L’improbabile ritorno della città giardino

2013-11-17 16.16.11
Foto M. Barzi

E’ un grave errore dare per morto il suburbio e la cultura che ne ha sostenuto lo sviluppo. Così si può riassumere al meglio il senso di un’operazione editoriale che si propone di essere, da un lato,  rassegna di come l’idea di città giardino sia stata applicata nello sviluppo suburbano di mezzo mondo, e dall’altro riproposizione della ricetta  per le trasformazioni delle città contemporanee.

Robert A. Stern, preside della Scuola di Architettura di Yale e sostenitore anti-archistar del design tradizionale,  è autore di molti libri voluminosi,  e  il suo monumentale Paradise Planned. The Garden Suburb and the Modern City è una celebrazione dell’urbanistica del XIX secolo con la quale intende dimostrare che essa ha ancora molte utili lezioni da impartire.

La città giardino ideale – quella pensata da l’ex verbalizzatore delle sedute del parlamento inglese Ebenezer Howard  in Garden Cities of To-morrow –  è un insediamento a metà tra città e campagna per 30.000 abitanti con tipologie abitative diversificate secondo il reddito. Un’utopia scientificamente fondata, progettata per essere ripetibile, e valutata secondo solidi parametri.

Franklin D. Roosvelt pensava che fosse un’idea eccellente e infatti la versione statunitense più conosciuta del modello originale è Greenbelt nel Maryland, progettata da Guy Rexford Tugwell come una delle iniziative per costruire alloggi a prezzi accessibili avviate con il New Deal. Si può riconoscere il tipico layout di questo schema di base – una piazza centrale che ospita le istituzioni civiche sulla quale s’innestano i viali che conducono all’esterno della città –  a Canberra, in Australia, e più recentemente, nella comunità New Urbanism di Seaside in Florida.

Il libro di Stern è un repertorio di 1.000 mille esempi analoghi sparsi in 25 paesi del mondo. Il suggerimento sembra essere: questo modello insediativo ha dimostrato di funzionare abbastanza bene. La sua missione sembra quindi essere la salvaguardia di una gloriosa tradizione urbanistica, ma a ben vedere Paradise Planned contiene anche molti suggerimenti per intervenire sulle città contemporanee e per risolverne i problemi.

Situazioni disastrose come quella di Detroit, dove numerosi sono i lotti vuoti o dismessi, possono fornire ottimi spunti per riprogettare le infrastrutture e le reti sulle quale simili città sono state costruite. Non si tratta di calare ricette dall’alto, sostiene Stern, riferendosi implicitamente alle critiche di Jane Jacobs – ritenuta però “troppo sbrigativa” – ma di valutare con attenzione il ruolo delle espansioni suburbane nelllo sviluppo di quelle città. In fondo. secondo Stern, i suburbio è come il colesterolo c’è quello buono e c’è quello cattivo: è una questione di dosaggio.

D’altra parte molte metropoli in piena espansione demografica, come San Francisco, New York, Londra e Parigi, sono diventate economicamente insostenibili soprattutto per la classe media, quella che storicamente si è affidata all’architettura neotradizionale delle espansioni suburbane per sentirsi a casa e parte di una comunità . Al di là delle critiche al linguaggio architettonico contemporaneo, dal Movimento Moderno alle archistar di moda, la campagna di opinione di Stern ha quindi ottenuto un certo riscontro negli Stati Uniti perché basata su di una piattaforma contraria a quelle corrente.

Meglio non dare per morto il suburbio, sostiene Stern,  dato che il tema della rivitalizzazione delle aree centrali è già stato abbastanza esplorato e che, tutto sommato, ciò che ha prodotto è un crescente divario tra i pochi che possono permettersi un lussuoso appartamento centrale e i molti che vengono sospinti sempre più all’esterno delle aree urbane dall’innalzamento dei valori immobiliari. Anche se la preoccupazione di Stern non è certo l’equità urbane, è difficile, a questo riguardo, dargli torto.

Riferimenti

A. Flint, Why the ‘Garden City’ Is Making an Unlikely Comeback, The Atlantic Citylab, 28 maggio 2014

Donne e città nuove

Nel ventesimo secolo la fine della reclusione nella vita domestica ed il conseguente contributo femminile allo sviluppo economico hanno avuto un grande impatto sulla dimensione delle famiglie e sulle tipologie abitative. A parità di superficie, i membri di un nucleo famigliare di 4 persone potevano avere più spazio rispetto alle condizioni di affollamento del secolo precedente.

Le politiche abitative pubbliche sono dapprima intervenute sulle carenze sanitarie e poi su quelle morali degli alloggi, ritenendo la promiscuità un male da estirpare come le condizioni che favorivano il diffondersi del colera o della tubercolosi. Separare i figli dalla stanza dei genitori, i maschi dalle femmine, dotare le case di bagni per facilitare l’igiene e garantire la privacy è stato parte del programma riformatore dal quale sono scaturiti i grandi piani per la realizzazione di abitazioni accessibili e salubri che hanno mutato il volto delle città contemporanee dei paesi industrializzati.

Per Virginia Woolf  il senso della vita di un’anziana signora –  vista attraversare una di quelle lunghe strade di periferia le cui interminabili case sono infinitamente popolate – poteva essere riassunto con la consapevolezza che tutti i pranzi sono stati serviti, i piatti e le tazze lavati, i bambini sono andati a scuola, poi si sono sparsi per il mondo. E tuttavia, da quando scrisse quelle parole, molte donne sono state in grado di uscire dalla prigionia della vita domestica lì evocata.

Le donne sono riuscite a portare la realtà dentro le stanze in cui finalmente potevano chiudersi ad esempio per coltivare il loro talento, diversamente da quanto era toccato in sorte a Jane Austen  o alle sorelle Brontë, divise tra la scrittura e le cure domestiche. In effetti, almeno nella classe media, la possibilità di una carriera professionale da affiancare alle cure della famiglia – meno gravose anche in virtù del minor numero di figli – aveva smesso  di essere prerogativa maschile.

Quando Virginia Woolf scriveva Una stanza tutta per se nel Regno Unito i programmi di edilizia economica e popolare, promossi attraverso l’intervento statale e il movimento cooperativo, avevano già prodotto grandi trasformazioni urbane, compresa la nascita del nuovo modello insediativo scaturito dall’idea di Città Giardino che, nel secondo dopoguerra, diede impulso alla costruzione delle new town.

 

Inversione di tendenza

 

DSC04362
Foto: M.Barzi

Rispetto a quella stagione di grandi riforme, la direzione presa dalle politiche abitative della coalizione di governo attualmente in carica oltre Manica va in segno contrario. Come misura per  diminuire l’altissima domanda di case in affitto a canone sovvenzionato, l’introduzione della cosiddetta bedroom tax  propone di tagliare il contributo per gli appartamenti dove ci sia una stanza in più rispetto alle nuove norme di occupazione per tipologia e genere di abitanti.

Il risultato che si sta profilando è che una famiglia con bambini di sesso diverso al di sotto dei 10 anni sarà spinta a cercare una casa più piccola perche il contributo all’affitto verrà decurtato se i figli dispongono di una stanza a testa. In teoria liberando l’alloggio per una famiglia a reddito basso che ha i requisiti per occupare la casa più grande. In pratica però le agenzie che gestiscono l’housing sociale già prevedono una serie di demolizioni di alloggi di maggiori dimensioni, che resteranno sfitti in quanto non adatti alla tipologia di famiglia media attuale, più ridotta rispetto al passato.

D’altra parte l’iniziativa privata, che già non realizza il fabbisogno di nuovi alloggi economicamente accessibili, difficilmente sarà in grado di rispondere alla nuova domanda verosimilmente generata dalla introduzione della bedroom tax. Gli effetti socialmente devastanti di questa tassa cominciano peraltro a profilarsi: a Birmingham una donna di 53 anni che viveva da sola nella casa dove aveva cresciuto due figli di sesso diverso si è tolta la vita di fronte alla prospettiva di lasciare l’abitazione di tre camere da letto o di pagare di più.

Per far fronte a questo scenario, il governo ombra laburista ha proposto la costruzione di cinque nuove new town che garantiscano case economiche in nuovi insediamenti ispirati al modello della città giardino e collegati a Londra da una linea ferroviaria ad alta velocità. L’idea non è certo originale: si stimola l’iniziativa privata con la realizzazione di una infrastruttura che collegherà i nuovi insediamenti là dove il mercato immobiliare esprime la minore offerta di abitazioni per i ceti meno abbienti.

Anche senza considerare la quantità di suolo agricolo che verrà trasformato, l’aspetto che solleva più di un dubbio in questa proposta è il suo essere basata sul modello famigliare centrato sul reddito del maschio lavoratore, che affronterà ogni giorno un lungo viaggio per raggiungere la metropoli dove ha un impiego e dove, in ogni caso, ha molte più opportunità di trovarlo. Il decentramento di quella parte di popolazione a reddito più basso che non riesce ad affrontare i costi di una abitazione all’interno dell’area metropolitana londinese consegna le donne alla prospettiva di cercare lavoro in condizioni di mercato che offrono meno opportunità ma che meglio si concigliano con gli impegni domestici.

Le misurazioni delle differenze di genere prodotte ogni anno dal World Economic Forum ci dicono che anche nei paesi più sviluppati in gender gap che ancora non si riesce a colmare è quello dell’accesso al mercato del lavoro e dei livelli di retribuzione. Le donne sono oggettivamente più povere degli uomini perché lavorano meno e sono meno pagate e poiché sappiamo che le grandi città sono i luoghi dove s’incontrano le maggiori opportunità di partecipazione alla vita economica, la presenza di donne economicamente attive all’interno dei grandi agglomerati urbani dovrebbe diventare un indicatore della sostenibilità sociale. Ma a ben vedere in causa c’è anche la sostenibilità ambientale, dato che un ecosistema urbano in grado di sostenere la vita dei suoi abitanti è senz’altro più sano di quello che li espelle.

La proposta laburista sembra una presa d’atto dell’impossibilità di far diventare la metropoli economicamente e socialmente sostenibile ed una rinuncia a trovare soluzioni che mettano a disposizione di un maggior numero di persone le opportunità che essa offre. E’ ciò che propone invece Lord Rogers di Riverside, il notissimo architetto ed esponente del Labour che ha espresso il proprio disappunto per il riemergere di programmi di costruzione di milioni di nuove case su spazi aperti.

Sia che si tratti della generale erosione della greenbelt, proposta dal governo conservatore per realizzare 40 nuove città giardino, o delle 5 new town per il decentramento di Londra –   pensate dall’opposizione – chi proprone di usare altro suolo libero per costruire case sottovaluta quanto ancora le città esistenti abbiano da offrire rinnovandosi grazie al riutilizzo delle aree dismesse. Città nuove quindi e non nuove città, repliche delle prime che finiranno per essere dormitori per pendolari.

 

Riferimenti

S. Morris, Woman worried about bedroom tax killed herself, coroner finds, The Guardian, 14 maggio 2014.

D. Boffrey, Labour pledges to build five new towns to ease shortage of new homes, The Guardian, 24 novembre 2013.

R. Rogers, Forget about greenfield sites, build in the cities, The Guardian, 25 luglio 2014.

R. Booth, Labour architect peer says building on greenbelt ‘a ridiculous idea’, The Guardian, 8 settembre 2014.

Una città a misura di razza

2013-08-10 14.00.50
Foto M. Barzi

C’è un parco urbano in riva al lago nella periferia della città.  E’ un luogo molto frequentato da diverse categorie di cittadini che vi giungono per godere degli ampi spazi a prato, dell’ombra degli alberi, della vista del lago con  il Monte Rosa sullo sfondo. Si trova di fianco al vecchio lido con la piscina scoperta, molto frequentata in estate, ed è attraversato dalla pista ciclabile che corre tutto attorno al perimetro del lago. Sotto la chioma degli alberi sono sistemati una serie di tavoli e panchine e sono numerosi coloro che vi giungono attrezzati per il pic nic. Un tempo vi erano anche le strutture per cuocere i cibi alla brace, rito di socializzazione oggi relegato ai giardini delle case unifamigliari che deve per forza chiamarsi barbecue, anche se presente nella cultura popolare di molti popoli. I fuochi nel parco, si rese conto l’amministrazione comunale  nel 2010, con tutte quelle piante potevano essere pericolosi e poi c’era il problema dei residui della cottura. Quindi via i bracieri, ma soprattutto via gli stranieri, forse le maggiori presenze nei momenti in cui nel parco aleggiavano le basse ed olezzanti nuvole di fumo di carbonella.

In città vi è un’altra area verde ad alta frequentazione multietnica che si trova nel mezzo di un quartiere popolare, nascosto alla vista da chi passa sul viale che divide in due l’insediamento di edilizia economico-popolare. Vi giocano a calcio molti ragazzi stranieri, a volte mischiati agli italiani, in squadre improvvisate o in tornei auto-organizzati. Sulle altalene un po’ arrugginite si divertono i bambini del quartiere, in maggioranza non italiani pur essendo nati in Italia. Secondo il piano regolatore l’area non è un parco pubblico, anche se di proprietà comunale, ed è edificabile. Vi erano le difficoltà finanziarie del comune, come ha sostenuto l’amministrazione della città nel 2010, alla base della scelta d’inserirla nel piano delle alienazioni, ma, secondo l’opinione dei molti residenti che, grazie ad una raccolta di firme ne hanno bloccato la vendita, è più probabile che ci fosse  la volontà di disfarsi della manutenzione di un luogo prevalentemente frequentato dagli immigrati.

Altri settori della città ad alta frequentazione di stranieri, che sono il 12% della popolazione cittadina, sono stati trasformati o sono in procinto di esserlo. Le panchine di due viali vicini ad un quartiere con il 40% di popolazione straniera sono state tolte o sostituite con sedute individuali ben distanti le une dalle altre, e tutto ciò a seguito della cosiddetta ordinanza anti-bivacco. Il grande piazzale posto tra le due stazioni ferroviarie, che ospita il terminal delle linee del trasporto extraurbano ed il mercato tre volte a settimana, diventerà il fulcro del progetto di unificazione delle stazioni ed ospiterà un edificio multifunzionale con posteggio interrato.  Non si sa dove verrà spostato  il mercato o se sarà semplicemente eliminato, ma nel frattempo si moltiplicano le dichiarazioni contro l’eccessiva presenza di ambulanti stranieri da parte di esponenti del partito che governa la città da 20 anni.

Alla fine degli anni ’80 il mercato cittadino era stato spostato nel grande piazzale tra le stazioni per far posto ad un centro commerciale con annesso posteggio interrato multipiano nella piazza che l’aveva ospitato per secoli.  Essa oggi è di fatto null’altro che la copertura del sottostante posteggio, separata dal livello della strada da una serie di fioriere ed elementi di arredo che definiscono una sorta di percorso verde per raggiungerne l’ingresso. Questo luogo un po’ appartato si è nel tempo tramutato in punto d’incontro per gruppi di stranieri, in prevalenza maschi ed africani, ed ora viene costantemente stigmatizzato come il luogo più degradato del centro cittadino. Anche in questo caso si attende l’attuazione del progetto di riqualificazione della piazza che prevede la sostituzione di una caserma dismessa da anni con il teatro nel frattempo realizzato al posto del vecchio mercato coperto, il cui spostamento genererà la valorizzazione immobiliare dell’area su cui sorge.

Nelle strategie di governo della città la presenza degli stranieri è affrontata come un problema, un elemento di disturbo e di degrado. Il partito che esprime da 20 anni il sindaco ha imposto al governo della regione modifiche alla legge urbanistica per contrastare il sorgere di luoghi di culto e di esercizi commerciali gestiti da comunità di immigrati e, contemporaneamente, le condizioni di accesso all’edilizia residenziale pubblica sono state orientate a misure di maggiore difficoltà per chi non è italiano.

I continui richiami alla qualità dell’ambiente costruito della città hanno sempre come risvolto la chiusura a qualsiasi trasformazione che ne snaturi il suo essere “a misura d’uomo”, con il centro curato come se fosse il salotto di casa, l’area pedonale per lo shopping di lusso ed i quartieri residenziali “immersi nel verde”. Tutto molto diverso e culturalmente distante dalla metropoli che dista solo poche decine di chilometri, evocata quando il fatto di cronaca nera sbatte lo straniero in prima pagina per poi aggiungere che “da noi” queste cose non succedono.

Il fenomeno, tuttavia, non è nuovo. Era iniziato con il boom economico, più di mezzo secolo fa, quando la città aveva preso ad essere luogo di elezione per decine di migliaia emigrati dal Sud d’Italia in cerca di lavoro nelle fabbriche del Nord. La conseguenza fu una grande trasformazione sociale e demografica mal sopportata da coloro che volevano preservare la città dalle turbolenze dello sviluppo economico. I suoi amministratori puntarono tutto sul marchio “città giardino” per attirare chi scappava dalla vicina metropoli sovraffollata, inquinata e violenta. Il modello residenziale proposto, in alternativa alla densità volumetrica e demografica della grande città, era la casa unifamigliare ed una buona dotazione di servizi, tutti facilmente accessibili in pochi minuti di tragitto in auto. E soprattutto c’era una limitata commistione con chi veniva “da fuori”, al massimo concentrati nei quartieri di edilizia popolare o nei nuclei storici abbandonati dagli “autoctoni” che, nel frattempo, si erano costruiti la casetta con giardino.

Su questo terreno culturale, dove ciò che è locale è oggetto di culto ed i valori da difendere sono quelli della  “nostra gente” , si è propagato il consenso al partito che ha preso il posto della vecchia classe politica, cancellata dalle inchieste sulla corruzione di inizio anni ’90.  Senza mai evocarla in questi decenni si è radicata l’idea che esista una “razza” che abita da sempre questa terra e discende direttamente dalle tribù che nel neolitico s’insediarono sulle sponde dei numerosi laghi di questa regione subalpina, lasciando tracce oggi conservate nel museo civico. Agli abitanti della città  è bene ricordare che il ceppo insubrico-padano è l’origine della loro comunità e  a questo scopo l’amministrazione pensò di allestire una capanna palafitticola nel parco sul lago, poi data alle fiamme, come testimonianza vivente di quella civiltà. Sembra che gli autori del gesto vandalico fossero italiani, secondo la testimonianza resa ai carabinieri da alcuni ragazzi stranieri presenti sul luogo, anche se non sapremo mai a quale razza di italiani appartenessero.