Il divario politico tra densità e dispersione

Sono le caratteristiche insediative ad orientare le persone verso gli schieramenti politici o viceversa? Negli Stati Uniti è noto da tempo come gli abitanti delle aree urbane dense votino in prevalenza per i democratici, mentre quelli della dispersione suburbana per i repubblicani, ed una recente ricerca ha messo in luce il fatto che l’orientamento politico e la scelta del posto in cui vivere tendano a coincidere. Invece nel nostro paese analoghe rilevazioni sono ancora di là da venire, anche se si potrebbero trovare analogie con le dinamiche statunitensi ad esempio in quelle regioni, come la Lombardia e il Veneto, fortemente caratterizzate dalla dispersione insediativa e da quasi un quarto di secolo inclini a far prevalere lo schieramento politico di centro destra.

Tornando dall’altra parte dell’Atlantico, un nuovo rapporto del Pew Research Center sulla crescente polarizzazione politica mostra quanto grande sia il divario tra liberal, che coincidono con i democratici, e conservatori,  identificabili invece con i repubblicani, riguardo a comportamenti e stili di vita.  Il  fatto che gli appartenenti ai due gruppi tendono a socializzare e ad informarsi solo al loro interno – anche se i conservatori lo fanno in modo più radicale – era già noto da tempo e tuttavia l’ aspetto che spicca  di più, perché raramente misurato, sono le divisioni ideologiche tra chi preferisce vivere in luoghi caratterizzati dalla percorribilità pedonale e chi invece si affida alla dipendenza dall’auto tipica dello sprawl suburbano.

La correlazione tra modelli insediativi e voto

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Foto: M. Barzi

L’istituto che ha svolto la ricerca ha chiesto agli intervistati de preferiscono vivere in una zona dove “le case sono più grandi e più distanziate, le ma scuole, i negozi ed i ristoranti si trovano a diversi chilometri di distanza,” oppure dove “le case sono più piccole e più vicine tra di loro, e le scuole, i negozi e ristoranti sono raggiungibili a piedi”. Gli intervistati si sono equamente divisi tra il 49 per cento che sceglie la prima ubicazione e il 48 per cento che preferisce la seconda. Il fatto che il divario circa la preferenza del luogo in cui vivere corrisponda all’orientamento politico all’interno dei due gruppi è la novità messa in luce dalla ricerca.  Mentre i tre quarti degli intervistati “costantemente conservatori” preferiscono una ubicazione suburbana come luogo in cui vivere, e solo poco più di un quinto sceglie un ambito urbano caratterizzato dalla pedonalità, tra gli americani “coerentemente liberali” le percentuali sono invertite.

Se da una parte la distribuzione del voto hanno da tempo mostrato una correlazione tra l’orientamento liberal e la densità tipica dei centri urbani – che potrebbe spiegarsi con il fatto che gli abitanti delle città americane sono più spesso poveri ed appartenenti a minoranze – la relazione tra le preferenze di un certo modello insediativo e l’ideologia politica non erano necessariamente così evidenti. Si tendeva a considerare probabile che chi vive in città semplicemente non possa permettersi di vivere nei sobborghi. Al di là delle condizioni economiche non era stata presa in considerazione la possibilità che ci fosse una precisa scelta che ha a che fare con le caratteristiche insediative. Specularmente gli elettori delle circoscrizioni non urbane potevano semplicemente essere conservatori in quanto più prossimi al mondo rurale, espressione di un modello sociale che attribuisce un grande valore alla disponibilità di spazio e di risorse, anche se non particolarmente incline ad usare l’auto per ogni necessità.

Il sondaggio dimostra che in effetti i liberal preferiscono potersi spostare a piedi ed i conservatori invece danno più valore allo spazio ed alla privacy. I liberal d’altra parte hanno maggiori preoccupazioni ambientali, sono consapevoli di quanto sia più efficiente vivere in case più piccole e cercano di evitare l’uso dell’auto. Le aree più dense ad accessibilità pedonale contribuiscono inoltre a creare un senso di comunità, basata sugli incontri che si possono fare camminando o sul trasporto pubblico, che prevede anche la diversità economica, etnica, culturale, eccetera. Inoltre, chi preferisce la condizione urbana tende a dare più valore allo spazio pubblico piuttosto che a quello privato.

Al contrario i conservatori non conferiscono alcun valore alla condivisione ed alla diversità e preferiscono investire i loro soldi nei giardini privati piuttosto che in un parco pubblico. Nell’indagine del Pew Research Center emerge che essi hanno più probabilità dei liberal di affermare che è importante per loro di vivere vicino solo a ai loro simili e, rispetto ai democratici, i repubblicani tendono ad essere meno giovani, istruiti e cosmopoliti.

Insomma la questione sulla quale invita a riflettere il rapporto sembra un po’ essere quella ben nota dell’uovo e della gallina: sono le scelte urbanistiche ad esse in grado di modificare gli orientamenti individuali in relazione alla desiderabilità di un certo modello sociale o è la politica che veicola la propria idea di società anche attraverso gli strumenti dell’urbanistica?

Riferimenti

Pew Research Center for People & the Press, Political Polarization in the American Public.

Ben Adler, Why liberals like walkability more than conservatives, Grist, 13 giugno 2014.

Sullo stesso argomento si veda anche, M. Barzi, La città è di sinistra e la campagna è di destra?, Millennio Urbano, 8 marzo 2013.

Tanti campanili e nessuna città

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Foto: M. Barzi

Sono oltre ‘6000 campanili’, come li ha definiti il Decreto Lupi per il finanziamento di opere a favore dei piccoli comuni, i centri con meno di cinquemila abitanti, diffusi in tutto il territorio nazionale. Si tratta di piccoli o piccolissimi comuni che, tuttavia, comprendono una popolazione complessiva di oltre dieci milioni di italiani e in cui risultano attive oltre un milione di imprese. I centri minori, inoltre, costituiscono nel loro insieme, anche la parte più consistente del sistema insediativo, nazionale e delle singole regioni, sia per quanto riguarda l’estensione territoriale che per il valore del patrimonio edilizio e storico. Al loro interno, infatti, essi comprendono consistenti patrimoni insediativi, in parte organizzati a nuclei, correlati a risorse diffuse, ambientali e paesaggistiche.

A tali dati, però, fanno da contrappunto le dinamiche attuali, che confermano il consolidarsi di fenomeni di abbandono dei piccoli centri, in particolare dei nuclei antichi, con conseguente impoverimento del tessuto insediativo, crescente disagio abitativo e degrado del patrimonio edilizio e storico. Le ragioni le conosciamo: l’accelerazione dei processi di urbanizzazione e l’abbandono delle attività agricole, con i relativi cambiamenti indotti negli stili di vita, che hanno determinato lo svuotamento dei piccoli centri rurali, con il trasferimento delle popolazioni soprattutto verso le città e, della restante parte, verso le più comode zone di versante e vallive, in prossimità di infrastrutture viarie e produttive.

Frammentazione

Malgrado le conseguenti problematiche di dispersione edilizia e disordine insediativo, con la relativa misura dei maggiori impatti e dei rischi ambientali, ai centri storici si continua a riconoscere un valore, sia culturale che economico, sebbene la ricerca e le iniziative che, negli anni, li hanno riguardati, si sono basate per lo più su esperienze isolate e a carattere congiunturale. Le politiche messe in atto in Italia per il recupero e la valorizzazione dei piccoli centri, infatti, sono frammentate e difficilmente riconducibili ad un disegno unitario, nel quadro di riferimento degli strumenti attualmente disponibili: il disegno di legge “Disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici e dei borghi antichi d’Italia” che incentiva l’integrazione tra pubblico e privato, ma non risolve la questione degli strumenti regolamentativi di accompagnamento; la riduzione dei finanziamenti per i beni culturali che ha caratterizzato la stagione della programmazione europea 2007-2013 e ancor più connoterà la prossima, come si evince dai documenti strategici e di programmazione sia nazionale che regionali, che puntano sui sistemi metropolitani e le città intermedie; infine i piani per lo sviluppo rurale, che non risolvono il problema delle reti di interconnessione e integrazione con i centri urbani grandi e medi. A livello delle singole regioni, la normativa di riferimento e le sperimentazioni in atto appaiono numerose, in alcuni casi interessanti e sensibilmente più articolate. Gli enti locali risultano protagonisti delle buone pratiche europee, da Urban a Interreg. Altre iniziative appaiono più settoriali, come i borghi più belli o i distretti culturali e altre ancora, che restringono gli ambiti senza lasciare spazio a visioni più ampie e integrate. Altre, infine, puntano a operazioni di secco incremento della rendita urbana e immobiliare.

Sperimentazione

Ulteriori esperienze sono da ascrivere a contesti con caratteristiche specifiche. Si consideri, ad esempio, a sud della provincia di Salerno, il caso del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, riserva di Biosfera MAB e patrimonio Unesco: un’area vasta che si attesta all’interno di 80 piccoli comuni, più 16 delle aree contigue, tutti contraddistinti dalle problematiche di spopolamento e di depauperamento del tessuto insediativo precedentemente citate. Alcune esperienze hanno operato il tentativo di affrontare tali problematiche, attraverso il metodo del laboratorio, cioè nella consapevolezza che nessuna soluzione era data. Cosicché con la denominazione di “Città del Parco” si è adottato un indirizzo di tipo sperimentale e conoscitivo: nessuna previsione di lungo periodo e solo programmi a tempo con la realizzazione di progetti intermedi, cioè flessibili e non definitivi, che hanno associato al recupero edilizio, anche attività capaci di interpretare un potenziale locale a cui dare spazio. Nel Vallo di Diano, per citare uno dei tanti casi, il centro storico di Caggiano è diventato laboratorio atelier per la nuova creatività.

Le case donate dai privati all’amministrazione (una di queste è della famiglia Bonito Oliva), vengono offerte gratuitamente a creativi, artisti, designer e architetti come studi a tempo per sperimentare in loco nuove forme dell’abitare e dei rapporti di produzione. Negli Alburni, il borgo rurale abbandonato di Roscigno Vecchia è diventato luogo di sperimentazione e formazione sulle tecniche d’intervento per la messa in sicurezza e il recupero leggero, edilizio, urbano e ambientale. Si sono realizzati molti interventi con l’alternarsi di scuole diverse, di fatto e di pensiero: da quella del paesaggio dell’Università La Villette di Parigi, alla scuola di restauro dello IUAV e delle Università di Napoli e Salerno, fino alla collaborazione con l’ANCE dei costruttori salernitani, che ha sostenuto in loco i suoi cantieri scuola.

Coesione

Così come per l’intero territorio nazionale, in altri termini, anche nelle regioni in ritardo, le politiche europee e regionali di coesione e sostegno della crescita e dell’occupazione, di fatto hanno consentito di realizzare esperienze interessanti, oltre ad avere avviato localmente azioni significative per evitare il progressivo isolamento delle aree rurali, favorendo specifici interventi volti allo sviluppo delle attività agricole, dell’eco-turismo, al recupero dei centri storici per l’accoglienza, alla valorizzazione di emergenze culturali, allo sviluppo di prodotti, servizi, infrastrutture.

Il persistente fenomeno di abbandono dei centri storici rimane, tuttavia, un sintomo ancora rilevante che, nonostante le numerose esperienze positive, conferma l’approccio frammentato, la mancanza di fattori connettivi, di spinte locali all’attività e al rinnovamento, di visioni d’area vasta e di sistema. A ciò si aggiunge l’incapacità di uscire da una cultura tecnica e amministrativa, troppo basata sul recupero in senso stretto e fine a se stesso che, soprattutto oggi, mostra tutti i suoi limiti rispetto all’esigua disponibilità finanziaria e alle pressanti esigenze di gestione dei processi locali.

Fragilità

Il problema evidente è l’incapacità di capitalizzare esperienze e risorse, e la causa fondamentale di tutto ciò è la fragilità della struttura sociale, delle sue relazioni e organizzazioni, che si riflette nei deficit politico-culturali e nell’inefficacia delle politiche adottate. Non è più un problema solo meridionale, ma per quanto riguarda l’esperienza del salernitano, ad esempio, gli stessi comuni che hanno cooperato tra loro per l’attuazione di progetti integrati, cioè in riferimento a fondi disponibili di cui beneficiare, non hanno collaborato per niente sugli aspetti della pianificazione e regolamentazione, non hanno trovato cioè forme opportune di co-pianificazione, per sviluppare una governance collaborativa sui temi del recupero edilizio abitativo, come di quelli riguardanti la produzione e i servizi, sia primari (istruzione, sanità, mobilità, ecc.) che di rango superiore. Tutti, o quasi, continuano a pensare al proprio campanile come unico, dimenticandosi degli altri 6, 60 o 6000. Tutti, o quasi, non considerano la massa critica necessaria per rendere efficaci ed efficienti i dimensionamenti e le scelte localizzative dei piani urbanistici comunali, se e quando esistono, e le stesse opzioni di sviluppo perseguite.

E’ mancato, e manca tuttora, un approccio capace di produrre quell’effetto-città, che genera maggiore disponibilità di uomini, idee, mezzi e risorse, opportunità di aggregazione più ampia per valorizzare paesaggi, forme insediative e beni relazionali. Approccio divenuto imprescindibile per superare la frammentazione territoriale e sociale e, dunque, la fragilità, la marginalità e l’isolamento che, ancora oggi, appaiono come rischi reali con i quali confrontarsi.

Il restringimento del canale europeo e le difficoltà finanziarie in cui versano le amministrazioni locali, obbliga ancor più all’auto-organizzazione e alla cooperazione di aree vaste; ribadisce la necessità di mettere a frutto esperienze e buone pratiche; impone di confrontarsi rispetto a politiche attive in cui siano coinvolti anche i soggetti privati, imprese e cittadini. Problema che coinvolge direttamente le persone e che impone di rafforzare e rendere consapevole l’humus locale. Il che significa costruire e scoprire le risorse endogene, economiche, fisiche e soprattutto umane su cui puntare per fare azione di valorizzazione contestualmente a quella di presidio dei territori.

 

La città è di sinistra e la campagna è di destra?

Di miti da sfatare ce ne sono sempre. Tra i più recenti vi è quello del voto lombardo, per le ultime regionali, diviso tra città prevalentemente di centro sinsitra e campagna più propensa a votare per il centro destra. Il dualismo dipende dal fatto che in 11 città capoluogo su 12 (unica eccezione Varese dove è nato e vive Maroni) ha prevalso la coalizione di centro sinistra, mentre nel resto della regione ha ottenuto più voti lo schieramento opposto capeggiato da Roberto Maroni. Lo schema interpretativo si è presto diffuso e a furia di ripetizioni è diventato senso comune. Tuttavia il territorio lombardo, anche solo in relazione ai risultati elettorali, è molto più complesso di come lo si vuole dipingere.

La prima considerazione da fare riguarda l’utilizzo di due concetti dati per scontati. C’è la presunzione di credere che tutti sappiano riconoscere il confine tra città e campagna. A ciò si aggiunge il lasciar passare sotto traccia un giudizio sul grado di sviluppo civile di chi sta dentro o fuori le immaginarie mura che separano l’una dall’altra. Da una parte sta chi desidera il cambiamento, gli innovativi, coloro che hanno capito che la più grande e sviluppata regione d’Italia ha bisogno di un radicale cambiamento d’indirizzo politico. Dall’altra ci sono i conservatori dello status quo, quelli che ritengono immutabili sia la classe politica che i suoi naturali comportamenti, quindi meglio tenersi coloro che già si conoscono.

Chi propone lo schema poi non sembra accorgersi del fatto che il territorio regionale sia tra i più urbanizzati d’Europa. E’ difficile uscire dalle aree urbane se si percorrono i 250 chilometri lungo i quali sono distribuite le province di Varese, Como, Lecco, Bergamo e Brescia, con i loro 4,2 milioni di abitanti. E, appena sotto la diagonale disegnata da questo itinerario, altri 4 milioni vivono nell’area metropolitana milanese, le cui propaggini si estendono fino alle province di Pavia, Lodi e Cremona. Tenuto conto di questi numeri, ed al netto dei centri urbani delle province della pianura e della alpina Sondrio, è assai probabile che gli oltre 2,4 milioni di elettori che hanno fatto vincere la coalizione di centro destra non siano necessariamente confinati in qualcosa di identificabile come campagna. Se sicuramente il voto leghista e di destra ha prevalso nelle poco abitate valli alpine e prealpine, non bisogna però dare per scontato che il fenomeno riguardi solo marginalmente la città metropolitana milanese o l’estesa rete di aree urbane di cui essa è il centro.

Ad esempio, analizzando da una parte i voti dei 189 comuni delle province di Milano – un grande agglomerato urbano da 4 milioni di abitanti che dall’anno prossimo diventeranno la Città Metropolitana di Milano – e Monza e Brianza,e , dall’altra dei 55 della provincia di Mantova un territorio prevalentemente rurale scarsamente popolato, lo schemino città/campagna viene subito contraddetto.  Nel mantovano ha prevalso lo schieramento di centro di sinistra grazie proprio al voto del settore più rurale e lo stesso è successo per la provincia di Milano, spaccata in due con il capoluogo e la parte est, maggiormente agricola, più a sinistra. Al contrario in Brianza le zone più urbanizzate e densamente popolate votano compatte per il centro destra, mentre dove permane un po’ di agricoltura e nell’area urbana di Monza la maggioranza del voto è per il centro sinistra. Ma quali sono le cause di questa ripartizione del voto nei territori lombardi analizzati? Difficile a dirsi per il momento, ma qualche ipotesi è possibile formularla.

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Immagine: M. Barzi

Nel caso della provincia di Mantova, dove l’unica area urbana di dimensioni significative, dentro la quale si concentra buona parte l’elettorato di centro sinistra, è quella dove si trova la città capoluogo, lapolarizzazione territoriale del voto ha una precisa connotazione geografica che non passa dall’immaginario confine città/campagna. Il nord-ovest della provincia è quasi interamente di centro destra, mentre della zona centrale e sudorientale, prevale il voto al centro sinistra. L’area demograficamente più forte, cioè la conurbazione di Mantova, da sola non sarebbe stata in grado di determinare il risultato complessivo provinciale se non si fosse aggiunto il vasto settore ad alta vocazione agricola che dal capoluogo si estende verso i confini con l’Emilia Romagna e con la provincia di Rovigo. E’ qui che si trova Pegognaga, dove si produce il latte per il Parmigiano Reggiano, i bovini sono una volta e mezza gli umani, e la coalizione di centro sinistra ha raggiunto il 60% dei consensi.

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Immagine: M. Barzi

Anche nel caso della provincia di Milano, che dal 1 gennaio 2015 diventerà Città Metropolitana, e in quella di Monza e Brianza, il voto si distribuisce tra i due schieramenti seguendo un criterio geografico. Nel settore occidentale, che ha come confine il corso del Ticino, prevale il voto al centro destra, mentre quello orientale, con in mezzo il capoluogo, vota in maggioranza per il centro sinistra. Se si analizza il risultato elettorale dentro i confini del futuro ente territoriale si scopre che a favore del centro destra sono tutti i comuni brianzoli a nord del capoluogo. Si tratta del territorio metropolitano più intensamente urbanizzato, con punte di 84% di suolo utilizzato per attività antropiche. Al contrario ad est di Milano, nel Vimercatese e nella zona del Naviglio Martesana, dove gli ambienti e le produzioni agricole hanno ancora spazio, prevale il voto di centro sinistra.

Che relazione c’è dunque tra le caratteristiche territoriali e la distribuzione del voto nelle due province lombarde esaminate? Perché, rimanendo in ambito metropolitano, i comuni uniti a Milano dalla strada del Sempione e tra loro dalle stesse caratteristiche insediative, si scoprono divisi riguardo al voto? Cosa determina i confini tra una parte e l’altra dello schieramento elettorale negli apparentemente sconfinati territori della Pianura Padana?

E’ probabile che per comprendere la propensione di un comune o di un ambito geografico a votare in un modo piuttosto che in un altro si debbano utilizzare termini come radicamento e continuità amministrativa, che forse da molte parti valgono di più di qualsiasi altro aspetto utile ad interpretare il risultato elettorale. Vi sono poi considerazioni di carattere socio-economico che hanno a che fare con i sistemi insediativi, con la diffusione della attività produttive e di servizio, con la presenza di infrastrutture per il trasporto, di istituzioni formative e culturali, di attrezzature per lo sport, di cinema, teatri e luoghi d’incontro. Insomma con gli aspetti che in generale determinano la ricchezza dei territori in termini di opportunità per chi li abita.

In ogni caso la risposta andrebbe preceduta da un’analisi seria che eviti le semplificazioni fatte a colpi di concetti difficilmente applicabili. A giudicare da questa parziale mappatura forse si potrebbero utilizzare termini come centro e periferia per provare ad interpretare la distribuzione del voto. Ha senso pensare che in Lombardia là dove sulla città prevale la dispersione insediativa, dove lo sviluppo economico si è quantitativamente diffuso ma mai qualitativamente connotato, i cittadini diano di se, tramite il voto conservatore, una rappresentazione periferica, marginale, arretrata rispetto al procedere del cambiamento,? E dall’altra parte, si può ipotizzare che là dove si sta cominciando a discutere di qualità dello sviluppo, dove si sta tentando di associare il concetto di sostenibilità al governo del territorio, dove esiste una qualche strategia per il futuro a vantaggio di tutti, sia prevalsa la volontà di cambiare perché già ci si sente al centro del cambiamento?