la giurisdizione territoriale delle autorità municipali per gli alloggi, che solo una piccola parte del fabbisogno può essere soddisfatta attraverso l’aiuto pubblico all’edilizia abitativa.

Premesse vere o false?

In che modo oggi, alla luce di oltre 20 anni di esperienza,  gli assunti che hanno dato forma al programma di edilizia popolare continuano ad essere validi a fronte di differenti condizioni economiche?

Chiaramente le premesse di base sono valide oggi come allora. Anche dopo un lungo periodo di grande prosperità, negli Stati Uniti ci sono ancora tante case insalubri, sovraffollate e fatiscenti quante ce n’erano nel  bel mezzo della Depressione, probabilmente con più persone che vi abitano! E oggi quasi tutti riconoscono la loro esistenza e ammettono che queste condizioni devono in qualche modo essere sanate. È come sempre anche vero (pure essendo riconosciuto con più riluttanza) che non puoi sbarazzarti degli slum solo abbattendoli o sistemandoli. Da qualche parte, in un luogo ragionevolmente adatto, ci devono essere case migliori e a prezzi accessibili a disposizione degli abitanti degli slum. E malgrado la prosperità, FHA, VA e le tecniche per costruire abitazioni per il mercato privato in modo più efficiente, è pur vero che praticamente nessuno degli abitanti degli slum può permettersi nuove case private, e le poche famiglie che possono accedervi spesso appartengono alle minoranze e non sarebbe accettate.

Esiste un po’ di “filtraggio”**, ora che la  carenza manifestatasi nel dopoguerra di alloggi di prezzo medio e alto è stata alleviata. E se non ci fosse un gran accumulo di slum e una crescita urbana scarsa o nulla, e nessuna discriminazione razziale, allora un forte programma di applicazione [dell’Housing Act] e di riqualificazione potrebbe effettivamente svolgere adeguatamente il compito di alloggiare famiglie a basso reddito. Ma la situazione è molto diversa. Milioni di abitazioni negli slum esistenti dovrebbero essere demolite al più presto; milioni di altre famiglie a basso reddito migreranno sicuramente nei centri urbani (una grande percentuale di loro sono nere). E alla luce di questo, come si può pensare che il filtraggio possa risolvere il problema degli slum, ora o tra mille anni! Anche un lieve accelerazione del processo, posto che non si tratti di produrre un sacco di nuovi  slum solo ammassando diverse famiglie in un’abitazione che dovrebbe ospitarne una, significherebbe un tasso di svalutazione di vecchie proprietà immobiliari in buono stato che perturberebbe il mercato immobiliare più di qualsiasi importo di alloggi pubblici. Il fondo FHA, inoltre, è orientato a valori costanti o in aumento per il tempo di vita della casa, non c’è nessuna riduzione dei pagamenti mensili che possa consentirgli di “decantare”, anche se gradualmente.

Apparentemente è ancora vero come sempre è stato che abbiamo bisogno di un po’ di nuovi alloggi a portata delle famiglie che non hanno accesso al mercato privato. La prosperità rende solo la persistenza delle condizioni di vita degli slum meno giustificabile, più urgente la necessità di soluzioni efficaci. E la crescente importanza degli aspetti razziali nell’ambito del problema abitativo si aggiunge all’urgenza.  Lo stesso vale per il problema della ricollocazione che aumenta a causa con il desiderio di rivitalizzare aree degradate centrali e  con l’enorme rimozione di nuclei abitativi dovuto alla costruzione di autostrade e di altre opere pubbliche.

Il problema di base che abbiamo cercato di affrontare nella legge sugli alloggi negli Stati Uniti è ancora qui. Cosa c’era di sbagliato negli sforzi compiuti per risolverlo?

Alla luce delle condizioni del 1957, ora sembra che ci siano due fondamentali errori nell’approccio originario, uno è una questione di formulazione e di amministrazione delle politiche di base, l’altro di pianificazione e progettazione fisica. L’approccio del 1937 era naturale, valido e persino necessario per l’epoca, e rappresentava un progresso in relazione a ciò che era accaduto prima. Ma si è indurito troppo presto, è diventato troppo rigido, senza consentire un adattamento flessibile ai valori e alle condizioni americane.

Una politica residenziale a due teste

L’assunto più discutibile è stato il concetto secondo cui la ricollocazione degli abitanti degli slum avrebbe dovuto essere stabilita in modo permanente come un programma indipendente, con una propria legislazione separata e un apparato amministrativo a livello federale e locale,  al di là delle altre politiche abitative e del quadro generale del patrimonio abitativo. Tutto ciò ha permesso la segregazione degli abitanti a basso reddito degli slum e fortificato questo isolamento in quanto materia di beneficenza speciale, di cui si poteva occupare solo l’iniziativa e la proprietà pubblica attraverso strette regole di ammissibilità a qualsiasi forma di alloggio sovvenzionato di cui poteva esservi  bisogno. Ciò ha anche contribuito alla segregazione delle famiglie con redditi più alti all’interno degli schemi FHA, e dentro  quell’universo suburbano, bianco come un giglio, che ora risulta essere un problema piuttosto importante. Ed è responsabilità tanto delle case popolari quanto dell’Associazione nazionale dei costruttori di abitazioni se ora esiste un divario così ampio tra i due tipi angusti e completamente separati di politiche abitative federali, senza che esista una reale responsabilità a qualsiasi livello di governo per la determinazione delle esigenze abitative complessive – sia su base nazionale o di una qualsiasi comunità – e la valutazione che tali politiche siano adeguate alla soddisfazione di quei bisogni.

Ciò è avvenuto perché gli aiuti agli alloggi federali sono stati tutti avviati su una base di emergenza particolare durante la Depressione, con poca considerazione per esigenze o obiettivi a lungo termine. Ma l’emergenza è durata troppo a lungo: si tratta di un elemento errato nella pianificazione postbellica, in particolare nell’edilizia abitativa. Gli interessi  particolari sono cresciuti e sono stati istituzionalizzati attorno a singoli programma frammentario separati gli uni dagli altri, con il risultato che tutti e tre i gruppi principali [di soggetti coinvolti] – finanziatori, costruttori e proprietari pubblici – si sono opposti in egual misura al tipo di coordinamento che avrebbe consentito maggiore flessibilità e realismo nel soddisfare una gamma completa di bisogni locali. Ora abbiamo una proliferazione di agenzie locali che si occupano di slum e alloggi, senza la responsabilità di vedere il quadro della questione abitativa nel suo insieme.

Allo stesso modo, mentre la prima crociata condotta per conto dell’iniziativa e della responsabilità locale andava bene, e la creazione di autorità locali per l’edilizia abitativa (o qualcosa del genere) era un passo necessario, il loro ruolo permanente non avrebbe mai dovuto essere definito e consolidato così strettamente. Ora abbiamo una proliferazione di agenzie locali specializzate che si occupano di  slum e alloggi, senza che da nessuna parte sia prevista alcuna responsabilità nella valutazione del quadro delle politiche abitative nel suo insieme, men che meno a livello metropolitano, dove questo è più che mai essenziale. Il risultato sono alcuni costosi progetti municipali, ad alta densità, ultra controllati, per lo più in aree centrali, e una vasta caotica alluvione di case private per la classe media nei sobborghi. Con tutte le nostre complicati apparati per l’edilizia non siamo in grado di risolvere né il problema della ricollocazione nelle aree centrali né l’altrettanto urgente problema di uno sviluppo equilibrato ai margini.

Visto in retrospettiva, sarebbe valsa la pena, a vantaggio di strumenti integrati e più flessibili, fare qualche bel compromesso. Non sul  principio della sovvenzione, perché si tratta di qualcosa di assolutamente essenziale per ogni soluzione del problema degli slum. Ma eventualmente, si sarebbe potuto lasciar perdere la proprietà immobiliare pubblica e, in ogni caso, si sarebbe potuta consentire la sovvenzione di varie forme di edilizia residenziale privata, compresi ambiti suburbani a proprietà individuale, al fine di soddisfare una gamma più ampia di bisogni e desideri popolari (e , per inciso, per portare alcuni interessi edilizi privati  a difendere le case popolari).

Un cattivo uso della “pianificazione comunitaria”

Avendo stabilito un meccanismo che poteva solo produrre un tipo di sviluppo residenziale del tutto estraneo a qualsiasi ideale americano di comunità, abbiamo poi proceduto a rendere architettonicamente esagerata questa forma estrema di segregazione paternalistica di classe nel nome della “moderna pianificazione comunitaria”.

Le idee di base derivanti dai pianificatori inglesi della città giardino, e che erano state razionalizzate dalla scuola degli architetti moderni del Bauhaus, portavano concetti vitali per le politiche della casa in America. La reazione contro l’individualismo caotico e la dispendiosa grossolanità dell’onnipresente schema stradale a griglia è giunta fin troppo tardivamente. Ma nel comprendere i moderni principi del design di comunità su vasta scala, abbiamo incondizionatamente fatto nostre le teorie architettoniche funzionali e collettiviste che tendevano a ignorare valori estetici e bisogni sociali più sottili e fondamentali. Sperimentare in questa direzione è stato salutare e necessario. L’errore, ancora una volta, ha avuto luogo nell’aver imbalsamato sia la politica che la pratica in formule rigide che impedivano ulteriori sperimentazioni per adattare e umanizzare questi principi in termini che meglio si adattavano alla scena americana.

Al complesso di case popolari continua quindi ad essere attribuito il significato di “unità comunitaria”,  il più possibile vasta e completamente separata dal quartiere, anche se ciò non fa altro che rendere più drammatica la condizione di segregazione delle famiglie che ne beneficiano. La standardizzazione viene enfatizzata piuttosto che attenuata nella sua progettazione, in quanto glorificazione degli efficienti  metodi produttivi ed espressione dell’obiettivo di un alloggio “decente, sicuro e igienico” per tutti. Ma i tristi simboli dell’efficienza produttiva e degli “standard minimi” non sono affatto un’espressione adeguata o soddisfacente dei valori che si possono associare alla vita domestica americana. E tutto questo è, inoltre, spesso incarnato dal grattacielo, la cui tecnologia raffinata allieta i cuori tecnocratici degli scultori di architetture, ma spinge i suoi occupanti  dentro un tipo di vita comunitaria altamente organizzata,  su modello dell’alveare,  per  la quale  gran parte delle famiglie americane non ha alcun desiderio e scarsa attitudine.

Non c’è spazio in tali schemi per la deviazione individuale, per l’iniziativa e la responsabilità personale, per la libertà  di uno spazio all’aperto e per la privacy, per il tipo di piccola impresa commerciale che svolge un ruolo sociale così importante nella maggior parte degli slum. La prevalenza delle necessità di gestione è incorporata nella costruzione dei complessi, un corollario indispensabile della loro forma architettonica.

Come riformare i riformatori?

Un nuovo inizio è assolutamente necessario se si vuole portare questo sforzo fin qui  vanificato  a raggiungere una effettiva maturità. E il momento potrebbe finalmente essere  propizio. Fino a non molto tempo fa c’erano solo pochi critici solitari tra le fila degli stessi “housers”. Ma ora alcune autorità locali per l’edilizia pubblica stanno iniziando a mettere in discussione le vecchie formule. La grande spinta per la riqualificazione e il rinnovamento urbano ha anche svolto un importante servizio nel forzare tutti i tipi di gruppi civici e di agenzie, inclusi gli interessi immobiliari e le autorità locali per l’edilizia pubblica, a fronteggiare problemi finora  insoluti e a riunirsi per trovare soluzioni. In alcune aree le agenzie di pianificazione locali e metropolitane stanno iniziando ad assumersi alcune responsabilità per determinare le esigenze abitative nel loro insieme e per  comporre i frammenti costituiti dagli aiuti federali e dalle iniziative private e pubbliche. In diverse città, i sindaci hanno nominato a questo scopo coordinatori per l’edilizia pubblica . E accanto alla riqualificazione delle aree centrali, una nuova questione si sta ufficialmente profilando all’orizzonte nelle regioni in rapida crescita come la California: riguarda la possibilità di incoraggiare un maggiore equilibrio nelle comunità  attraverso una più ampia varietà di case nelle aree periferiche, per soddisfare i bisogni delle famiglie a basso reddito appartenenti alle minoranze etniche che hanno sempre più possibilità di trovare lavoro in fabbriche e uffici periferici.

Tutto questo sforzo diffusamente basato su istanze civiche e su una più acuta consapevolezza tende a rendere più evidenti le debolezze della politica residenziale federale, ottusa ed eccessivamente organizzata in compartimenti. Prima o poi arriverà una richiesta dal basso, per una maggiore flessibilità e un miglior coordinamento, abbastanza forte da superare le lobby degli interessi particolari, ognuno dei quali cerca di mantenere il proprio piccolo appannaggio. E questo è l’unico modo efficace e salutare perché avvengano i cambiamenti necessari. Perché è solo quando le città e le aree metropolitane sanno ciò di cui hanno bisogno e cosa vogliono in termini di politica federale per l’edilizia residenziale che una maggiore flessibilità potrà essere giustificata.

Non si tratta di sostituire con una nuova formula giuridico-amministrativa quella vecchia. In determinate condizioni, la vecchia formula è ancora la migliore risposta, forse l’unica soluzione possibile. Ma ciò di cui principalmente c’è bisogno, non solo per gli abitanti poveri e delle minoranze etniche degli slum, ma anche per la grande massa di famiglie a reddito medio  e per l’infinita varietà di gusti e necessità da loro espressa, è una maggiore possibilità di scelta nella localizzazione, nel tipo di abitazione e nel carattere del quartiere . Il tipo di casa più adatto a una determinata famiglia americana non può mai essere deciso dai funzionari. La loro più alta responsabilità, invece, è assicurarsi che le politiche pubbliche mantengano “le effettive condizioni di mercato” sufficientemente ampie da fornire una reale scelta di opzioni  per tutti i livelli economici e sociali. La libertà e la flessibilità sono probabilmente le cose più difficili da ottenere  attraverso le politiche pubbliche. Ma un paese che può escogitare il mutuo assicurato (in tutte le sue diverse forme), Fannie Mae***, il prestito per l’ammodernamento, il contributo annuale,  i titoli dell’autorità locale, le sovvenzioni  ai metodi ingegnosi per la riqualificazione e il rinnovo  che consentono ai governi locali di fare la loro parte, dovrebbe certamente essere in grado di trovare un modo perché questi eccellenti strumenti possano lavorare in modo più libero e più efficace.

*Si tratta dei mutui erogati dalla Federal Housing Administration e dal Department of Veteran Administration.

**Con questo termine si intede il processo di svalutazione da invecchiamento del patrimonio residenziale che consente ai redditi più bassi di subentrare a quelli più alti nell’occupazione degli alloggi inizialmente realizzati per la seconda fascia di reddito.

***Federal National Mortgage Association

Traduzione di Michela Barzi

Introduction by Barbara Penner. Archival text by Catherine Bauer., “The (Still) Dreary Deadlock of Public Housing,” Places Journal, October 2018. Accessed 11 Nov 2018. <https://placesjournal.org/article/catherine-bauer-and-the-need-for-public-housing/>

L’immagine è tratta da Southern California Architectural History

Fifth Avenue, Uptown (II)

Nel luglio 1960 lo scrittore afroamericano e attivista dei diritti civili James Baldwin (1924-1987) rivolge il proprio sguardo ad Harlem, il quartiere di New York dove era cresciuto, descrivendo, tra l’altro, gli effetti della riqualificazione urbanistica sugli abitanti che, come lui, vedevano nella prestigiosa Fifth Avenue, simbolo delle Manhattan ricca e bianca, il limite invalicabile entro il qual trascorrere la loro esistenza. Qui, nella traduzione di Michela Barzi, proponiamo il secondo dei due estratti del saggio pubblicato su Esquire, nei quali Baldwin descrive come le idee che hanno ispirato la stagione dell'”urban renewal” hanno riprodotto la segregazione razziale tipica delle città americane.

Ora, io sono perfettamente consapevole del fatto che ci siano altri slum nei quali i bianchi stanno combattendo per le loro vite, in molti casi perdendo. So che il sangue sta scorrendo per quelle strade e che lì il danno agli esseri umani è incalcolabile. La gente continua ad indicarmi lo squallore della condizione dei bianchi per consolarmi della stessa condizione dei neri. Ma l’argomento del fallimento americano non consola me  e non dovrebbe consolare nessun’altro. Il fatto che centinaia di migliaia di bianchi stiano in effetti vivendo non meglio dei “negri” non può essere osservato con noncuranza. La bancarotta sociale e morale suggerita da questo fatto è del tipo più amaro e terrificante.

Tuttavia, le persone che credono che questo tormento democratico abbia un qualche valore consolatorio sono spesso portate ad indicare il tale bianco e il tale nero di successo venuti fuori dagli slum. L’esistenza – la pubblica esistenza – diciamo di Frank Sinatra e di Sammy Davis Jr. è la dimostrazione per queste persone del fatto che l’America è ancora la terra delle opportunità e che le disuguaglianze svaniscono di fronte ad una ferrea volontà. Tutto ciò non dimostra nulla. La ferrea volontà è rara – al momento in questo paese è indicibilmente rara – e le disuguaglianze che affliggono molti non sono in nessun modo giustificabili con il successo di pochi. In pochi hanno sempre avuto successo, in ogni paese, in ogni epoca e malgrado regimi che nessuno sforzo di immaginazione può definire liberi. Vale la pena di ricordare che non tutte queste persone di successo hanno lasciato il mondo in condizione migliori di come lo hanno trovato. La volontà di ferro è rara ma non è sempre orientata al bene. Inoltre, l’equazione tutta americana tra l’avere successo ed essere famosi rivela un orribile mancanza di rispetto nei confronti della vita e dei risultati degli essere umani. Questa equazione ha fatto in modo che le nostre città siano tra le più pericolose al mondo e i nostri giovani tra i più vuoti e confusi. La situazione della nostra gioventù non è un mistero. I bambini non sono particolarmente portati ad ascoltare chi è più vecchio di loro ma riescono benissimo ad imitarlo. D’altra parte sono costretti a farlo, non avendo altri modelli. I nostri bambini sono il frutto del nostro comportamento. Essi imitano la nostra immoralità e il disprezzo per il dolore altrui.

Tutti coloro che vivono negli slum possono, se il loro conto in banca lo permette, andarsene da lì e svanire in un colpo solo dalla vista della persecuzione. Nessun nero in questo paese è mai riuscito a mettere insieme quei soldi e ci vorrà ancora un bel po’ di tempo prima che riesca a farlo.

I neri di Harlem, che non hanno il becco di un quattrino, spendono i loro soldi in cianfrusaglie appena immesse sul mercato. Esse includono uno schermo più “ampio” della TV, un impianto hi-fi di maggiore “fedeltà”, un’auto più “potente” e tutte diventano obsolete ancor prima di essere pagate. Chiunque abbia combattuto con la povertà sa quanto è costoso essere poveri e se si fa parte della popolazione economicamente parlando carceraria,  semplicemente i propri piedi sono per sempre piazzati su di un percorso obbligato. Si diventa vittime economiche in centinaia di modi, ad esempio grazie all’affitto o alla assicurazione dell’auto. Andate per un giorno e senza un particolare motivo a fare compere ad Harlem, e paragonate i prezzi e la qualità della merce di Harlem con quelli dei negozi del centro.

Le persone che sono riuscite ad andarsene da questo isolato sono semplicemente finite in un ghetto più rispettabile. Il ghetto rispettabile non ha nemmeno i vantaggi di quello che lo è assai meno, amici, vicini, cerchia familiare e commercianti ben disposti; e d’altra parte è nella natura di ogni ghetto di non rimanere rispettabile a lungo. Ogni domenica ritornano a quell’isolato, trascinandosi dietro i loro figli sempre più scontenti. Passano il giorno parlando, non sempre a parole, delle  difficoltà che hanno incontrato- bisogna guardare i loro occhi mentre guardano i loro figli – e di quelle che con ogni probabilità incontreranno. Perché ai bambini non piacciono i ghetti. In un attimo capiscono esattamente dove si trovano.

I complessi residenziali di Harlem sono detestati. Lo sono almeno quanto i poliziotti, e questo la dice lunga. E sono odiati per la stessa ragione: entrambi rivelano, in modo insopportabile, la reale attitudine del mondo bianco, indipendentemente da quanti discorsi progressisti vengano tenuti, da quanti nobili editoriali vengano scritti, da quante commissioni per i diritti civili vengano istituite.

Certo è che i complessi residenziali sono odiosi, dato che c’è una legge valida ovunque nel mondo che prevede che le case popolari siano incoraggianti quanto una prigione. Vengono ammassati in tutta Harlem, senza colore, degradati, alti e rivoltanti. Le ampie finestre guardano sull’invincibile e indescrivibile squallore di Harlem: le banchine ferroviarie di Park Avenue, attorno alle quali, quarant’anni fa è cominciata a sorgere l’attuale comunità di pelle scura; le case lasciate al degrado, oppresse, sembrerebbe, dal peso della frustrazione e dell’amarezza che contengono; gli scuri, nefasti edifici scolastici, dai quali il bambino può solo uscire menomato, cieco, drogato o arrabbiato per il resto della vita;  e le chiese, chiese, interi tratti di strada fatti di chiese, inserite nelle mura come cannoni in quelle di una fortezza. Anche se le amministrazioni dei complessi non fossero così incredibilmente umilianti (ad esempio: gli incrementi di salario devono essere comunicati alla direzione, cosa che finisce per mangiarsi l’incremento attraverso l’aumento dell’affitto; la direzione ha il diritto di sapere chi sta nel tuo appartamento, la direzione può chiederti di andartene, a sua discrezione), i complessi sarebbero comunque detestati perché sono un insulto alla più gretta intelligenza.

Harlem si è dotata del primo complesso privato –  Riverton, che ora è naturalmente uno slum – dodici anni fa, dato che al tempo non era permesso ai neri di risiedere a Stuyvensant Town[1].  Harlem ha quindi visto crescere Riverton nella più violenta amarezza di spirito, ed ha cominciato ad odiarlo molto prima che arrivassero i costruttori. Hanno cominciato ad odiarlo nel momento in cui le persone hanno abbandonatolo loro case perché condannate alla demolizione e perché si doveva fare spazio ad una ulteriore prova di quanto profondamente il mondo dei bianchi le disprezzasse. E non appena si sono trasferiti lì naturalmente hanno cominciato a rompere le finestre, distruggere i muri, urinare negli ascensori e fornicare nei campi da gioco. I progressisti, sia bianchi che neri, sono rimasti sconvolti da questo spettacolo. Io sono rimasto sconvolto dalla innocenza progressista, o dal cinismo, che in pratica finisce per essere la stessa cosa. Altri erano ben contenti di avere la prova provata del fatto che nulla si può fare per migliorare la condizione della gente di colore. La gente di Harlem sa che vive lì perché i bianchi pensano che non siano in grado di vivere altrove. Nessuna dose di “miglioramento” può addolcire questo fatto. Qualsiasi somma di danaro destinata a migliorare questo o un altro ghetto potrebbe ugualmente essere bruciata. Un ghetto può essere migliorato solo in un modo: smettendo di esistere.

Note

La foto di copertina è “Tarheel Social Club” Harlem 1985 di Matt Weber.

[1]Grande complesso residenziale di Manhattan costruito su di un’area degradata subito dopo la seconda guerra mondiale.

Fifth Avenue, Uptown (I)

Nel luglio 1960 lo scrittore afroamericano e attivista dei diritti civili James Baldwin (1924-1987) rivolge il proprio sguardo ad Harlem, il quartiere di New York dove era cresciuto, descrivendo, tra l’altro, gli effetti della riqualificazione urbanistica sugli abitanti che, come lui, vedevano nella prestigiosa Fifth Avenue, simbolo delle Manhattan ricca e bianca, il limite invalicabile entro il qual trascorrere la loro esistenza. Qui, nella traduzione di Michela Barzi, proponiamo il primo di due estratti del saggio pubblicato su Esquire, nei quali Baldwin descrive come le idee che hanno ispirato la stagione dell'”urban renewal” hanno riprodotto la segregazione razziale tipica delle città americane.

C’è un complesso residenziale al posto della casa dove sono cresciuto e uno di quegli stentati alberi urbani sta latrando dove un tempo c’era la nostra porta d’ingresso.

Esso si trova sul lato riqualificato della strada. L’altro – dato che il progresso richiede tempo – non è ancora stato riqualificato e ha esattamente lo stesso aspetto di quando noi ragazzi sedavamo con i nostri nasi schiacciati sul vetro della finestra, aspettando di essere autorizzati ad “attraversare la strada”. La drogheria che ci faceva credito è ancora lì e non c’è dubbio che stia continuando a fare credito. Gli abitanti del complesso hanno sicuramente più bisogno di credito di quando non ne abbiano del complesso. L’ultima volta che sono passato davanti a quel negozio, il suo proprietario ebreo stava sempre lì in mezzo agli scaffali, con un aspetto più triste e pesante ma per nulla invecchiato. Un po’ più giù lungo l’isolato c’è la bottega di calzolaio nella quale le nostre scarpe venivano riparate fino a quando era possibile farlo e nella quale, successivamente, comperavamo le nostre “nuove” scarpe. Il suo proprietario nero è ancora lì, visibile dalla vetrina, con la testa bassa a lavorare la pelle.

Loro potrebbero raccontare una lunga storia se volessero (e forse ne sarebbero felici se potessero), avendo visto così tanta gente combattere  e così a lungo dibattersi impigliati all’amo, al filo spinato di questa strada.

La strada in questione è in altri termini la rinomata ed elegante Fifth Avenue. L’area che sto descrivendo, che nel linguaggio delle odierne gang sarebbe definita ” il territorio”, è perimetrata dalla Lenox Avenue ad ovest, il fiume Harlem ad est, e le strade 135 a nord e 130 a sud. Non abbiamo mai vissuto al di là di questi confini; qui è dove siamo cresciuti.

Camminare, ad esempio, lungo la 145 strada, che pure mi è famigliare ed ha le stesse caratteristiche, non ha lo stesso impatto perché non conosco nessuno degli abitanti dell’isolato. Ma quando svolto ad est all’angolo tra la 131 e Lenox Avenue, s’incontrano il negozio di bibite gassate, il salone del lustrascarpe, poi una drogheria e una lavanderia e infine le case. Lungo la strada ci sono persone che mi hanno visto crescere, che sono cresciute con me e che io ho visto crescere insieme ai miei fratelli e sorelle; e qualche volta tra le mie braccia, qualche volta sotto i miei piedi, qualche volta sulle mie spalle c’erano i loro figli, una profusione, un mucchio di bambini che includeva i miei nipoti maschi e femmine.

Quando si raggiunge la fine di questo lungo isolato ci si trova nell’ampia, schifosa, ostile Fifth Avenue, che sta proprio di fronte a quel complesso sospeso sulla strada come un monumento alla follia e alla viltà delle buone intenzioni. Lungo l’solato, per tutti coloro che lo conoscono, ci sono immensi divari umani, ampi come crateri. Queste lacune non sono state semplicemente create da coloro che se ne sono andati, inevitabilmente in qualche altro ghetto, o da coloro che hanno sviluppato una maggiore capacità di disprezzarsi e deludersi da soli, o da coloro che in qualsiasi modo – la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea, la pistola o il manganello di un poliziotto, una guerra tra bande, una rissa, la malattia mentale, un’overdose di eroina, o, semplicemente, un’innaturale esaurimento delle forze – sono morti. Sto parlando di coloro che sono rimasti e, principalmente, sto parlando dei giovani. Cosa stanno facendo? Beh, una minoranza di loro sono fanatici membri delle più estreme sette della chiesa pentecostale. Molti di più sono i “mussulmani” per affiliazione o simpatia, il che significa che sono legati tra di loro né più e né meno che dall’odio per tutto ciò che è bianco e che funziona. Li si trova, ad esempio, agli incontri del movimento Compra Nero che si tengono agli angoli delle strade, dove chi parla incita chi ascolta a smetterla di avere a che fare con i bianchi e di avviare una economia separata. Naturalmente né chi parla né chi ascolta possono fare nulla di tutto ciò, dato che i neri non posseggono la General Motors o la RCA o la A&P, e nient’altro che qualcosa che ad Harlem è totalmente insufficiente (coloro che posseggono qualcosa sono più interessati ai loro profitti che ai loro simili). Ma in ogni caso questi raduni tengono in vita nei loro partecipanti un certo orgoglio per l’amarezza, per quanto futile sia questa amarezza, senza la quale forse non riuscirebbero affatto a rimanere vivi. Alcuni hanno lasciato perdere. Stanno a casa a guardare la TV, mantenuti dai loro genitori, cugini, fratelli o zii,  ed escono di casa solo per andare al cinema o al bar più vicino. “Come te la passi”, qualcuno che li incontri per caso lungo l’isolato o al bar potrebbe chiedere loro. “Oh, guardo la TV”; risponderebbero da una certa distanza con il più triste e il più dolce, imbarazzato dei sorrisi. E’ una distanza che si è portati a rispettare; chiunque abbia viaggiato così lontano non sarà tanto facilmente trascinato di nuovo nel mondo. Naturalmente ci sono ulteriori rifugi oltre la televisione o il bar. Ci sono quelli che semplicemente siedono sui gradini dell’ingresso di casa, “pietrificati”, animati solo per un momento, e senza darlo a vedere, quando si avvicina qualcuno che potrebbe prestare loro i soldi per una “dose”. O dall’avvicinarsi di qualcuno da cui potrebbero comperarla, un tipo scaltro, che sta per entrare o è appena uscito di prigione. E gli altri, quelli che hanno evitato tutte queste morti, si alzano la mattina e vanno in centro ad incontrare “l’uomo”. Lavorano tutto il giorno nel mondo dell’uomo bianco e tornano a casa la sera in questo fetido isolato. Combattono per istillare  nei loro figli qualche senso privato dell’onore e della dignità che aiuterà il figlio a sopravvivere. Ciò significa che devono combattere, senza riflettere e incessantemente, per mantenere vivo questo senso in loro stessi, a dispetto degli insulti, della indifferenza, della crudeltà che sono sicuri di incontrare nella loro giornata di lavoro. Pazientemente chiedono in continuazione al loro padrone di casa che aggiusti il riscaldamento, l’intonaco, le tubazioni; ciò richiede una pazienza prodigiosa e a volte la pazienza non è abbastanza. Cercando di rendere abitabile la loro topaia continuano a buttare via soldi. Questa frustrazione, così duratura, sta portando molti uomini e donne forti e ammirevoli, il cui unico crimine è il colore della pelle, sulla soglia della paranoia.

Continua

Nota

La foto di copertina è HARLEM-NY-AfterDark-1986 copy di Matt Weber.