Fifth Avenue, Uptown (II)

Nel luglio 1960 lo scrittore afroamericano e attivista dei diritti civili James Baldwin (1924-1987) rivolge il proprio sguardo ad Harlem, il quartiere di New York dove era cresciuto, descrivendo, tra l’altro, gli effetti della riqualificazione urbanistica sugli abitanti che, come lui, vedevano nella prestigiosa Fifth Avenue, simbolo delle Manhattan ricca e bianca, il limite invalicabile entro il qual trascorrere la loro esistenza. Qui, nella traduzione di Michela Barzi, proponiamo il secondo dei due estratti del saggio pubblicato su Esquire, nei quali Baldwin descrive come le idee che hanno ispirato la stagione dell'”urban renewal” hanno riprodotto la segregazione razziale tipica delle città americane.

Ora, io sono perfettamente consapevole del fatto che ci siano altri slum nei quali i bianchi stanno combattendo per le loro vite, in molti casi perdendo. So che il sangue sta scorrendo per quelle strade e che lì il danno agli esseri umani è incalcolabile. La gente continua ad indicarmi lo squallore della condizione dei bianchi per consolarmi della stessa condizione dei neri. Ma l’argomento del fallimento americano non consola me  e non dovrebbe consolare nessun’altro. Il fatto che centinaia di migliaia di bianchi stiano in effetti vivendo non meglio dei “negri” non può essere osservato con noncuranza. La bancarotta sociale e morale suggerita da questo fatto è del tipo più amaro e terrificante.

Tuttavia, le persone che credono che questo tormento democratico abbia un qualche valore consolatorio sono spesso portate ad indicare il tale bianco e il tale nero di successo venuti fuori dagli slum. L’esistenza – la pubblica esistenza – diciamo di Frank Sinatra e di Sammy Davis Jr. è la dimostrazione per queste persone del fatto che l’America è ancora la terra delle opportunità e che le disuguaglianze svaniscono di fronte ad una ferrea volontà. Tutto ciò non dimostra nulla. La ferrea volontà è rara – al momento in questo paese è indicibilmente rara – e le disuguaglianze che affliggono molti non sono in nessun modo giustificabili con il successo di pochi. In pochi hanno sempre avuto successo, in ogni paese, in ogni epoca e malgrado regimi che nessuno sforzo di immaginazione può definire liberi. Vale la pena di ricordare che non tutte queste persone di successo hanno lasciato il mondo in condizione migliori di come lo hanno trovato. La volontà di ferro è rara ma non è sempre orientata al bene. Inoltre, l’equazione tutta americana tra l’avere successo ed essere famosi rivela un orribile mancanza di rispetto nei confronti della vita e dei risultati degli essere umani. Questa equazione ha fatto in modo che le nostre città siano tra le più pericolose al mondo e i nostri giovani tra i più vuoti e confusi. La situazione della nostra gioventù non è un mistero. I bambini non sono particolarmente portati ad ascoltare chi è più vecchio di loro ma riescono benissimo ad imitarlo. D’altra parte sono costretti a farlo, non avendo altri modelli. I nostri bambini sono il frutto del nostro comportamento. Essi imitano la nostra immoralità e il disprezzo per il dolore altrui.

Tutti coloro che vivono negli slum possono, se il loro conto in banca lo permette, andarsene da lì e svanire in un colpo solo dalla vista della persecuzione. Nessun nero in questo paese è mai riuscito a mettere insieme quei soldi e ci vorrà ancora un bel po’ di tempo prima che riesca a farlo.

I neri di Harlem, che non hanno il becco di un quattrino, spendono i loro soldi in cianfrusaglie appena immesse sul mercato. Esse includono uno schermo più “ampio” della TV, un impianto hi-fi di maggiore “fedeltà”, un’auto più “potente” e tutte diventano obsolete ancor prima di essere pagate. Chiunque abbia combattuto con la povertà sa quanto è costoso essere poveri e se si fa parte della popolazione economicamente parlando carceraria,  semplicemente i propri piedi sono per sempre piazzati su di un percorso obbligato. Si diventa vittime economiche in centinaia di modi, ad esempio grazie all’affitto o alla assicurazione dell’auto. Andate per un giorno e senza un particolare motivo a fare compere ad Harlem, e paragonate i prezzi e la qualità della merce di Harlem con quelli dei negozi del centro.

Le persone che sono riuscite ad andarsene da questo isolato sono semplicemente finite in un ghetto più rispettabile. Il ghetto rispettabile non ha nemmeno i vantaggi di quello che lo è assai meno, amici, vicini, cerchia familiare e commercianti ben disposti; e d’altra parte è nella natura di ogni ghetto di non rimanere rispettabile a lungo. Ogni domenica ritornano a quell’isolato, trascinandosi dietro i loro figli sempre più scontenti. Passano il giorno parlando, non sempre a parole, delle  difficoltà che hanno incontrato- bisogna guardare i loro occhi mentre guardano i loro figli – e di quelle che con ogni probabilità incontreranno. Perché ai bambini non piacciono i ghetti. In un attimo capiscono esattamente dove si trovano.

I complessi residenziali di Harlem sono detestati. Lo sono almeno quanto i poliziotti, e questo la dice lunga. E sono odiati per la stessa ragione: entrambi rivelano, in modo insopportabile, la reale attitudine del mondo bianco, indipendentemente da quanti discorsi progressisti vengano tenuti, da quanti nobili editoriali vengano scritti, da quante commissioni per i diritti civili vengano istituite.

Certo è che i complessi residenziali sono odiosi, dato che c’è una legge valida ovunque nel mondo che prevede che le case popolari siano incoraggianti quanto una prigione. Vengono ammassati in tutta Harlem, senza colore, degradati, alti e rivoltanti. Le ampie finestre guardano sull’invincibile e indescrivibile squallore di Harlem: le banchine ferroviarie di Park Avenue, attorno alle quali, quarant’anni fa è cominciata a sorgere l’attuale comunità di pelle scura; le case lasciate al degrado, oppresse, sembrerebbe, dal peso della frustrazione e dell’amarezza che contengono; gli scuri, nefasti edifici scolastici, dai quali il bambino può solo uscire menomato, cieco, drogato o arrabbiato per il resto della vita;  e le chiese, chiese, interi tratti di strada fatti di chiese, inserite nelle mura come cannoni in quelle di una fortezza. Anche se le amministrazioni dei complessi non fossero così incredibilmente umilianti (ad esempio: gli incrementi di salario devono essere comunicati alla direzione, cosa che finisce per mangiarsi l’incremento attraverso l’aumento dell’affitto; la direzione ha il diritto di sapere chi sta nel tuo appartamento, la direzione può chiederti di andartene, a sua discrezione), i complessi sarebbero comunque detestati perché sono un insulto alla più gretta intelligenza.

Harlem si è dotata del primo complesso privato –  Riverton, che ora è naturalmente uno slum – dodici anni fa, dato che al tempo non era permesso ai neri di risiedere a Stuyvensant Town[1].  Harlem ha quindi visto crescere Riverton nella più violenta amarezza di spirito, ed ha cominciato ad odiarlo molto prima che arrivassero i costruttori. Hanno cominciato ad odiarlo nel momento in cui le persone hanno abbandonatolo loro case perché condannate alla demolizione e perché si doveva fare spazio ad una ulteriore prova di quanto profondamente il mondo dei bianchi le disprezzasse. E non appena si sono trasferiti lì naturalmente hanno cominciato a rompere le finestre, distruggere i muri, urinare negli ascensori e fornicare nei campi da gioco. I progressisti, sia bianchi che neri, sono rimasti sconvolti da questo spettacolo. Io sono rimasto sconvolto dalla innocenza progressista, o dal cinismo, che in pratica finisce per essere la stessa cosa. Altri erano ben contenti di avere la prova provata del fatto che nulla si può fare per migliorare la condizione della gente di colore. La gente di Harlem sa che vive lì perché i bianchi pensano che non siano in grado di vivere altrove. Nessuna dose di “miglioramento” può addolcire questo fatto. Qualsiasi somma di danaro destinata a migliorare questo o un altro ghetto potrebbe ugualmente essere bruciata. Un ghetto può essere migliorato solo in un modo: smettendo di esistere.

Note

La foto di copertina è “Tarheel Social Club” Harlem 1985 di Matt Weber.

[1]Grande complesso residenziale di Manhattan costruito su di un’area degradata subito dopo la seconda guerra mondiale.

Fifth Avenue, Uptown (I)

Nel luglio 1960 lo scrittore afroamericano e attivista dei diritti civili James Baldwin (1924-1987) rivolge il proprio sguardo ad Harlem, il quartiere di New York dove era cresciuto, descrivendo, tra l’altro, gli effetti della riqualificazione urbanistica sugli abitanti che, come lui, vedevano nella prestigiosa Fifth Avenue, simbolo delle Manhattan ricca e bianca, il limite invalicabile entro il qual trascorrere la loro esistenza. Qui, nella traduzione di Michela Barzi, proponiamo il primo di due estratti del saggio pubblicato su Esquire, nei quali Baldwin descrive come le idee che hanno ispirato la stagione dell'”urban renewal” hanno riprodotto la segregazione razziale tipica delle città americane.

C’è un complesso residenziale al posto della casa dove sono cresciuto e uno di quegli stentati alberi urbani sta latrando dove un tempo c’era la nostra porta d’ingresso.

Esso si trova sul lato riqualificato della strada. L’altro – dato che il progresso richiede tempo – non è ancora stato riqualificato e ha esattamente lo stesso aspetto di quando noi ragazzi sedavamo con i nostri nasi schiacciati sul vetro della finestra, aspettando di essere autorizzati ad “attraversare la strada”. La drogheria che ci faceva credito è ancora lì e non c’è dubbio che stia continuando a fare credito. Gli abitanti del complesso hanno sicuramente più bisogno di credito di quando non ne abbiano del complesso. L’ultima volta che sono passato davanti a quel negozio, il suo proprietario ebreo stava sempre lì in mezzo agli scaffali, con un aspetto più triste e pesante ma per nulla invecchiato. Un po’ più giù lungo l’isolato c’è la bottega di calzolaio nella quale le nostre scarpe venivano riparate fino a quando era possibile farlo e nella quale, successivamente, comperavamo le nostre “nuove” scarpe. Il suo proprietario nero è ancora lì, visibile dalla vetrina, con la testa bassa a lavorare la pelle.

Loro potrebbero raccontare una lunga storia se volessero (e forse ne sarebbero felici se potessero), avendo visto così tanta gente combattere  e così a lungo dibattersi impigliati all’amo, al filo spinato di questa strada.

La strada in questione è in altri termini la rinomata ed elegante Fifth Avenue. L’area che sto descrivendo, che nel linguaggio delle odierne gang sarebbe definita ” il territorio”, è perimetrata dalla Lenox Avenue ad ovest, il fiume Harlem ad est, e le strade 135 a nord e 130 a sud. Non abbiamo mai vissuto al di là di questi confini; qui è dove siamo cresciuti.

Camminare, ad esempio, lungo la 145 strada, che pure mi è famigliare ed ha le stesse caratteristiche, non ha lo stesso impatto perché non conosco nessuno degli abitanti dell’isolato. Ma quando svolto ad est all’angolo tra la 131 e Lenox Avenue, s’incontrano il negozio di bibite gassate, il salone del lustrascarpe, poi una drogheria e una lavanderia e infine le case. Lungo la strada ci sono persone che mi hanno visto crescere, che sono cresciute con me e che io ho visto crescere insieme ai miei fratelli e sorelle; e qualche volta tra le mie braccia, qualche volta sotto i miei piedi, qualche volta sulle mie spalle c’erano i loro figli, una profusione, un mucchio di bambini che includeva i miei nipoti maschi e femmine.

Quando si raggiunge la fine di questo lungo isolato ci si trova nell’ampia, schifosa, ostile Fifth Avenue, che sta proprio di fronte a quel complesso sospeso sulla strada come un monumento alla follia e alla viltà delle buone intenzioni. Lungo l’solato, per tutti coloro che lo conoscono, ci sono immensi divari umani, ampi come crateri. Queste lacune non sono state semplicemente create da coloro che se ne sono andati, inevitabilmente in qualche altro ghetto, o da coloro che hanno sviluppato una maggiore capacità di disprezzarsi e deludersi da soli, o da coloro che in qualsiasi modo – la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea, la pistola o il manganello di un poliziotto, una guerra tra bande, una rissa, la malattia mentale, un’overdose di eroina, o, semplicemente, un’innaturale esaurimento delle forze – sono morti. Sto parlando di coloro che sono rimasti e, principalmente, sto parlando dei giovani. Cosa stanno facendo? Beh, una minoranza di loro sono fanatici membri delle più estreme sette della chiesa pentecostale. Molti di più sono i “mussulmani” per affiliazione o simpatia, il che significa che sono legati tra di loro né più e né meno che dall’odio per tutto ciò che è bianco e che funziona. Li si trova, ad esempio, agli incontri del movimento Compra Nero che si tengono agli angoli delle strade, dove chi parla incita chi ascolta a smetterla di avere a che fare con i bianchi e di avviare una economia separata. Naturalmente né chi parla né chi ascolta possono fare nulla di tutto ciò, dato che i neri non posseggono la General Motors o la RCA o la A&P, e nient’altro che qualcosa che ad Harlem è totalmente insufficiente (coloro che posseggono qualcosa sono più interessati ai loro profitti che ai loro simili). Ma in ogni caso questi raduni tengono in vita nei loro partecipanti un certo orgoglio per l’amarezza, per quanto futile sia questa amarezza, senza la quale forse non riuscirebbero affatto a rimanere vivi. Alcuni hanno lasciato perdere. Stanno a casa a guardare la TV, mantenuti dai loro genitori, cugini, fratelli o zii,  ed escono di casa solo per andare al cinema o al bar più vicino. “Come te la passi”, qualcuno che li incontri per caso lungo l’isolato o al bar potrebbe chiedere loro. “Oh, guardo la TV”; risponderebbero da una certa distanza con il più triste e il più dolce, imbarazzato dei sorrisi. E’ una distanza che si è portati a rispettare; chiunque abbia viaggiato così lontano non sarà tanto facilmente trascinato di nuovo nel mondo. Naturalmente ci sono ulteriori rifugi oltre la televisione o il bar. Ci sono quelli che semplicemente siedono sui gradini dell’ingresso di casa, “pietrificati”, animati solo per un momento, e senza darlo a vedere, quando si avvicina qualcuno che potrebbe prestare loro i soldi per una “dose”. O dall’avvicinarsi di qualcuno da cui potrebbero comperarla, un tipo scaltro, che sta per entrare o è appena uscito di prigione. E gli altri, quelli che hanno evitato tutte queste morti, si alzano la mattina e vanno in centro ad incontrare “l’uomo”. Lavorano tutto il giorno nel mondo dell’uomo bianco e tornano a casa la sera in questo fetido isolato. Combattono per istillare  nei loro figli qualche senso privato dell’onore e della dignità che aiuterà il figlio a sopravvivere. Ciò significa che devono combattere, senza riflettere e incessantemente, per mantenere vivo questo senso in loro stessi, a dispetto degli insulti, della indifferenza, della crudeltà che sono sicuri di incontrare nella loro giornata di lavoro. Pazientemente chiedono in continuazione al loro padrone di casa che aggiusti il riscaldamento, l’intonaco, le tubazioni; ciò richiede una pazienza prodigiosa e a volte la pazienza non è abbastanza. Cercando di rendere abitabile la loro topaia continuano a buttare via soldi. Questa frustrazione, così duratura, sta portando molti uomini e donne forti e ammirevoli, il cui unico crimine è il colore della pelle, sulla soglia della paranoia.

Continua

Nota

La foto di copertina è HARLEM-NY-AfterDark-1986 copy di Matt Weber.

Nuove leggi urbanistiche: l’Emilia-Romagna copia la Lombardia

Negli ultimi anni le norme di diverse regioni hanno riconosciuto il contenimento del consumo di suolo agricolo come una priorità, nelle dichiarazioni di principio, ma non nelle regole attuative. Persino le regioni che nel passato erano indicate come esempio di buona urbanistica sembrano aderire a questa tendenza.

In diversi precedenti interventi avevo illustrato l’ambigua vicenda della LR 31/2014 della Lombardia sul consumo di suolo, e delle azioni attuative che ne sono derivate, a partire dalla variante al Piano territoriale regionale (PTR). In questi giorni ho letto con attenzione la nuova legge sulla “tutela e l’uso del territorio” dell’Emilia-Romagna, LR 24 del 21 dicembre 2017, dove ritrovo analogie con quelle ambiguità (1).

Alle dichiarazioni sul contenimento del consumo di suolo, sulla priorità della rigenerazione urbana, fa da contraltare la possibilità di incrementare ulteriormente il consumo di suolo (fino al 3% dell’urbanizzato) e una certa reticenza (per usare un eufemismo) nell’affrontare l’enorme quantità di previsioni insediative presenti nei piani comunali vigenti (2). La legge include anche, in analogia con quella Lombarda, un lungo elenco di tipologie insediative che vengono escluse dal rispetto del limite di consumo di suolo: opere pubbliche, ampliamenti attività produttive esistenti, insediamenti produttivi di interesse regionale e nazionale, fabbricati per le imprese agricole, ecc.

Nella legge si parla molto di semplificazione, di questi tempi mantra immancabile, delineata in termini di indiscriminata riduzione di tempi e passaggi autorizzativi, a prescindere da ogni raziocinio e buon senso, senza porsi la domanda se dopo tale cura dimagrante il processo decisionale, più snello sulla carta, lo sia anche nei fatti. A cittadini e imprenditori interessa prima di tutto che i processi decisionali siano più lineari, certi nei tempi e consequenziali nelle decisioni assunte. Si tratta di un concetto semplice, ed invece con il mantra della semplificare ad ogni costo vengono creati percorsi decisionali zoppi e lacunosi, e alla fine ancora più incerti, nei risultati così come nei tempi.

Il percorso di pianificazione introdotto dalla precedente LR 20/2000 era certamente troppo macchinoso, solo metà dei comuni infatti è riuscito in 18 anni a sostituire il Piano regolatore generale (PRG) con il Piano strutturale comunale (PSC). Andava rivisto, ma la nuova norma si è mossa nella direzione sbagliata. Non è tanto il ritorno allo strumento unico di pianificazione, ora chiamato Piano urbanistico generale (PUG), che desta perplessità, quanto il fatto che le decisioni su localizzazione, indici, ecc., siano posposte alla fase negoziale con il privato, in sede di pianificazione attuativa, svuotando a tale scopo tutta la pianificazione a monte.

La cartografia dei piani territoriali della regione, della città metropolitana, delle province, e anche i PUG, “… deve avere carattere ideogrammatico, con l’effetto che la puntuale delimitazione dei relativi perimetri è di competenza esclusiva degli accordi operativi e dei piani attuativi di iniziativa pubblica” (art. 24 della Legge). Lo stesso vale per criteri di localizzazione, indici di edificabilità, modalità di intervento, usi e parametri urbanistici ed edilizi. In questo modo secondo la norma in questione “Il PUG e gli strumenti di pianificazione territoriale non attribuiscono in nessun caso potestà edificatoria alle aree libere né conferiscono alle stesse potenzialità edificatorie o aspettative giuridicamente tutelate di analogo contenuto” (art. 25 c.1).

Autorevoli esperti si sono espressi in modo critico sul peso che la nuova legge assegna alla fase negoziale con il privato. In altre nazioni europee la prassi negoziale è d’uso comune, ma si inserisce entro un sistema normativo che assicura a tecnici e amministratori locali strumenti adeguati per condurre la negoziazione e fare valere l’interesse pubblico. Italia Nostra ha presentato un esposto al Governo sollevando dubbio di incostituzionalità, ritenendo che questa legge regionale possa svuotare i comuni della potestà pianificatoria loro assegnata dalla Costituzione e dalla Legge urbanistica nazionale. Viene in mente per alcune analogie la sentenza del Consiglio di Stato n. 5711 del 4 dicembre 2017 sul Piano di governo del territorio (PGT) di Brescia che solleva appunto un dubbio di incostituzionalità su una parte della legge regionale Lombarda sul consumo di suolo (3). Pur essendo i contenuti nel merito un po’ diversi, la potestà pianificatoria del Comune viene in entrambe i casi limitata a favore di una maggiore tutela degli interessi dei proprietari di aree con potenzialità edificatorie.

La LR 12/2005 della Lombardia sul governo del territorio ha sostituito il PRG con il PGT. Il Documento di Piano, la parte più strategica del PGT, si deve relazionare con la pianificazione territoriale di area vasta e definire obiettivi e regole di riferimento per gli altri strumenti di pianificazione del comune. Ha una durata limitata nel tempo (massimo 5 anni) e un valore non conformativo: “Il documento di piano non contiene previsioni che producano effetti diretti sul regime giuridico dei suoli” (art. 8 c.3). I primi piani prodotti dai comuni contenevano indicazioni di massima, sia cartografiche che regolative, che tuttavia si sono rivelate presto inefficaci, sia per guidare la pianificazione comunale, sia per garantire coerenza con le indicazioni di area vasta della pianificazione provinciale e regionale. Per rimediare nel 2008 la Regione ha stabilito che le previsioni insediative siano nel Documento di piano definite ad una scala cartografica adeguatamente dettagliata e siano corredate degli indici urbanistico edilizi. La correzione da un lato ha rafforzato il ruolo di guida del Documento di piano, ma lo ha anche reso molto più simile ad un tradizionale strumento di pianificazione, conformativo del territorio. Infatti l’Agenzia delle Entrate con propria interpretazione ne ha sancito, nei fatti, l’efficacia conformativa stabilendo che i tributi sulle aree con previsioni edificatorie siano dovuti fin dal momento in cui il piano viene adottato in Consiglio comunale.

Il testo della nuova legge dell’Emilia-Romagna sembra percorrere la stessa strada nel momento in cui raccomanda l’utilizzo di “rappresentazioni ideogrammatiche” nelle cartografie. Una disposizione che è estesa a tutti i livelli di pianificazione, dal comunale al provinciale e regionale. Non è chiaro come questo si traduca nella pratica operativa. L’intero sistema di pianificazione rischia di divenire molto labile, poco credibile come riferimento e guida per gli interventi attuativi.

Viene a tale proposito in mente, sempre per analogia, la recente Giurisprudenza con la sentenza del TAR Milano n. 576 del febbraio 2015, in buona sostanza confermata dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 2921 del giugno 2016 (4). I due provvedimenti hanno censurato e annullato alcune importanti previsioni del PGT di un comune della zona Milanese. Tra le motivazioni dei provvedimenti in questione si legge che, sui temi per i quali è necessario garantire una continuità a livello comunale e anche intercomunale (nel caso specifico si trattava dell’attuazione della rete ecologica regionale), i contenuti del Documento di Piano non possono essere generici e rinviare alla pianificazione attuativa. “Il rinvio di tali determinazioni al piano attuativo non garantisce la possibilità del reperimento di soluzioni alternative, laddove le criticità dovessero risultare, in quella sede, non superabili” (Sentenza TAR Milano, n. 576/2015). In definitiva il Documento di Piano deve essere in grado di svolgere a tutti gli effetti la sua funzione di collegamento tra pianificazione comunale e di area vasta, garantendo che il piano comunale contribuisca attivamente al raggiungimento degli obiettivi dei piani provinciale e regionale.

L’impostazione data alla nuova LR 24/2017, ben lontana da un obiettivo di reale semplificazione, introduce invece difficoltà operative non facili da risolvere, e dubbi di coerenza con la normativa nazionale, avventurandosi su una strada difficile che la Lombardia ha già negli anni scorsi tentato di percorrere, e che con il tempo si sta rivelando controproducente.

 

Note

  1. L’ultimo intervento sulla LR 31-2014 è pubblicato  Millennio Urbano del 6 ottobre 2017.
  2. La legge consente un ulteriore consumo di suolo pari al 3% dell’urbanizzato esistente, corrispondente a circa 70 km2. Tuttavia ad oggi si stima che nei piani comunali vigenti siano presenti previsioni insediative per una dimensione complessiva di circa 250 km2; una dimensione che per dare un’idea corrisponde a quasi una volta e mezzo la superficie amministrativa del Comune di Milano.
  3. Per un commento alla sentenza vedere Millennio Urbano Millennio Urbano del 30 gennaio 2018. Il testo della sentenza è disponibile qui.
  4. La sentenza del Consiglio di Stato n.2921/2016 è disponibile qui.