Il tecnocrate partecipativo

La questione del rapporto tra la rappresentanza politica e cittadinanza, e della legittimazione che reciprocamente le due parti si accordano quando in gioco ci sono le scelte che riguardano la polis, è troppo complessa perché possa essere affrontata in modo esauriente in queste brevi note. Tuttavia mai come in questo momento il concetto di partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative viene sbandierato come una soluzione passepartout per la vita democratica e, se non proprio come un surrogato della democrazia diretta, esso viene almeno brandito come mezzo preventivo dei conflitti tra rappresentanti e rappresentati. D’altra parte ormai decidere le sorti delle città e dei territori nel chiuso delle stanze della pubblica amministrazione, mettendo i cittadini di fronte al fatto compiuto, è vietato per legge e gli strumenti di valutazione dei piani e dei progetti prevedono appunto procedimenti di informazione e di audizione della cittadinanza. Quanto poi siano efficaci questi procedimenti relativamente allo scopo per i quali sono stati pensati è una ulteriore questione aperta, e in questa sede può essere sufficiente dare per scontato che la partecipazione faccia ormai parte delle procedure della pianificazione e presupporre che essa abbia assunto il carattere tecnocratico insito in quel processo.

Se prendiamo a prestito le considerazioni che Henri Lefebvre ha fatto nel suo Le droit à la ville (1968) possiamo affermare che la genesi dell’urbanistica moderna sia un connubio di politica e tecnocrazia. Secondo Lefebvre lo scientismo dell’urbanistica come pratica della pubblica amministrazione si basa su di un fondamento ideologico, nel quale la tecnica attraverso la quale si giunge all’azione di piano viene direttamente legittimata dal potere che essa incarna. Per il filosofo francese poi quando l’urbanistica incontra l’attività imprenditoriale si dota di un altro fondamento ideologico, alla cui legittimità viene in soccorso la propaganda pubblicitaria con la quale pretende di creare «un nuovo stile di vita»[1].

Ne Il ventre di Parigi di Emile Zola lo stupore del protagonista nel constatare fino a che punto la sua città fosse cambiata dopo sette anni di assenza (C’è ancora rue Pirouette? domandava sconcertato ) rimanda al fatto che l’azione trasformativa dell’urbanistica abbia, per così dire, un mandante politico ed un esecutore tecnico. D’altra parte il povero Florian doveva quell’assenza, durante la quale la sua città era radicalmente mutata grazie al barone Haussmann, alla sua attività di oppositore del Secondo Impero che gli era costata un soggiorno al bagno penale della Caienna.

Nello stesso anno in cui il libro di Lefebvre veniva stampato, a New York il 10 aprile, tra le mura della Seward Park High School, si teneva l’audizione pubblica sulla realizzazione dell’autostrada urbana denominata Lower Manhattan Expressway . L’opposizione popolare al progetto, che, se realizzato, avrebbe radicalmente trasformato la parte meridionale del distretto urbano newyorchese così come era già accaduto con realizzazione della Cross Bronx Expressway, fece sì che il rito burocratico cui era tenuto l’apparato tecnico responsabile del progetto – al cui vertice stava il famigerato Robert Moses – fosse interrotto dall’arrivo della polizia e dall’arresto, in quanto personaggio simbolo della opposizione, di Jane Jacobs. Questo episodio segnò la fine della partecipazione dell’autrice di The Death and Life of Great American Cities alle attività dei comitati di cittadini che si opponevano alle trasformazioni portate avanti, attraverso diversi mandati amministrativi, dall’Haussmann newyorchese (Moses non nascondeva di ispirarsi alla figura del prefetto della Senna incaricato da Napoleone III di trasformare radicalmente Parigi): nell’estate di quello stesso anno la famiglia Jacobs si trasferì a Toronto, dove Jane visse il resto della sua vita.[2]

Il problema di eliminare il conflitto tra gli apparati tecnici, addetti alla pianificazione urbanistica e alle trasformazioni urbane in genere, e i cittadini, sui quali tali trasformazioni impattano, è stato da qualche tempo a questa parte risolto con l’uso della figura del facilitatore dei processi di partecipazione. Le amministrazioni pubbliche titolari della pianificazione urbanistica incaricano società specializzate in processi partecipativi per facilitare invece di ostacolare il contributo della cittadinanza. La pubblica partecipazione ai processi di formazione dei piani urbanistici è ormai stata interiorizzata anche dalle legislazioni in materia di urbanistica, le quali regolano tali processi pur con l’incertezza che continua a regnare tra partecipazione e informazione.

Facilitare la partecipazione dei cittadini alle scelte della pubblica amministrazione è un intento che in sé ha le stesse caratteristiche di bene aprioristico, lo stesso che attribuiamo all’affetto per i nostri cari. Secondo questa visione, e semplificando molto, partecipare ai complicati processi amministrativi attraverso cui nasce il piano urbanistico è un po’ come voler bene alla mamma: qualcosa che scaturisce spontaneamente dall’animo umano ma che, a causa della natura tecnica del piano, ha bisogno di essere facilitato.

Fin qui tutto bene, a meno che non insorga il problema delle tecniche a loro volta utilizzate dai facilitatori. Esse a volte sembrano discendere senza soluzione di continuità da quelle che servono a formare lo strumento normativo che disciplina le trasformazioni sulle quali la cittadinanza è chiamata a dire la sua. Insomma un bel circolo vizioso, del quale è plastica rappresentazione il questionario composto di 43 domande a scelta multipla la cui compilazione è stata recentemente sollecitata dal Comune di Milano come contributo di residenti e city user all’avvio del procedimento di redazione del piano urbanistico comunale. Secondo Marianella Schiavi, che sulla vicenda del questionario ha scritto un bell’articolo al quale rimando integralmente, esso presenta il grave limite di non distinguere il “sapere tecnico” dal “sapere comune”. A chi lo compila viene infatti chiesto di esprimere il proprio giudizio, in una scala di importanza da 1 a 4, su questione come l’«Indifferenza funzionale», la «Perequazione urbanistica», le «Indicazioni morfologiche», i «Parametri urbanistici», l’«Edilizia residenziale sociale», i «Mutamenti di destinazione d’uso» e – sottolinea ironicamente Schiavi –  «altri concetti notoriamente tipici e fondanti del “sapere comune”».

Sembra quindi che il vecchio vizio tecnocratico dell’urbanistica riguardi ora anche coloro che dovrebbero facilitare il quadro conoscitivo e decisionale dentro il quale si forma il piano urbanistico. Probabilmente si tratta di uno scivolone dell’attuale amministrazione milanese, visto che quella precedente aveva adottato delle linee guida per la partecipazione dei cittadini alla pianificazione urbanistica la cui metodologia – precisa Schiavi – implica che« Responsabilità politica e sapere tecnico vengono spinte a confrontarsi con il sapere comune per ritrovarsi arricchite sia con riferimento alle alternative praticabili sia con riferimento alle decisioni finali». E tuttavia il caso del questionario milanese indica che forse, scaturendo dalle varie sfaccettature del sapere tecnico, una nuova figura professionale si stia profilando: il tecnocrate partecipatore, evoluzione (non) prevista del facilitatore alla partecipazione.

Riferimenti

M. Schiavi, Piano di governo del territorio: casalinga di Voghera dove sei?, ArcipelagoMilano, 4 aprile 2017.

Note

[1] H. Lefebvre, Le droit à la ville, Parigi, Anthropos, 1968, pp. 29-30.

[2] Cfr. A. Flint, Wrestling with Moses, New York, Random House, 2009, pp.172-177.

 

 

Bologna città condivisa: prove attive di politica locale

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Foto: R. Prampolini

Capita che alcune idee, per ottenere una manifestazione concreta, debbano subire un’incubazione molto lunga durante la quale si spera in un risultato che potrebbe anche non avverarsi o magari tramutarsi in una delusione delle aspettative di chi per tanto tempo si è prodigato per quella causa, giusta o meno, che sia. Questo non sembra essere il caso del progetto “Labsus” e dell’idea che l’associazione “Amministrazione condivisa” porta avanti a partire dalle prime riflessioni iniziate già nel 1997, ma che solo nel 2006, con la sua comparsa on-line, sono state tradotte in un vero e proprio laboratorio.  Si tratta di un percorso di ricerca sulla sussidiarietà, che sta ottenendo una certa visibilità oltre ad una buona risposta di adesione da non sottovalutare (www.labsus.org).

Se parliamo di Labsus non stiamo facendo un incauto errore, anche se si potrebbe pensare con leggerezza che questo laboratorio per la sussidiarietà sia una specie di lapsus, manifestazione di un bisogno inconscio affiorato, canale attraverso il quale hanno trovato la strada per uscire allo scoperto dei pensieri e dei desideri che altrimenti non avrebbero avuto spazio. I pensieri in questione esprimono la convinzione che “le persone sono portatrici non solo di bisogni, ma anche di capacità e che è possibile che queste capacità siano messe a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale”. Il principio che ha permesso un avvio concreto del lavoro del laboratorio Labsus è stato la revisione dell’articolo 118 della Costituzione che, introducendo il principio di sussidiarietà orizzontale, all’ultimo comma si esprime in questi termini: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. In tal modo si pensa alla sussidiarietà non solo come un principio regolatore dei confini tra sfera pubblica e privata (considerate sempre fra loro confliggenti), quanto piuttosto ad uno spazio sul quale poter costruire una nuova società caratterizzata dalla presenza di cittadini “autonomi, solidali e responsabili, alleati dell’amministrazione nel prendersi cura dei beni comuni”.

Il primo Comune ad aver permesso la sperimentazione di questo percorso è stato quello di Bologna che, nel corso di due anni di lavoro con il laboratorio Labsus, grazie a un primo progetto intitolato “La città come bene comune”, ha posto le basi per fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del proprio operato locale. Le attività svolte in tre quartieri bolognesi hanno portato a un successivo sviluppo il quale ha permesso di colmare un vuoto normativo, per far sì che si potessero coinvolgere i cittadini nella collaborazione con l’amministrazione.

Il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” – redatto da Labsus insieme ad alcuni funzionari del Comune di Bologna – è stato sottoposto all’esame dei dirigenti comunali e di alcuni giuristi di varie Università e, infine, portato in Giunta per l’approvazione e presentato pubblicamente il 22 febbraio 2014. Si tratta di un documento molto articolato, composto da 36 articoli che intendono disciplinare il funzionamento di un’amministrazione condivisa, assumendo la forma di un “Regolamento open-source” che, come un software libero, può migliorare nel tempo grazie ai contributi dei suoi utilizzatori. In altre parole, il Regolamento (scaricabile dal sito di Labsus) non è appannaggio del solo Comune di Bologna ma può essere scaricato e siglato da tutte le amministrazioni locali italiane che possono decidere di applicarlo così com’è oppure adattarlo al proprio contesto. In questo modo si contribuisce a formare una sorta di data base delle diverse versioni del Regolamento a disposizione di ciascun amministratore interessato (al momento i Comuni che hanno adottato il regolamento sono tre:  Bologna, Siena e Milano ma vi sono altre situazioni, come quella del Comune di Genova, nelle quali si sta portando avanti il processo necessario per arrivare all’applicazione del regolamento).

Secondo il primo articolo, le disposizioni per la collaborazione tra cittadini e amministrazione si applicano in quei casi in cui l’intervento la richieda esplicitamente, oppre risponda alla sollecitazione dell’amministrazione comunale, ma anche nel caso in cui siano i cittadini a proporre in maniera spontanea un intervento di cura o di rigenerazione dei beni comuni urbani; la collaborazione si estrinseca poi attraverso l’adozione di atti amministrativi (patti di collaborazione) di natura non autoritativa. Tutto il Regolamento ruota attorno ai termini di sussidiarietà e condivisione, richiamando quali aspetti fondanti:

1) la cittadinanza attiva (tutti i soggetti, singoli, associati o comunque riuniti in formazioni sociali anche di natura imprenditoriale o a vocazione sociale);

2) i beni comuni urbani (beni materiali, immateriali e digitali);

3) gli spazi pubblici (aree verdi, piazze, strade, marciapiedi e altri spazi pubblici o aperti al pubblico, di proprietà pubblica o assoggettati a uso pubblico);

4) l’inclusività e l’apertura nei confronti di tutti i cittadini;

5) la rete civica (lo spazio di cittadinanza su internet per la partecipazione a percorsi interattivi di condivisione);

6) la responsabilità dell’amministrazione e dei cittadini quale presupposto necessario ai fini della collaborazione;

7) la sostenibilità degli interventi (soprattutto in senso economico);

8) l’adeguatezza e la differenziazione delle forme di collaborazione rispetto alle esigenze di cura e rigenerazione dei beni comuni urbani;

9) l’informalità per assicurare flessibilità e semplicità nella relazione;

10) l’autonomia civica di iniziativa dei cittadini.

In tutti i casi si tratta di  sostenere l’idea che la comunità urbana condivida la cura, la gestione e gli interventi sul proprio territorio. Questi termini hanno poco a che vedere con la parola partecipazione – pur trattandosi in realtà di un buon mix di partecipazione dall’alto e dal basso a seconda del caso di attivazione di un patto di collaborazione –  quasi a voler evitare di cadere nell’ambiguità che questa parola così abusata può generare senza troppa fatica.

Tra i punti salienti di maggior interesse inseriti negli articoli del Regolamento, oltre al fatto che la nuova norma riconosce ai cittadini la possibilità di attivarsi autonomamente nell’interesse generale, vi è la disposizione che le istituzioni debbano sostenere i loro sforzi, ovvero che il Comune debba concorrere, nei limiti delle risorse disponibili, alla copertura dei costi sostenuti per lo svolgimento delle azioni di cura e di rigenerazione dei beni comuni urbani (art. 24).

Ma vi sono altri aspetti degni di attenzione: prima di tutto si può apprezzare lo sforzo del Comune di Bologna nel mettere in atto pienamente questo percorso di condivisione, decidendo di investire nella formazione dei propri dipendenti. All’articolo 18, dopo aver affermato che la formazione è riconosciuta come uno “strumento capace di orientare e sostenere le azioni necessarie a trasformare i bisogni che nascono dalla collaborazione tra cittadini e amministrazione”, si precisa che una formazione specifica riguarderà i cittadini ma sarà rivolta anche ai dipendenti ed agli amministratori del Comune e sarà finalizzata ad assumere competenze relative a vari aspetti tra cui:

1) la conoscenza delle tecniche di facilitazione, mediazione e ascolto attivo;

2) la conoscenza degli approcci alla progettazione partecipata;

3) la conoscenza degli strumenti di comunicazione, compresi quelli digitali.

In secondo luogo, è molto interessante osservare che l’oggetto dei patti di collaborazione può essere la gestione condivisa di uno spazio pubblico (artt. 13, 14, 15) del quale i cittadini si prendono cura per un periodo di tempo predefinito, con l’obiettivo di realizzare quanto indicato nel patto. Gli edifici oggetto di attenzione possono essere di proprietà del Comune: edifici in stato di parziale o totale disuso o, ancora, edifici confiscati alla criminalità organizzata (artt. 16, 17). La finalità è l’intervento sul territorio comunale in maniera mirata, diretta e concreta.

Uno scopo del Regolamento è anche quello di garantire la semplificazione delle relazioni di collaborazione, prevedendo facilitazioni di carattere procedurale in relazione agli adempimenti che i cittadini devono sostenere per l’ottenimento dei permessi strumentali alle azioni di cura o di rigenerazione dei beni comuni urbani. L’art. 27 afferma infatti che “le facilitazioni possono consistere nella riduzione dei tempi dell’istruttoria, nella semplificazione della documentazione necessaria o nella individuazione di modalità innovative per lo scambio di informazioni o documentazione tra i cittadini attivi e gli uffici comunali”; una semplificazione invocata da più parti in un paese come l’Italia, spesso ritenuto la patria della complessità burocratica.

Pur basandosi su concetti semplici e in qualche modo poco innovativi come quelli di sussidiarietà e condivisione, il Regolamento si pone invece degli obiettivi estremamente attuali e adatti alle necessità presenti  nel momento in cui si adopera per l’innovazione sociale (artt. 7, 9). E’ in particolare il caso della tecnologia digitale: a proposito di “beni comuni digitali” (art. 2, 10), o di creatività urbana (art. 8), il Regolamento afferma che “il Comune promuove la creatività, le arti, la formazione e la sperimentazione artistica come uno degli strumenti fondamentali per la riqualificazione delle aree urbane o dei singoli beni, per la produzione di valore per il territorio, per la coesione sociale e per lo sviluppo delle capacità”.

Non da ultimo, sembra molto promettente anche l’attenzione che il Regolamento riserva al punto di vista dei giovani per la formazione di una comunità solidale. All’art. 19 afferma che “il Comune promuove il coinvolgimento delle scuole di ogni ordine e grado quale scelta strategica per la diffusione ed il radicamento delle pratiche di collaborazione nelle azioni di cura e rigenerazione dei beni comuni” e ancora, che “il Comune collabora con le scuole e con l’Università per l’organizzazione di interventi formativi, teorici e pratici, sull’amministrazione condivisa dei beni comuni rivolti agli studenti e alle loro famiglie”.

La presenza di un atto normativo di questa portata, messo a disposizione delle amministrazioni locali, apre alla possibilità di un approfondimento della riflessione (forse non ancora del tutto matura) sul concetto di condivisione. Un termine che sembra sintetizzare differenti aspetti del vivere insieme e della possibilità per la comunità di dare concretezza al concetto di “città condivisa”. Certamente sta maturando in questi tempi la convinzione che la condivisione sia qualcosa di diverso e  più concreto della partecipazione. Il tentativo è forse quello di passare dai processi informativi e comunicativi, tipici degli approcci partecipativi recenti, a modelli di cooperazione attiva che forse sono legati a più modesti interventi e progetti della città ma che hanno una ricaduta diretta e concreta sulla vita dei cittadini.

Il progetto Labsus e il Regolamento di collaborazione tra amministrazione e cittadini messo a punto a Bologna sembrano voler dimostrare che la  partecipazione dal basso può produrre effetti concreti e costruttivi che possono poi essere assorbiti e adottati anche dall’alto, ovvero dall’amministrazione, nel caso in cui questa voglia davvero confrontarsi su questi temi. Questo Regolamento sembra voler affermare che non c’è più la possibilità di nascondersi dietro a facili alibi e che, se cittadini e amministrazione sono davvero intenzionati a lavorare insieme per il proprio territorio, finalmente si può contare su uno strumento semplice e diretto.

La scelta di introdurre un Regolamento di questo tipo all’interno di un’amministrazione comunale rappresenta il tentativo di creare uno spazio dove possa concretamente prendere forma il dialogo con i cittadini.  Una risposta semplice alla crisi degli ultimi anni: un “cambio di visione” che può trovare il proprio spazio anche all’interno di altri progetti ben più complessi (basti pensare al susseguirsi di progetti per la Smart City, la Creative City, la Green City e così via).

Poco importa se si tratta di un progetto che qualcumo potrebbe giudicare utopico: se di utopia si tratta essa sembra essere concreta. Secondo Ernst Bloch l’utopia racchiude in sé una speranza e per questo ha sicuramente il pregio di innescare un’azione che altrimenti rimarrebbe bloccata dietro al paravento della irraggiungibilità di un obiettivo. Un po’ come nella metafora del viaggio, il cui fine è viaggiare, non raggiungere la meta.

Riferimenti

Laboratorio per la sussidiarietà

Comune di Bologna, Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani (pdf scaricabile direttamente via Google Drive) 22 febbraio 2014, Bologna.

Mauro Parilli, Labsus. Laboratorio per la sussidiarietà, intervento al Seminario di urbanistica presso la Fondazione Mario e Giorgio Labò, 10 giugno 2014, Genova.

 

Milano Via d’Acqua Expo: At Last!

At last ….. my love has come along. My lonely days are over and life is like a song”.
Così cantava Etta James in uno struggente standard in seguito “coverizzato” da una moltitudine di splendide voci jazz. Chissà se a queste si è aggiunta ieri, magari sotto la doccia, anche quella del commissario straordinario di Expo2015.
Si, perché “AT LAST” il progetto impropriamente denominato “Vie d’Acqua” sarà realizzato; però con qualche “irrilevante” modifica rispetto agli slogan e agli strombazzamenti del marketing territorial-fieristico che ci sono stati propinati fino ad oggi. Vediamo quali.

1) non ci sarà nessuna Via d’Acqua bensì una condotta idraulica
2) l’opera sarà per lo più interrata con il taglio di elementi accessori quali piste ciclabili e interventi di riqualificazione paesaggistica
3) il progetto non sarà finito per la data di avvio di Expo2015
4) l’intervento costerà qualche spicciolo in più rispetto all’affidamento dell’appalto, dato che nel frattempo in conseguenza del fermo cantieri e delle modifiche in corso, l’impresa ha avanzato 13.000.000 € di riserve.

Certo che mancare 4 obiettivi su 4 non è male come score; chissà quanto valgono in termini di Bonus per i vari dirigenti delle strutture tecniche coinvolte nell’operazione.
Nei precedenti articoli in cui ci siamo occupati di questa vicenda abbiamo cercato di evidenziare quanto sia pericoloso, inefficace e controproducente pretendere di approcciare piani e progetti che comportano trasformazioni del territorio utilizzando scorciatoie e furbizie; cercando di bypassare le relazioni che sostanziano questi stessi processi: caratteristiche fisiche ed ambientali della città e del territorio (urbs), fini e fabbisogni di chi vi abita (civitas), problemi dell’amministrare e del governo (polis).

Il risultato finale comunicato oggi dalla stampa locale è indubbiamente disastroso (soprattutto se commisurato agli obiettivi dichiarati).

Ma come abbiamo avuto modo di approfondire, disastroso è il modello utilizzato (intervento straordinario), disastroso il metodo progettuale (il “chiavi in mano”/ghe-pensi-mi-way), disastrosa la negazione di qualsivoglia rapporto dialettico e compositivo con chi, sia nell’ambito di procedure istituzionali (Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Consulta per l’attuazione dei referendum) che nello scenario della cittadinanza attiva (Associazioni ambientaliste, comitati cittadini, ecc) ha cercato dal 2012 in poi di evidenziarne limiti, criticità, opportunità alternative.

At last…
è evidente che molte cose non hanno funzionato nell’approccio e nella gestione delle strutture tecniche e politiche che hanno governato questo progetto. In un paese normale e in una amministrazione comunale che ha fatto della partecipazione una bandiera, ci si aspetterebbe qualche salutare “prepensionamento”, sia di metodi che di persone.
Purtroppo pare non vi siano segnali in questa direzione e ciò che rende ancora più paradossale la situazione è l’assordante silenzio della politica.