Smart City s.p.a.

Il primo ministro indiano Narendra Modi ha inserito nel bilancio 2014-15 una piano da 70 miliardi di rupie (870 milioni di euro) per realizzare 100 smart city, ovvero 100 nuove città dotate delle migliori infrastrutture e tecnologie, secondo quanto era già stato promesso prima della sua elezione nel capitolo del suo programma elettorale intitolato Aree Urbane: Centri ad Alta Crescita. In esso veniva chiarito che le città indiane devono smettere di  essere luoghi di povertà e difficoltà. Devono invece diventare simboli di efficienza, rapidità e crescita. Si tratta di una dichiarazione d’intenti molto chiara: le smart city indiane non sono pensate per guidare il tumultuoso processo di urbanizzazione della più grande democrazia del mondo ma per agevolare gli investimenti di capitale privato, soprattutto quello di provenienza estera. Per consentire agli investitori stranieri di svolgere un ruolo importante nella loro costruzione, i criteri  riguardo le superfici minime di trasformazione urbana e del capitale investito sono stati modificati.

A parte il significato piuttosto nebuloso dell’espressione, il piano prevede che una smart city possa essere una città del tutto nuova, oppure una esistente e riqualificata; in entrambi i casi si tratta di un organismo urbano che viene dotato di tecnologie e infrastrutture per una ottimale gestione.  Quando era primo ministro dello stato del Gujarat, Modi aveva varato due progetti di smart city: il Distretto Speciale di Investimento della Regione di Dholera, e Gujarat International Financial Tec (GIFT). La città di GIFT è un nuovo insediamento prevalentemente finanziario su circa 350 ettari di suolo precedentemente agricolo, mentre il distretto di Dholera è un grande piano di riqualificazione e riuso che copre 903 chilometri quadrati di superficie industriale.

Il programma smart city di Modi si inserisce in un quadro più generale di creazione di corridoi economici fra le grandi aree metropolitane indiane di Delhi, Mumbai, Chennai e Bangalore. L’idea è che in questi corridoi nascano centri industriali e terziari qualificabili come smart city” e che vengano realizzati attraverso la collaborazione tra il governo indiano e i governi stranieri che cercano di aprire spazi alle proprie imprese. Tra questi vi è il Giappone, che collabora con l’India con un investimento di circa 350 milioni di euro nel corridoio Dehli-Mumbai attraverso la Japan International Cooperation Agency (JICA). JICA ha inoltre messo a punto piani di massima per tre smart city nel corridoio Chennai-Bangalore. Una collaborazione tra Gran Bretagna e India è attiva nel corridoio  Bangalore-Mumbai, dove operano aziende private inglesi. Lo stesso avviene con Singapore per  quanto riguarda le conoscenze sulla pianificazione urbana e sullo sviluppo delle 100 smart city.

Sempre con questa finalità sono state avviate collaborazioni con aziende tecnologiche quali IBM and Cisco, che hanno elaborato piani per nuove smart city, per la trasformazione di insediamenti esistenti e per la gestione di aree industriali. Il tutto si basa sul presupposto che esistano soluzioni tecnologiche ai problemi quotidiani dei cittadini. Con la tecnologia, ritenuta apolitica, si pensa dimettere al riparo la governance dai limiti dei politici. L’inefficienza del metodo politico-burocratico verrebbe meno grazie ai cosiddetti Big Data e alla loro gestione smart. Una visione tecnocratica che finisce per escludere ancor di più chi già oggi sta ai margini del potere.

Ciò che dà impulso al programma smart city sono fondamentalmente gli investimenti stranieri  e per facilitare l’ingresso di capitali in questo tipo di progetti il governo mette a disposizione norme semplificate. Non è un caso se con l’espressione città intelligenti in realtà vengano designate delle zone economiche speciali, enclaves in cui non valgono le correnti leggi fiscali, doganali, sulle accise e sul lavoro. Le smart city in ultima analisi sono un modo per consentire l’investimento di imprese internazionali in ambiti privilegiati e per oltrepassare  la complessità che caratterizza l’ambiente urbano dell’India. Sono ormai numerosi coloro temono che le cosiddette città intelligenti finiscano per tramutarsi in zone caratterizzate dall’apartheid sociale, governate da potenti entità societarie che potrebbero ignorare le leggi e i governi locali ed escludere i poveri tramite la sicurezza privata e l’uso massiccio della polizia.

A questo riguardo il programma di costruzione delle 100 smart city sta diventando il grimaldello con il quale sarà scardinato il principio per cui erano obbligatori il consenso e l’indennizzo di coloro che utilizzavano precedentemente le terre sulle quali si realizzeranno gli insediamenti. In pratica, una colossale messa a profitto del territorio rurale che verrebbe urbanizzato a favore di una nuova tipologia di cittadini. Non i contadini impoveriti che affollano le periferie urbane prive di qualsiasi infrastruttura, ma una nuova classe di abitanti smart connessa al complesso sistema tecnologico che governa le nuove città in assenza di regole democratiche.

Riferimenti

M. Idiculla, Crafting “smart cities”: India’s new urban vision, Open Democracy, 22 agosto 2014.

S. Ravindran, Is India’s 100 smart cities project a recipe for social apartheid?, The Guardian, 7 maggio 2015.

 L’immagine di copertina è tratta da Indian Smart Cities.