L’aria delle città e il razzismo

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Nel 2004, in un discorso per la Lewis Mumford Lecture, Jane Jacobs individuò nella «mentalità della piantagione» il male che la società americana non si è ancora lasciato alle spalle. La Plantation Age è stata lunga e duratura, affermava, e ha prodotto la schiavitù fisica e mentale che dal mondo rurale si è trasferita nella grande industria taylorista, in cui i lavoratori potevano essere usati come ingranaggi di una macchina o come peons on a plantation . L’eredità più pesante della Plantation Age è ovviamente la situazione dei discendenti degli schiavi, prima «tenuti in soggezione attraverso la repressione operata nel mondo rurale» – scriveva Jacobs in The Economy of Cities (1969 – L’economia delle città) – e poi «assoggettati economicamente con la discriminazione attuata nelle città». Il posto degli afro-americani è stato, e per molti versi è ancora, il ghetto, lo slum in cui essi vivono «sotto il dominio assoluto dei bianchi» che possiedono le loro abitazioni degradate.  E’ l’aria della città, direbbe probabilmente Jacobs che spesso citava il celeberrimo Stadtluft macht frei, l’unico antidoto alla mentalità della piantagione così diffusa ancora oggi negli Stati Uniti d’America.

Articolo pubblicato su Doppiozero il 21 giugno 2020.

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Jane Jacobs. Urbanistica e disobbedienza civile

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La critica di Jane Jacobs alla «moderna urbanistica ortodossa» può essere interpretata come un atto di disobbedienza civile in quanto mirava a prevenire l’intollerabile devastazione delle città americane che veniva attuata attraverso il rinnovamento urbano. In questa prospettiva, rendere consapevoli i suoi lettori della violenza delle demolizioni e delle trasformazioni urbane ha a che fare con la sua ribellione contro tutte le forme di violenza governativa, compresa la guerra del Vietnam che determinerà il suo trasferimento in Canada.

Questo documento è un’anticipazione ampliata dell’introduzione all’antologia di scritti di Jane Jacobs CITTA’ E LIBERTA’, da me curata, di prossima pubblicazione presso la casa editrice Elèuthera di Milano.

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L’immagine di copertina è tratta dal New York Post.

James C. Scott. La città iper-modernista di Le Corbusier

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Nel suo Seeing Like a State[1] James C. Scott si è interrogato sul perché certe disposizioni, pensate per migliorare la condizione umana, si siano in realtà rivelate un fallimento. Egli fonda la sua definizione di iper-modernismo (high-modernism) nella «aspirazione all’ordinamento amministrativo della natura e della società», condotta attraverso «una vasta e razionale ingegnerizzazione di ogni aspetto della vita sociale finalizzata a migliorare la condizione umana». Nel «pantheon» delle figure che hanno incarnato la fede «in un uso illimitato del potere dello stato moderno come strumento per realizzare i loro progetti», oltre a una visione della società civile «priva della capacità di resistere ai loro piani», Scott inserisce anche Le Corbusier[2]. All’architetto franco-svizzero è dedicata la prima parte del capitolo The High-Modernist City. An Experiment and a Critique[3] del suo libro. La casa editrice Elèuthera, che lo ha tradotto in italiano[4] ad esclusione di quel capitolo. Di seguito viene riportata la traduzione delle pagine 103-117 autorizzata da Elèuthera editrice, da citare in questo modo: James C. Scott, La città iper-modernista, trad. it. di Michela Barzi, Milano, Elèuthera, 2020.

NOTE

[1] James C. Scott, Seeing Like a State, New Haven and London, Yale University Press, 1998.

[2] Ivi, pp. 88-9.

[3] L’ultima parte del capitolo è stata inserita in un’antologia di scritti di Jane Jacobs, curata da Michela Barzi, di prossima pubblicazione. Cfr. Jane Jacobs, Città e Libertà, Milano, Elèuthera, 2020.

[4] James C. Scott, Lo sguardo dello stato, trad. it. di Elena Cantoni, Milano, Elèuthera, 2019.

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