Quanto la pianificazione delle città può prevenire la violenza sulle donne?

L’ondata di violenze sessuali che ha sconvolto le città indiane e suscitato un enorme indignazione ha messo in luce le relazioni che esistono tra la qualità degli spazi urbani e la sicurezza delle donne. Neyaz Farooque ha restituito in un articolo del New York Times la testimonianza della ventiquattrenne Janaki Sharma,  produttrice presso una stazione radiofonica,  che fa la pendolare per circa 40 chilometri dalla sua casa nel settore occidentale di  Delhi fino al suo posto di lavoro, incontrando nel tragitto attraverso la città “ogni sorta di maniaci, pervertiti ed imbecilli”. Secondo la sua esprienza, il loro comportamento è diverso in relazione a dove avvengono gli incontri, ovvero nel metrò, sugli autobus, nella loro attesa, o camminando lungo l’ultimo tratto di strada desolata che deve fare a piedi.

Il disegno degli spazi urbani non è indifferente alle condizioni che favoriscono gli attacchi contro le donne. Sono soprattutto i luoghi di confine delle grandi infrastrutture viarie, come l’anello stradale che circonda  Delhi – per vasti tratti senza semafori e che intercetta molte aree desolate della città – a favorire gli assalti attuati tramite veicoli in movimento. In generale l’illuminazione delle strade è pensata per la sicurezza delle auti e non per quella dei pedoni. Aumentare la sicurezza perquesti ultimi può quindi contribuire alla diminuzione dell’insicurezza delle donne. Inoltre rendere le strade luoghi pieni di vita, dove si affacciano negozi e dove sostano venditori ambulanti, genera controllo sociale e disincentiva il crimine, in particolare la violenza contro le donne.

Anche il diffondersi delle gated community  – quartieri recintati dove vivono le classi ricche  – può creare le condizioni favorevoli agli atti criminali. Gli spazi esterni a questi insediamenti  diventano terra di nessuno  e  possono  essere  luoghi d’elezione per atti violenti. Allo stesso modo anche l’esistenza delle cosiddette zone di esclusione urbana, ovvero gli slum di città come Delhi o Mumbai, favorisce i comportamenti violenti da parte di coloro che vi abitano. Città più inclusive ed egualitarie sono  più sicure per le donne perchè meno esposte al prodursi della violenza di strada. Al contrario,  dove si creano quartieri esclusivi per la classe medio-alta si producono per converso i ghetti dell’esclusione sociale. Non è un caso che i membri della gang di violentatori che a Delhi uccisero una studentessa di 23 anni e l’autore della violenza contro una fotogiornalista di Mumbai provenissero da slum di quelle città.

Al di là delle città indiane, le cui trasformazioni sono tumultuose quanto lo sviluppo del paese, è in generale vero ovunque che gli spazi urbani se sono sicuri per i pedoni lo sono anche per le donne e che se le strade continuano ad essere pensate solamente come infrastrutture di transito per le auto l’insicurezza urbana troverà sempre il modo di prodursi. E’ una condizione che riguarda ad esempio Anchorage, una città molto diversa da Delhi o Mumbai, con un tasso di violenza contro le donne tra i più alti degli Stati Uniti d’America. I luoghi che tipicamente causano paura e insicurezza per le donne sono gli accessi bui, i parchi di notte, le strade vuote e male illuminate, i parcheggi sotterranei e sottopassi pedonali. Molti di questi problemi urbanistici possono essere riscontrati nella capitale dell’Alaska, dove durante gli inverni bui la maggior parte delle zone del centro sono scarsamente illuminate. Le fermate dei mezzi pubblici e i marciapiedi sono mal gestiti, con enormi implicazioni per la sicurezza. Vaste aree di parcheggio di superficie presenti in tutta la città creano ambiti isolati che si prestano all’esercizio delle attività criminali.

Le donne devono essere incluse nei processi di pianificazione e in grado di definire i criteri con i quali gli spazi pubblici possono diventare accoglienti e sicuri per tutti. Luoghi più utilizzati dalle donne significano più sicurezza in generale. Ad Anchorage, ad esempio,  ciò vuol dire pensare a quartieri che favoriscano il transito dei pedoni e mix funzionale che aggiunga vita alla strada. D’altra parte lo sottolineava già Jane Jacobs a proposito delle grandi città americane, le cui violente trasformazioni per far posto ai viadotti sopralevati  avevano prodotto profonde ferite sociali. Il modello della strada urbana che intercetti la vita che si svolge nelle abitazioni, negli uffici e negli esercizi commerciali – negli anni ’60 per Jacobs così come oggi – oltre ad essere ad un valido dispositivo d’inclusione sociale è un buon antidoto alla insicurezza che le donne sperimentano nelle città dove la maglia viaria è dominata dalla presenza delle auto.

 Riferimenti

N. Farooque, Can Urban Planning Help India’s Cities Reduce Sexual Violence?, The New York Time, 26 settembre 2013.

Artic Urbanophile, We’re Afraid They Might Kill Us: Gender Violence and Urban Design, The Artic Urbanophile, 3 aprile 2015.

M. Barzi, Città che odiano le donne, Millennio Urbano, 3 giugno 2014.

Violenza di genere e vita delle città

Le celebrazioni espongono al rischio di dimenticarsi della ragione e della natura di ciò che si celebra e la giornata mondiale contro la violenza sulle donne sembra non sfuggire a questo paradigma. Che cos’è esattamente la violenza contro le donne?  Bisogna arrivare, per parlarne, agli stupri, alle botte, alle uccisioni o basta la limitazione nell’esercizio dei diritti? Vuol dire soccombere alla brutalità di qualcuno o subire l’ostilità generale?

Come molte donne, ritengo che si subisca violenza ogni volta che l’ordinario sessismo della società si manifesta attraverso le parole e i fatti della vita quotidiana, ogni volta che il genere sottolinea per differenza una presunta minorità nello svolgimento delle comunissime azioni che hanno come teatro lo spazio pubblico. Le città – le sue strade, piazze, parchi e attrezzature collettive –  sono lo sfondo delle violenza di genere e delle sue differenti manifestazioni spaziali: dai mezzi di trasporto pubblico fino alle istituzioni di governo. Rare sono le descrizioni delle forme che essa assume perché si tratta di fatti che poco hanno a che fare con i crimini contro le donne. Eppure sempre di violenza si tratta.

E’ un effetto della violenza provare paura, cosa che capita spesso alle donne quando camminano da sole, frequentano il trasporto pubblico, passeggiano in un parco o si trovano in uno dei tanti luoghi minacciosi delle città, e non c’è bisogno di rischiare l’incolumità fisica per provarla. C’è un’ampia zona grigia della quale si avvantaggia la violenza di genere e che si basa sulla consapevolezza delle donne di quanto lo spazio pubblico sia potenzialmente pericoloso. La valutazione della probabilità del rischio è un’esperienza che abbiamo fatto tutte: la paura è un ottimo strumento di dominio.

Violenza o segregazione?

Le donne di Delhi sono costrette ad utilizzare una speciale carrozza dei treni della metropolitana per viaggiare in sicurezza, ma appena riemerse in superficie lì, come in altre città, non possono fare a meno di correre il rischio di essere molestate, violentate e persino uccise. Rispetto agli sforzi che l’India sta facendo per essere un paese laico, democratico e rispettoso dell’uguaglianza di genere – al di là del radicamento nella società di un patriarcato feroce al quale si devono i 1400 stupri dello scorso anno nella sola Delhi – la segregazione delle donne, in quel particolare spazio della metropoli, rappresenta un arretramento nel percorso delle pari opportunità.

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Foto: M. Barzi

Evidentemente ciò che viene assunto, a livello istituzionale, è il presupposto che per le donne essere sicure vuol dire essere separate dagli uomini e che lo spazio urbano è controllato da questi ultimi. La segregazione per generi nel trasporto pubblico sancisce il connubio tra violenza di genere e vita delle città. Pensare, anche in Europa e in generale nel mondo occidentale, a misure che le rendano le città più “amiche” delle donne significa assumere come un dato di fatto l’ostilità dell’ambiente urbano; dal quale, al massimo, si possono ritagliare spazi di sicurezza, essendo impossibile modificarne la natura di strumento della violenza.

In questi giorni la sezione di The Guardian dedicata alle città si sta occupando di Mumbai, una Megacity  che bene rappresenta lo sviluppo economico dell’India e le relazioni con il suo tumultuoso processo di urbanizzazione. Anche qui, un tempo descritto come il posto più sicuro per le donne in India,  le molestie sessuali in strada sono diventate parte della vita quotidiana. Il principio della crescita illimitata che ha orientato le trasformazioni urbane degli ultimi tre decenni ha messo di fronte la città a violente reazioni ecosistemiche: gli eventi estremi, sempre più spesso innescati dal cambiamento climatico, stanno mettendo in luce una vulnerabilità che riguarda soprattutto quella parte di popolazione (un sesto del totale) che vive negli slum. E come sempre accade sono i più deboli a pagare il prezzo della violenza esercitata sull’ecosistema dall’attuale modello di sviluppo basato sulla crescita.

Sono soprattutto le donne ad essere vittime delle reazioni dell’ambiente violentato. Ne è convinta Vandana Shiva, che invita a mettere in relazione l’esponenziale incremento in India della violenza sulle donne con il modello economico incentrato sulla crescita. La svalutazione del lavoro di cura svolto – il non lavoro che non contribuisce alla formazione del PIL – diventa complessiva svalutazione delle donne. I loro corpi possono essere violati allo stesso modo in cui vengono violate le risorse –  il suolo, l’acqua, la biodiversità –  diventate preda della crescita, che nelle città indiane in continuo sviluppo significa grandi estensioni di slum da una parte ed enormi operazioni immobiliari dall’altra.

Le due facce di Mumbai, e di moltissime metropoli globali, sono un grave deficit di abitazioni e un abnorme sviluppo edilizio. Da questo punto di vista evidenti sono le analogie con ciò che sta succedendo più vicino a noi: emergenza casa da una parte e grandi affari immobiliari dall’altra. Anche nelle periferie di Milano o di Roma, che in molti casi tendono ad assomigliare agli slum terzomondiali, violenza di genere significa negazione del diritto alla casa, la cui inesigibilità – sia che la causa si chiami racket o istituzioni colpevolmente inefficienti  – colpisce per prime le donne, ovvero la parte più povera e con minore accesso al reddito della società.

Di ciò si dovrebbe parlare quando l’argomento è la violenza sulle donne: dello spazio e di chi regola la sua condivisione; delle risorse e dei meccanismi che ne governano l’uso e l’accesso. Se si rinchiude la questione nel recinto, per lo più domestico, dei rapporti di coppia, se si evita di collocarla nell’ambito dei rapporti sociali, e di conseguenza nella città intesa come loro rappresentazione spaziale, si finirà per far diventare la giornata mondiale contro la violenza sulle donne un doppione dell’otto marzo, con qualcosa di rosso al posto delle mimose.

Riferimenti

A. Rao, Why the Delhi Metro Needs to Get Rid of the ‘Ladies Compartment’, The Atlantic Citylab, 24 novembre 2014.

B. Karkaria, Mumbai is on the verge of imploding, The Guardian, 24 novembre 2014.

Le relazioni pericolose

IMG_6203Che rapporto c’è tra la forma delle città, le infrastrutture urbane e la violenza sulle donne?  Raramente ci si pensa ma la possibilità che una donna possa camminare da sola senza correre pericoli anche di notte nelle strade di una città dipende molto da come esse sono state progettate.

L’incremento dei casi di violenza sessuale ed in generale l’alto numero di donne vittime di molestie da parte degli uomini sta diventando un occasione per ripensare al modo in cui sono state progettate le città indiane. Gran parte del processo di urbanizzazione dell’india si è innestato sull’eredità coloniale, che ha nella nuova Delhi progettata negli anni Venti del XX secolo come sede dell’amministrazione imperiale britannica, l’unico caso compiuto di piano urbanistico.  La capitale federale ed  altre città indiane come Mumbai,  a partire dall’indipendenza  sono cresciute caoticamente, di fatto senza una vera e propria pianificazione, ed oggi sono tra le più popolate al mondo.

Le grandi trasformazioni urbane che hanno mutato lo skyline della capitale finanziaria dell’India,  riempiendolo di grattacieli, non hanno  certo risolto gli enormi problemi di congestione generati da una densità di popolazione tra le più alte del pianeta.  Nella zona centrale di Mumbai, affianco alle centinaia di edifici che superano i cento metri di altezza, molti dei quali sono abitazioni per ricchi, sull’area di un precedente insediamento di pescatori è cresciuto Dharavi, lo slum più esteso dell’Asia.

Nelle grandi città indiane la parte più povera della popolazione vive negli slum, mentre la classe medio-alta si mette al riparo dalle terribili condizioni prodotte dalla concentrazione della povertà risiedendo in settori urbani separati, sorvegliati giorno e notte e dove possono entrare solo i residenti. All’esterno di queste gated communities, le strade, perennemente intasate dal traffico veicolare, sono l’unico punto d’incontro delle normi differenze sociali che si manifestano nello sviluppo delle città per parti separate.

Delhi e Mumbai sono state recentemente teatro di casi particolarmente efferati di violenza contro le donne che hanno sollevato  una grande ondata di indignazione  e spinto moltissime indiane a manifestare per chiedere più sicurezza. Uno degli aspetti che è immediatamente emerso è che il caotico sviluppo urbano, basato su infrastrutture per la mobilità esclusivamente pensate per l’auto,  è la condizione che ha favorito il proliferare della violenza sulle donne. Strade senza marciapiedi, male illuminate e prive di esercizi commerciali, anche informali come i venditori ambulanti, sono condizioni di estrema insicurezza per una donna che cammini da sola.

Nel caso di Mumbai,  un articolo pubblicato oggi su The Times of India, qui di seguito tradotto,  racconta come un progetto focalizzato sulle relazioni tra genere e spazio urbano indichi una serie di piccoli cambiamenti nelle infrastrutture urbane che possono migliorare la sicurezza delle donne.

Anahita Mukherji, Changes sought in urban design to fight street sexual harassment, 28 novembre 2013, The Times of India (trad. Michela Barzi).

Chiunque attraversi il ponte Matunga Zed durante la notte si sente insicuro. Per le donne però la struttura progettata a forma di tunnel che collega la stazione ferroviaria occidentale con quella centrale di Mumbai può sembrare particolarmente terrificante, visto che chi percorre quel tratto non può ne’ guardare fuori, ne’ essere visto dall’esterno. La soluzione al problema, proposta dall’organizzazione di donne Akshara, consistere nell’eliminare i manifesti che su di un  lato ostruiscono la visibilità del ponte.

Modificare le infrastrutture urbane può contribuire a creare città più sicure,  limitare le molestie sessuali ed i crimini contro le donne e, secondo le attiviste dell’associazione, a Mumbai è giunto il momento di intraprenderli.

Contrariamente alla percezione popolare, una ricerca dimostra che rimodellare l’immagine di Mumbai nel suo paesaggio esclusivo e scintillante non fa di essa  una città più sicura nemmeno per gli uomini. Invece di rendere più attraenti  le strade di Mumbai , l’amministrazione dovrebbe concentrarsi su buone infrastrutture, migliore illuminazione ed ampi marciapiedi.

Il progetto PUKAR Genere e Spazio e una ricerca svolta dall’organizzazione Jagori con sede a Delhi dimostrano che le donne si sentono insicure nel fronteggiare molestie sessuali  se il marciapiede non è pavimentato o male illuminato. Spesso le donne camminano sulla carreggiata stradale per evitare gli incontri con gruppi di uomini ed il rischio di molestie, esponendosi  però ai pericoli del traffico. Al contrario marciapiedi più ampi consentono maggiori spazi di manovra.

“I marciapiedi separati dalla sede stradale generano insicurezza.  Se una donna è inseguita da un uomo si troverebbe intrappolata e non saprebbe  dove rifugiarsi. Per questa ragione molte donne camminano sulla strada invece che sui percorsi pedonali”, afferma la ricercatrice urbana Sameera Khan che fa parte del progetto Genere e Spazio. Kahn evidenzia come le donne costantemente,  e spesso inconsciamente,  pensino alla strategia di attraversamento dello spazio urbano più sicura per loro.

Anche gli alti muri delle numerose gated communities che sorgono in molti settori di Mumbai  non aiutano la sicurezza delle donne, dice Nandita Gandhi , co-fondatrice di Akshara.

L’illuminazione stradale è spesso pensata per garantire la visibilità sulle carreggiate e non sui marciapiedi.  Al di là di dimostrare che le macchine vengono prima dei pedoni, questa propensione dell’organizzazione urbana aumenta il senso di pericolo per le donne, afferma la relazione del progetto PUKAR. Lo stesso vale per molti degli ingressi alle stazioni ferroviarie che sono rimaste al buio visto che l’amministrazione delle ferrovie e la BCM non si sono messe d’accordo su chi doveva illuminare la parte esterna delle stazioni. Invece i venditori ambulanti, afferma Kahn, con le loro lanterne e la loro costante presenza assicurano alle donne quel senso di sicurezza che altrimenti non avrebbero nei tratti bui e solitari delle strade.

Contrariamente alla credenza popolare, molti studi a livello internazionale, dimostrano che la presenza  dei venditori ambulanti rende le città più sicure per le donne. Essi sono percepiti come “occhi attenti sulla strada” e attirano le persone verso di loro. Lo studio redatto dal progetto PUKAR rivela che le donne si sentono più insicure a camminare nel tratto tra Churchgate e Flora Fountain da quando sono state eliminate le bancarelle di libri. E’ una strada caotica ed affollata a dare sicurezza  ad una donna.

Postilla. Sul rapporto tra forma della città e sicurezza sociale in genere aveva scritto oltre cinquant’anni fa Jane Jacobs, a proposito delle trasformazioni delle grandi città americane. Ora le grandi città indiane ci forniscono un’altra prova di quanto avesse ragione (m.b.).

Sul rapporto tra forma urbana e sicurezza si veda:

M. Barzi, Quanto la pianificazione delle città può prevenire la violenz sulle donne?, 29 settembre 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, Foto di gruppo con signore. Immagini dalla metropolitana di Delhi, 13 ottobre 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, La signora che osservava la strada, 13 novembre 2013, Millennio Urbano