Città-rifugio

Nel suo celebre libro sulle città medievali, Henri Pirenne enucleava il concetto di spazio urbano come rifugio degli europei oppressi dalla servitù e dalle limitazioni dell’economia di sussistenza. «L’aria delle città rende liberi» dice un proverbio tedesco (Die Stadtluft macht frei) e questa verità si osserva sotto tutti i climi. Anticamente la libertà era monopolio della nobiltà, l’uomo del popolo ne godeva solo a titolo eccezionale. Con le città essa riprese il suo posto nella società come un attributo naturale del cittadino: ormai basta risiedere sul suolo urbano per riacquistarla. Ogni servo che per un anno e un giorno ha vissuto nella cinta urbana la possiede in modo definitivo. La prescrizione ha abolito tutti i diritti che il signore esercitava sulla sua persona e su i suoi beni. La nascita importa poco: qualsiasi sia il marchio che il fanciullo ha avuto nella culla, esso scompare nell’atmosfera della città. In questo senso Le città del Medioevo racconta la storia di come la dimensione urbana sia il germe della civiltà, delle economie e del liberalismo occidentale. Non è forse un caso che il libro sia stato pubblicato nel 1927, quando in Europa, dopo il disfacimento degli stati transnazionali innescato dalla prima guerra mondiale, stava diventando dominante l’identificazione tra nazione e popolo attraverso il sangue.

Le città del Medioevo, in quanto storia della morte e della rinascita delle città europee dopo la fine dell’impero romano d’Occidente, è stato un punto di riferimento per Jane Jacobs quando nel 1958 cominciava a scrivere Vita e morte delle grandi città, che persino nel titolo riecheggia la tesi del libro di Pirenne. Pur senza citarlo direttamente, Jacobs ha utilizzato in più occasioni il motto Stadtluft macht frei nei suoi testi. Scriveva verso la fine del suo libro del 1961: Nella vita reale i barbari (e i contadini) sono i meno liberi tra gli uomini: legati dalle tradizioni, oppressi dalle caste, prigionieri delle superstizioni, ossessionati dal sospetto e dal timore di tutto ciò che è insolito. ‘L’aria delle città rende liberi’, si diceva nel medioevo, quando la città liberava, letteralmente, il servo della gleba che vi si era rifugiato; e ancor oggi l’aria delle città rende libri i fuggiaschi dalle piccole città aziendali, dalle piantagioni, dalle fattorie meccanizzate, dai poderi unifamiliari, dal bracciantato migrante, dai villaggi di minatori, dai suburbi segregati per classi prima o poi si fugge per respirare l’aria delle città. Questa idea della città come rifugio degli oppressi di ogni condizione ritorna in una conferenza del suo ultimo libro, entrambi del 2004. Nella storia americana le città erano state il rifugio di milioni di europei oppressi dalla miseria, dalle guerre e dalle pulizie etniche, e nelle grandi città degli stati del nord si erano riversati i neri in fuga dalle piantagioni dei bianchi del sud.

Ricordava Pirenne che ancor più della comunanza di interessi e della residenza il nuovo diritto urbano ha contribuito a rendere eguale la condizione di tutti gli abitanti che vivono all’interno delle mura cittadine. La borghesia, la nuova classe che da semplice gruppo sociale dedito all’esercizio del commercio e dell’industria, si trasforma in un gruppo giuridico riconosciuto come tale dal potere principesco, diventa l’insieme degli homines pacis , gli uomini di pace. La pace della città (pax villae) è nello stesso tempo la legge della città (lex villae). La condizione giuridica di abitante della città metteva quindi al riparo dalle disposizioni poste in essere dal potere esercitato fuori sai suoi confini, fisicamente segnati dalle mura. E’ grazie a questa condizione di pace sociale che le città sono risorte economicamente per diventare, come puntualizzava Jacobs in un suo libro del 1984, la ricchezza delle nazioni.

In Cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo! (Cronopio, Napoli, 2018), Jacques Derrida, citando Hannah Arendt, fa discendere il concetto di città-rifugio, luogo d’accoglienza per chi fugge da tutte le forme di sopruso, dal principio medievale secondo il quale quid est in territorio est de territorio. La città del Medioevo, giuridicamente indipendente dall’autorità imperiale e dalle sue articolazioni feudali, sono il precedente storico per un etica contemporanea dell’ospitalità. Si riconoscerà d’altra parte la tradizione medievale di una certa sovranità delle città: questa poteva decidere in proprio le leggi dell’ospitalità, gli articoli di legge determinati, plurali e restrittivi, dunque, attraverso i quali intendeva condizionare La grande Legge dell’ospitalità, questa Legge incondizionata, insieme singolare e universale, che comanderebbe di aprire le porte ad ognuno e ognuna, ad ogni altro, ad ogni arrivante, senza domande, senza nemmeno l’identificazione, senza chiedere da dove venga e che cosa sia.

Se le città sono il luogo dove oggi più della metà della popolazione mondiale vive, ciò è dovuto al fatto che per secoli differenti tipi di stranieri vi hanno continuato a cercare rifugio dalla miseria, dalle guerre, e da ogni forma di discriminazione. Le ragioni di tale accoglienza saranno state anche dettate da opportunità economiche ma non trascuravano di includere il semplice bisogno di sicurezza di chi era esposto ai soprusi. Da questo punto di vista la geografia di Venezia è un eloquente catalogo.

Ritornando alla contemporaneità, e rimanendo in ambito strettamente locale, il fatto che l’azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti di Milano stampi le istruzioni nelle dieci lingue maggiormente parlate in città qualcosa ha da dirci sul processo che porta dall’accoglienza all’integrazione. E’ un processo che le città attuano indipendentemente dalle disposizione dello stato in materia di immigrazione. E lo fanno spesso in contrasto con le leggi statali. Negli Stati Uniti le Città Santuario seguono procedure di protezione degli immigrati privi di documenti garantendo loro il diritto di residenza e non consentendo alla polizia o ai dipendenti pubblici di acquisire informazioni sul loro status. Anche se la designazione di Città Santuario non ha alcun significato giuridico, queste procedure non consentono che fondi o risorse locali vengano utilizzati per l’applicazione delle leggi federali in materia di immigrazione. In uno dei suoi primi ordini esecutivi su questa materia Donald Trump ha chiesto alle Città Santuario, tra le quali ci sono praticamente tutte le metropoli americane, di collaborare con le autorità federali in merito ai dispositivi di legge sulla immigrazione, ricattandole con la perdita dei fondi federali. A fronte dei “danni incommensurabili al popolo americano e al tessuto stesso della nostra Repubblica” che secondo il governo federale sarebbero procurati dalle misure di mancata detenzione di individui sospetti privi di documenti, ci sono i dati del Center for American Progress e del National Immigration Law Center, che mostrano come le Città Santuario abbiano tassi di crimine più bassi e un più alto livello di benessere economico.

Derrida nel suo contributo del 1996 vedeva come una certa idea di cosmopolitismo, rendendosi riconoscibile nelle città-rifugio, potesse diventare l’occasione per rinnovare il diritto internazionale. Che si tratti dell’estraneo in generale, dell’immigrato, dell’esiliato, del rifugiato, del deportato, dell’apolide, del profugo (tutte categorie da distinguere con molta prudenza), noi invitiamo queste nuove città-rifugio a modificare le politiche degli Stati, a trasformare e rifondare le modalità dell’appartenenza delle città allo Stato, per esempio in una Europa in formazione o nelle strutture giuridiche internazionali ancora dominate dalla regola della sovranità statale, regola intangibile o supposta tale, ma anche sempre più precaria e problematica. Per Derrida le città, e implicitamente l’idea di cittadinanza che esse definiscono attraverso il loro spazio, sono il superamento dei limiti della sovranità nazionale, il luogo della sperimentazione di un diritto e di una democrazia a venire. E precisa che queste nuove città sono ben altra cosa dalle cités nouvelles (espressione tradotta in italiano con “città nuove” senza nessun rimando al significato francese), ovvero, nella terminologia urbanistica, le banlieue della regione parigina, città pianificate e realizzate con fondi statali per alloggiare la crescente popolazione urbana. Come sappiamo dalle rivolte che in quei luoghi sono scoppiate, non basta un alloggio per conferire lo status di cittadino. Su questo punto molto resta ancora da fare, ma la storia dimostra che se si devono rivedere le condizioni per l’accoglienza dei migranti di ogni tipo è dalle città che si deve partire.

 

Foto di Berenice Abbott, Shelter on the water front, Coenties slip, Pier 5, East River, Manhattan, 1938. The New York Public Library Digital Collections.

La guerra di Trump alle città

Città Santuario è un nome dato ad alcune contee degli Stati Uniti che seguono determinate procedure di protezione degli  immigrati privi dei documenti che consentono loro di soggiornare nella confederazione.  Queste procedure, de jure o de facto, non consentono che fondi o risorse locali vengano utilizzati per l’applicazione delle leggi federali in materia di immigrazione. Le Città Santuario,  la cui designazione non ha alcun significato giuridico, normalmente non consentono alla polizia o ai dipendenti comunali di acquisire informazioni sullo status dei residenti immigrati.

In uno dei due recenti ordini esecutivi in materia di immigrazione, Donald Trump ha chiesto alle Città Santuario, tra le quali ci sono praticamente tutte le metropoli americane, di iniziare a collaborare con le autorità federali in merito ai dispositivi di legge sulla immigrazione per non perdere i fondi federali. Nell’ordine il presidente fa riferimento a “danni incommensurabili al popolo americano e al tessuto stesso della nostra Repubblica” che sarebbero procurati dalle misure di mancata detenzione di individui sospetti privi di documenti.  A contraddire però l’affermazione del neo presidente sulle minacce alla sicurezza nazionale, una nuova analisi pubblicata dal Center for American Progress e il National Immigration Law Center, mostra che le Città Santuario hanno tassi di crimine più bassi e un più alto livello di benessere economico.

Nel rapporto, Tom K. Wong , professore associato di scienze politiche presso l’Università della California di San Diego, ha analizzato  – in un campione di 2.492  – quelle 602 contee nelle quali la polizia locale non ha accettato di attuare le politiche federali in materia di immigrazione. Queste ultime –  soprattutto quelle che fanno parte di grande aree metropolitane –  sono significativamente meno violente ed esposte al crimine, oltre a registrare anche migliori condizioni economiche. In media nelle contee che formano le Città Santuario i redditi medi sono più alti, la povertà è più bassa e i tassi di disoccupazione sono leggermente inferiori.

L’argomento a supporto di questi dati positivi è che le comunità sono più sicure quando le forze dell’ordine proteggono tutti i loro residenti, contribuendo ad esempio a tenere insieme le famiglie, invece di profondere i propri sforzi nell’applicazione delle leggi federali in materia di immigrazione. Se le famiglie e le comunità restano unite gli individui possono continuare a contribuire al rafforzamento delle economie locali, sembra essere la logica conclusione del ragionamento.

E’ difficile dire se le politiche di Trump potranno duramente colpire le Città Santuario,  almeno in misura tale da rendere le loro politiche insostenibili. Ciò dipende da quanto le città saranno in grado di colmare con le proprie entrate alcune delle lacune create dalla perdita dei finanziamenti, e da quanta volontà politica sarà messa nel continuare ad opporsi alle leggi federali. Ciò dipende anche da quanto denaro Trump potrebbe in ultima analisi portare via alle città attraverso la necessaria ratifica da parte del Congresso del suo ordine esecutivo.

Le percentuali dei fondi federali sul budget di cinque metropoli come Los Angeles, San Francisco, Washington D.C., New York e Chicago è molto variabile: si va dal 29.4% di Washington D.C al 5,2% di San Francisco. In mezzo, in ordine decrescente ci sono Chicago (13,5%), New York (10,5%) e Los Angeles (6,25%). L’entità dell’effetto “pistola alla tempia” che potrebbe avere l’ordine esecutivo di Trump varia quindi di caso in caso, ma ciò che preoccupa maggiormente le amministrazioni delle Città Santuario è la perdita dei fondi a sostegno di iniziative di sviluppo economico e di contrasto della povertà. Se i settori della popolazione urbana che beneficiano di questi finanziamenti vedranno nella ostinazione politica delle amministrazioni locali ad opporsi alle leggi federali la causa della perdita dei benefici finora ottenuti il risultato potrebbe essere l’innesco di una guerra tra poveri: da una parte coloro che dipendono dai finanziamenti pubblici, compresi quelli federali, e dall’altra coloro le cui condizioni di vita sono minacciate dall’odine esecutivo presidenziale.

Forse è proprio questo l’obiettivo di Trump, la cui avversione nei confronti delle grandi città che non l’hanno certo sostenuto elettoralmente è ben nota: fare in modo che la chiusura delle frontiere federali sia sostenuta dalla popolazione povera soprattutto urbana che dipende dai finanziamenti pubblici. Il ruolo dei sindaci nel fronteggiare questa sfida sarà quindi decisivo e a questo riguardo alcuni di loro, come il sindaco di Washington D.C. Muriel Bowser, hanno già annunciato che si opporranno alle politiche che “minacciano i valori in cui credono”. Resta da vedere quanto Bowser e gli altri sindaci saranno in grado di tenere ferma loro posizione, data la miriade di ostacoli giuridici che Trump promette di mettere sulla strada delle amministrazioni delle città che si oppongono alle sue politiche.

Riferimenti

N. Delgadillo, How Badly Could Trump Hurt Sanctuary Cities?, CityLab, 28 dicembre 2016.

T. Misra, Sanctuary Cities Are Safer and More Productive, CityLab, 26 gennaio 2017.

L’immagine di copertina è tratta da The Japan Times.