Jane Jacobs. Il centro città è per la gente

Con la pubblicazione di Downtown Is for People, in Fortune nell’aprile1958 e nello stesso anno nel libro The Exploding Metropolis edito dai redattori della rivista, la giornalista (*) Jane Jacobs inizia la sua opera di critica delle idee che hanno dominato l’urbanistica della prima metà del Novecento, poi portata a termine con la pubblicazione nel 1961 di Vita e morte delle grandi città. Il saggio, che costituisce una sorta di abbozzo del libro che ha reso famosa la sua autrice, è stato suddiviso in sette capitoli e tradotto da Michela Barzi.

Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

Quarto capitolo

Quinto capitolo

Sesto capitolo

Settimo capitolo

 

Nota

(*) E’ difficile dare una collocazione professionale a Jane Jacobs, che prima di diventare autrice di diversi libri era stata impiegata come redattrice di riviste di vario tipo. La dizione giornalista, ancorché imperfetta, riassume quindi la sua attività lavorativa al momento della pubblicazione di Downtown Is for People.

La guerra di Trump alle città

Città Santuario è un nome dato ad alcune contee degli Stati Uniti che seguono determinate procedure di protezione degli  immigrati privi dei documenti che consentono loro di soggiornare nella confederazione.  Queste procedure, de jure o de facto, non consentono che fondi o risorse locali vengano utilizzati per l’applicazione delle leggi federali in materia di immigrazione. Le Città Santuario,  la cui designazione non ha alcun significato giuridico, normalmente non consentono alla polizia o ai dipendenti comunali di acquisire informazioni sullo status dei residenti immigrati.

In uno dei due recenti ordini esecutivi in materia di immigrazione, Donald Trump ha chiesto alle Città Santuario, tra le quali ci sono praticamente tutte le metropoli americane, di iniziare a collaborare con le autorità federali in merito ai dispositivi di legge sulla immigrazione per non perdere i fondi federali. Nell’ordine il presidente fa riferimento a “danni incommensurabili al popolo americano e al tessuto stesso della nostra Repubblica” che sarebbero procurati dalle misure di mancata detenzione di individui sospetti privi di documenti.  A contraddire però l’affermazione del neo presidente sulle minacce alla sicurezza nazionale, una nuova analisi pubblicata dal Center for American Progress e il National Immigration Law Center, mostra che le Città Santuario hanno tassi di crimine più bassi e un più alto livello di benessere economico.

Nel rapporto, Tom K. Wong , professore associato di scienze politiche presso l’Università della California di San Diego, ha analizzato  – in un campione di 2.492  – quelle 602 contee nelle quali la polizia locale non ha accettato di attuare le politiche federali in materia di immigrazione. Queste ultime –  soprattutto quelle che fanno parte di grande aree metropolitane –  sono significativamente meno violente ed esposte al crimine, oltre a registrare anche migliori condizioni economiche. In media nelle contee che formano le Città Santuario i redditi medi sono più alti, la povertà è più bassa e i tassi di disoccupazione sono leggermente inferiori.

L’argomento a supporto di questi dati positivi è che le comunità sono più sicure quando le forze dell’ordine proteggono tutti i loro residenti, contribuendo ad esempio a tenere insieme le famiglie, invece di profondere i propri sforzi nell’applicazione delle leggi federali in materia di immigrazione. Se le famiglie e le comunità restano unite gli individui possono continuare a contribuire al rafforzamento delle economie locali, sembra essere la logica conclusione del ragionamento.

E’ difficile dire se le politiche di Trump potranno duramente colpire le Città Santuario,  almeno in misura tale da rendere le loro politiche insostenibili. Ciò dipende da quanto le città saranno in grado di colmare con le proprie entrate alcune delle lacune create dalla perdita dei finanziamenti, e da quanta volontà politica sarà messa nel continuare ad opporsi alle leggi federali. Ciò dipende anche da quanto denaro Trump potrebbe in ultima analisi portare via alle città attraverso la necessaria ratifica da parte del Congresso del suo ordine esecutivo.

Le percentuali dei fondi federali sul budget di cinque metropoli come Los Angeles, San Francisco, Washington D.C., New York e Chicago è molto variabile: si va dal 29.4% di Washington D.C al 5,2% di San Francisco. In mezzo, in ordine decrescente ci sono Chicago (13,5%), New York (10,5%) e Los Angeles (6,25%). L’entità dell’effetto “pistola alla tempia” che potrebbe avere l’ordine esecutivo di Trump varia quindi di caso in caso, ma ciò che preoccupa maggiormente le amministrazioni delle Città Santuario è la perdita dei fondi a sostegno di iniziative di sviluppo economico e di contrasto della povertà. Se i settori della popolazione urbana che beneficiano di questi finanziamenti vedranno nella ostinazione politica delle amministrazioni locali ad opporsi alle leggi federali la causa della perdita dei benefici finora ottenuti il risultato potrebbe essere l’innesco di una guerra tra poveri: da una parte coloro che dipendono dai finanziamenti pubblici, compresi quelli federali, e dall’altra coloro le cui condizioni di vita sono minacciate dall’odine esecutivo presidenziale.

Forse è proprio questo l’obiettivo di Trump, la cui avversione nei confronti delle grandi città che non l’hanno certo sostenuto elettoralmente è ben nota: fare in modo che la chiusura delle frontiere federali sia sostenuta dalla popolazione povera soprattutto urbana che dipende dai finanziamenti pubblici. Il ruolo dei sindaci nel fronteggiare questa sfida sarà quindi decisivo e a questo riguardo alcuni di loro, come il sindaco di Washington D.C. Muriel Bowser, hanno già annunciato che si opporranno alle politiche che “minacciano i valori in cui credono”. Resta da vedere quanto Bowser e gli altri sindaci saranno in grado di tenere ferma loro posizione, data la miriade di ostacoli giuridici che Trump promette di mettere sulla strada delle amministrazioni delle città che si oppongono alle sue politiche.

Riferimenti

N. Delgadillo, How Badly Could Trump Hurt Sanctuary Cities?, CityLab, 28 dicembre 2016.

T. Misra, Sanctuary Cities Are Safer and More Productive, CityLab, 26 gennaio 2017.

L’immagine di copertina è tratta da The Japan Times.

 

 

 

 

L’oro grigio del Burkina Faso

Come altri paesi dell’Africa sub-sahariana, il consumo di cemento in Burkina Faso è in piena esplosione e si prevede che aumenti in media del 12% all’anno: nel 2015  esso era pari a 105 milioni di tonnellate e si stima che nel successivo decennio raggiunga i 134 milioni.  D’altra parte il tasso di urbanizzazione della popolazione del Burkina Faso sta triplicando dal 1985 e nel 2025 è previsto che raggiunga il 35-40% . Tali prospettive non hanno lasciato indifferenti i produttori ed ha attirato giganti della produzione di cemento come la società francese Lafarge, la tedesca Heidelberg Cement e il gruppo nigeriano Dangote Cement. Il fondatori di quest’ultima società, Aliko Dangote, è l’uomo più ricco d’Africa ed ha costruito un impero nella produzione di cemento in soli dieci anni e nel 2020, Dangote Cement spera di produrre 100 milioni di tonnellate all’anno.

Paese del Sahel senza sbocco sul mare, il Burkina Faso ha un tasso di urbanizzazione della popolazione di quasi un quarto di quella totale, per circa due terzi residente nelle due maggiori città: Ouagadougou e Bobo Dioulasso. Il fenomeno dell’urbanizzazione del Burkina Faso si basa su una rete di città precoloniali e su centri urbani nati della colonizzazione, ma sono le due maggiori città i poli di attrazione delle migrazioni interne dalle zone rurali verso i centri urbani.

Insieme alle persone verso le città si dirige anche una crescente quantità di legna da ardere. Sono tipiche del paesaggio saheliano le cataste di legna poste nelle vicinanze delle strade ed i camion carichi di legname che trasportano i loro carichi verso le città. La legna raccolta o tagliata nelle zone rurali viene principalmente consumata in città. Il fenomeno, per quanto in crescita così come il tasso di urbanizzazione non è tuttavia nuovo. Le rovine di Ouara, l’antica capitale del regno di Ouaddai in Ciad,  ci ricordano che la deforestazione indotta dai consumi urbani di legna da ardere ha a che fare con la desertificazione, cioè il principale problema dell’economia dei paesi del Sahel.

Lo svilippo di Ouagadougou tra il 1986 e il 2006 da immagini della Nasa.
Lo svilippo di Ouagadougou tra il 1986 e il 2006 da immagini della Nasa.

Il processo di urbanizzazione implica una marcata crescita della superficie urbanizzata: tra il 1980 e il 2000 la superficie di Ouagadougou è triplicata, mentre nel trentennio 1976-2006 la popolazione delle città è quasi decuplicata. Nel caso della capitale essa è passata dei 60.000 abitanti del 1960, anno del passaggio da colonia francese a paese indipendente con la dominazione di Alto Volta, ai quasi 2 milioni odierni. Con l’urbanizzazione, e i cambiamenti economici e sociali connessi, la tradizionale legna da ardere viene soppiantata dal carbone di legna, diventato il combustibile maggiormente utilizzato in quanto meglio trasportabile.

Nelle campagne del Burkina Faso sono per lo più le donne che raccolgono la legna, la portano dei villaggi o sul ciglio della strada o ai mercati locali, per poi essere trasportata con i camion verso le città. Nelle zone rurali, dove le donne cucinano un pasto al giorno, il consumo pro capite di legna da ardere è più contenuto che in città anche grazie alla disponibilità di  fonti energetiche alternative (scarti vegetali da agricoltura).

Il fatto che l’urbanizzazione sia una delle maggiori cause del maggior consumo di legna da ardere si spiega anche con il fatto che la popolazione urbana cresce ad un tasso annuo del 4,28% rispetto al 1,14% della popolazione rurale e al 2,13% di quella totale. E se la crescita urbana è fatta prevalentemente di insediamenti informali ai quali mancano le infrastrutture minime proprie dell’ambiente urbano, come una adeguata rete stradale e di approvvigionamento idrico ed energetico, il massiccio prelievo di legna dalle zone rurali a quelle urbane diventa inevitabile per il soddisfacimento dei bisogni deli abitanti degli slum.

L’altra faccia della medaglia di questo fenomeno sono le ricorrenti inondazioni provocate dalle piogge torrenziali a carattere stagionale che colpiscono pesantemente soprattutto gli slum di Ouagadougou lasciando dietro di sé migliaia di senza casa. I poveri delle aree rurali che cercano nelle città condizioni di vita migliori sono da una lato la causa e dall’altro coloro che pagano le conseguenze dell’incontrollato processo di crescita urbana.

Oltre tre quarti della popolazione urbana del Burkina Faso vive negli slum e nel 2015 la Banca Mondiale ha finanziato per ottanta milioni di dollari la realizzazione della rete idrica e fognaria nelle periferie di Ouagadougou. Le iniziative di sviluppo urbano della capitale hanno visto nel 2003  la distruzione di villaggi urbani, posti su 85 ettari di superficie tra il centro di Ouagadougou e il suo aeroporto, per avviare la costruzione di un centro commerciale e amministrativo. Qui vivevano circa 50.000 abitanti che nel corso degli anni sono riusciti a costruire reti economiche informali ma efficienti che hanno permesso a questa popolazione di sopravvivere alle dure condizioni di vita degli slum. Il progetto ZACA (Zones d’Activités Commerciales et Administratives) aveva anche l’obiettivo di risolvere i problemi legati alla proprietà fondiaria delle aree sulle quali sorgono gli insediamenti informali, di riabilitare il tessuto urbano e di fornire gli ex abitanti della zona con migliori condizioni di vita altrove. Dopo circa un decennio di stallo, recentemente il governo locale ha cominciato a rilasciare i permessi per costruire alcuni settori dell’area di progetto, anche se non molto è cambiato riguardo alle conseguenze sociali e fisiche dello spostamento delle 50.000 persone che abitavano l’area.

Dal 2008, il governo ha messo a punto un programma pluriennale di edilizia sociale grazie al quale nel luglio 2013 sono state consegnate 1 500 case. Il nuovo governo, sorto dopo la fine del regime dittatoriale di Campaoré, sta accelerando lo sviluppo del nuovo polo urbano di Bassinko, un villaggio situato a circa 15 chilometri da Ouagadougou, dove diverse aziende private stanno costruendo 14 000 case. Il progetto di edilizia abitativa Bassinko è il secondo più grande dopo il progetto ZACA.

Con i due terzi della popolazione urbana che vive in case realizzate con mattoni di terra cruda, non c’è quindi da meravigliarsi se i progetti di riqualificazione urbana e di costruzione di nuove unità abitative sostenuti dalle agenzie governative abbiano come effetto un’impennata della domanda di cemento.

Riferimenti

L’immagine di copertina è di Giovanni Quattrocolo ed è tratta da urbanNext.