Giancarlo De Carlo: contro la città-macchina

Nel 1972 cominciava la demolizione del complesso di edilizia residenziale pubblica Pruitt-Igoe di St. Louis, nel Missouri composto da trentatré identici edifici da undici piani che avrebbero dovuto ospitare circa diecimila persone. Chiaramente influenzato dalla visione di città contemporanea rappresentata dalla Ville Radieuse di Le Corbusier – con edifici che sorgevano davanti al sole, circondati dell’aria e nel mezzo di aree verdi – il complesso,  abitato a partire dal 1954 in prevalenza da afroamericani, fu definito nel 1970 dal sociologo Lee Rainwater uno slum costruito con fondi federali. Le immagini delle cariche di dinamite che lo hanno ridotto in macerie, sono diventate parte del film Koyaanisqatsi e secondo il critico dell’architettura Charles Jencks hanno segnato la morte dell’architettura moderna. Con essa morivano anche le idee che avevano indotto i progettisti (gli stessi del Word Trade Center) e gli amministratori locali ad adottare quel programma modernista senza considerare i bisogni della popolazione  a cui era rivolto. Così gli spazi verdi comunitari erano presto diventati una no-man’s land, per i quali i residenti non sentivano alcun senso di proprietà o responsabilità: spazi indifendibili,  segnati  dal degrado e il crimine[1].

Un anno prima delle cariche esplosive di St Louis, a Melbourne Giancarlo De Carlo teneva l’ultima delle tre conferenze organizzate dal Royal Australian Institute of Architects nelle quali  tre relatori (Jim Richards e Peter Blake oltre a De Carlo) erano chiamati ad immaginare possibili scenari architettonici degli anni’70 anche a partire dal bilancio dell’esperienza del Movimento Moderno. In An Architecture of Partecipation De Carlo, pur essendo un ammiratore di Le Corbusier,  individuava nella città industriale l’origine della città contemporanea di cui l’architetto franco-svizzero era stato uno dei maggiori propugnatori. E’ a partire da essa che ha cominciato «a farsi strada l’idea che anche la città fosse uno strumento di produzione. La complessità, che fino a quel momento era stata considerata una grande qualità della vita urbana (e lo è ancora, malgrado l’urbanistica), è stata vista come un motivo di confusione: perciò si sono indirizzare le ricerche verso la semplificazione».

Per Lewis Mumford la cupa città industriale di Coketown, immaginata da Charles Dickens in Tempi difficili a partire dalle reali company towns britanniche, era il prototipo della città contemporanea: «molto di ciò che può apparire luminosamente contemporaneo non fa che restaurare la forma archetipica di Coketown aggiungendovi un rivestimento in cromo»[2]. Per Jane Jacobs Gradgrind – il sovrintendente scolastico del romanzo di Dickens interessato solo ai fatti e ai loro effetti pratici – con il suo inconsapevole funzionalismo avrebbe apprezzato la definizione che Le Corbusier ha dato della casa come machine à habiter[3]. 

L’utilitarismo di Coketown – «nulla, nelle linee aggraziate di quegli edifici, serviva a identificarli. Fatti, fatti, fatti dappertutto nell’aspetto materiale della città; fatti, fatti, fatti dappertutto in quello immateriale[4]» e in generale della città industriale, per De Carlo si trasferisce nella città-macchina del Movimento Moderno. «La città, come fosse una macchina, doveva essere un insieme di parti distinte, correlate da un rapporto di necessità funzionale: ogni parte non doveva avere niente di più né niente di meno di quanto è necessario al suo funzionamento; allo stesso modo in cui un ingranaggio non deve avere né un dente di più né uno di meno di quanto serve e far girare l’ingranaggio che gli sta vicino. Anche in questo caso lo strumento per ottenere la semplificazione era la specializzazione. Così le attività urbane sono state prima isolate, poi classificate e gerarchizzate, infine localizzate nello spazio fisico in modo che risultassero ben distinte, prive di sovrapposizioni». E’ qui che interviene lo zoning con il suo contributo chiarificatore di quelle che sono le funzioni urbane. Si tratta di uno strumento inventato prima del Movimento Moderno per mettere ordine nello sviluppo della città industriale che «aveva finito per diventare una sorta di immagine ideologica: la proiezione sulla scena urbana dell’ideologia della produzione». E’ a quel punto che il Movimento Moderno , con «il suo indiscutibile dogma secondo il quale le funzioni generano automaticamente la forma, [era diventato] la risposta esatta che l’urbanistica dello zoning e l’ideologia della città-macchina stavano aspettando».

Qui entra in gioco il concetto di chiarezza già evocato da Jacobs per la Ville Radieuse . In quanto modello urbanistico basato sull’automobile e sulla riduzione delle strade a meri assi di scorrimento, essa «somigliava ad un meraviglioso giocattolo meccanico e per di più era, come opera di architettura, di una semplicità, una armonia e una chiarezza abbaglianti. Era così ordinata, così evidente, così facile a capirsi: diceva tutto in un lampo, come un buon cartellone pubblicitario. La visione di Le Corbusier e il suo audace simbolismo hanno avuto un effetto irresistibile sugli urbanisti, sugli architetti e sui progettisti di edilizia residenziale, come pure sui lottizzatori, sui finanziatori e sugli amministratori comunali; quest’azione s’è estesa anche agli esperti di zoning «progressisti», che coi loro regolamenti cercano di incoraggiare anche i liberi costruttori a conformarsi almeno in parte alla splendida visione[5]».

Per De Carlo «L’organizzazione chiara delle funzioni urbane proposta dallo zoning poteva diventare un solido supporto per un’organizzazione chiara delle forme urbane». La chiarezza diventata quindi un obiettivo in sé dell’urbanistica contemporanea, che tuttavia solleva la seguente domanda: perché «un’organizzazione urbana, che è un sistema di relazioni tra individui e tra classi sociali, infinitamente intricato e complesso» deve per forza essere chiara?

La città contemporanea basata sulla semplificazione e sulla tabula rasa  elimina il contesto fisico e sociale. «La perdita della cognizione del contesto ha prima alterato e poi svuotato l’insieme di proponimenti che il Movimento Moderno aveva inizialmente perseguito». La natura intrinseca della città-macchina, il suo essere pensata con la stessa organizzazione che presiede la produzione industriale esclude «la partecipazione diretta dei protagonisti». Eliminati gli abitanti, ai progettisti non resta che «abbandonarsi all’eccitazione della ricerca estetica o alla tranquillità della pratica professionale[6]».

Note

[1] Cfr. Oscar Newman, Defensible Space: Crime Prevention Through Urban Design, Macmillan, 1973.

[2] Lewis Mumford, La città nella storia, trad. it. Ettore Capriolo, Milano, Bompiani, 1967-1985, vol.III, p. 595. Il riferimento  al cromo riguarda le automobili, in virtù delle quali gli «ingegneri dei trasporti e del traffico, continuano a portare le loro strade di scorrimento a più corsie nel cuore stesso delle città e a consumare spazio in parcheggi e autorimesse».

[3] Cfr. Jane Jacobs, Dickens as Seer, introduzione a Charles Dickens, Hard Times, New York, The Modern Library, 2001, p. XV.

[4] Charles Dickens, Tempi difficili, tr. It. di Bruno Tasso, Milano, Rizzoli, 1990, pp.46-47.

[5] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi 1969-2009, p.21.

[6] Giancarlo De Carlo, L’architettura della partecipazione, Macerata, Quodlibet, 2013, pp. 42-57.

 

Il puritanesimo intollerante della Ville Radieuse

La vicenda è nota: nel 1922 un pittore purista, che fino a quel momento aveva tentato con scarsa fortuna di fare l’architetto,  presenta al salon d’Automne di Parigi lo schema progettuale per una città contemporanea  di tre milioni di abitanti pensato per essere applicato a qualsiasi contesto territoriale. L’idea piace al costruttore di aerei e automobili Gabriel Voisin, che finanzia l’applicazione del progetto al centro di Parigi. Se fosse stato realizzato il Plan Voisin, avrebbe completamente demolito tutto ciò che di storico esisteva sulla riva destra della Senna, come il quartiere del Marais, risparmiando solo i monumenti storici più significativi come il Palais Royal. Sugli assi viari pensati per automobili lanciate a tutta velocità venivano installati grattacieli cruciformi e edifici a redent immersi nel verde.

Nel 1929, Le Corbusier aveva dichiarato la strada un organo inoperante, decaduto e si domandava perché esistesse ancora[1]. Questo principio urbanistico viene meglio specificato nella Ville Radieuse, nella quale la soppressione della strada (il faut tuer la rue-corridor) sostanzialmente coincide con l’eliminazione della città storica di cui la strada è il cardine. La tabula rasa come precondizione dell’urbanistica moderna, almeno nella visione lecorbuseriana, aveva come fine ultimo il tentativo di abolire la storia e di ricostruire la città senza le contraddizioni e gli ostacoli che l’avevano storicamente contraddistinta, secondo una visione unidimensionale e pietrificata delle relazioni tra gli abitanti e l’ambiente costruito[2].

Percival e Paul Goodman sono stati tra i primi a considerare criticamente l’utopia urbanistica di Le Corbusier. Portare i principi della città giardino nel cuore stesso della grande città a costo, ovviamente, di grandi demolizioni  era una sorta di operazione chirurgica, che poteva essere praticata in quanto allo spazio urbano veniva conferito un significato“cartesiano”. Il piano, inteso nella sua molteplicità di sensi, era estremamente sem­plice nel principio ed elegante nella soluzione formale: demolire l’esistente o trovare una nuova collocazione dove disporre, convergenti verso il centro, punteggiato da un certo numero di grattacieli, le infrastrutture per il trasporto (autostrade e vie ferrate) diversificate per livello, circondando il tutto con grandi complessi per appartamenti in mezzo al verde (le immeuble villas da cui discende l’unité d’habitation). Le industrie dovevano essere collocate “nei dintorni”, da qualche altra parte. Le Corbusier, secondo i Goodman,   si dimostra perseguitato dal pensiero che la sua ordinata visione possa essere noiosa, ma supera tutto ciò confidando nel fatto che proprio attraverso l’ordine la libertà sia possibile. Ne risulta che la grande macchina da lui concepita, pur «con tutta la sua bellezza costruttivista», non rappresenti affatto una città[3].

Per Jane Jacobs la Ville Radieuse, in quanto modello urbanistico basato sull’automobile e sulla riduzione delle strade a meri assi di scorrimento, «somigliava ad un meraviglioso giocattolo meccanico» , la cui architettura di «una semplicità, una armonia e una chiarezza abbaglianti. Era così ordinata, così evidente, così facile a capirsi: diceva tutto in un lampo, come un buon cartellone pubblicitario». La «splendida visione» di Le Corbusier non ha praticamente trovato alcuna resistenza tra gli urbanisti e gli architetti e questi hanno poi convinto ogni soggetto coinvolto nei processi di trasformazione delle città di quanto fosse conveniente del conformarsi ad essa[4].

Per esplorarne l’astrattezza Marc Perelman,  ha ampiamente sottolineato gli aspetti autoritari delle idee dell’architetto che forse avuto la maggiore influenza sulla pratica professionale del secondo Novecento. Il sostegno al governo filonazista del maresciallo Petain  emerge come uno degli aspetti qualificanti il pensiero di Le Corbusier, insieme all’ossessione per l’ordine già dichiarata nell’estetica macchinista del Purismo che non a caso ne proclamava  il ritorno dopo il Cubismo. «L’oggetto della nostra crociata  è di mettere in ordine il mondo [e] l’architettura e l’urbanistica, nella materialità dei fatti, rispondono alle funzioni essenziali dell’uomo moderno,[ il quale è] un’entità immutabile (il corpo) munito di una coscienza nuova», dichiarava esplicitamente Le Corbusier nel 1933[5]. Risulta chiaro che l’obiettivo del nuovo ordine è l’uomo nuovo.

Per Giancarlo De Carlo, che pure considerava Le Corbusier «un architetto di grande qualità», si trattava di un’idea pericolosa. «Ogni volta che qualcuno pensa di poter trasformare l’uomo, e ne ha il potere, finisce con il produrre tremendi disastri», e lo schema delle quattro funzioni (abitare, lavorare, circolare, rigenerare il corpo e lo spirito), su cui si basa la Carta d’Atene, di cui Le Corbusier è il principale ispiratore, hanno consentito a molti architetti mediocri di «proporre progetti deplorevoli». Al di là dell’ammirazione per le sue soluzioni architettoniche, l’unité d’habitation di Marsiglia, oggi patrimonio dell’UNESCO in qualità di Cité Radieuse, lasciava perplesso De Carlo per il modo di vivere proposto. «Mi sembrava un modo di vita molto costrittivo», e per sperimentare la propria sensazione aveva «persino dormito in uno degli alloggi abitato da un amico che aveva conservato la distribuzione originale (ne sono rimasti pochi; gli altri sono stati profondamente rimaneggiati e sono diventati lussuosi alloggi borghesi) (..) [e] anche nell’alberghetto che è al piano ammezzato e mi ha fatto tenerezza il senso spartano e rigoroso con cui era stato progettato, fino all’ultimo dettaglio. Ma la stanza era molto scomoda e se qualcuno tirava l’acqua del gabinetto svegliava tutti gli ospiti dell’albergo. Scomode erano le stanze e lievemente disumane: c’era un aria puritana intollerante che – forse perché sono io stesso puritano e magari, a volte, intollerante – mi metteva a disagio[6].

Effetti collaterali della machine à habiter che nel passaggio da architettura a urbanistica (per Le Corbusier il secondo termine coincide con il primo)  rimpiazza l’uomo nuovo con le macchine (le automobili e gli aerei fabbricati dallo sponsor Voisin). Abolire la strada significava quindi eliminare chi l’affolla (la strada del pedone millenario). Gli esseri umani non erano che un residuo dei secoli  e andavano sorvegliati, o più semplicemente, fatti sparire, cancellati dalla velocità delle automobili, da una parte, e contenuti negli alloggi che a loro volta erano un’espressione della civiltà macchinista da cui discende l’uomo nuovo. Non a caso l’unité d’habitation ha inglobato la strada e le sue attività in un solo edificio, a dimostrazione che per Le Corbusier la città non serviva più. Sbagliandosi, dato che Marsiglia, con i suoi due millenni e mezzo di storia, per fortuna esiste ancora.

[1] Cfr. Stanislaus Von Moos, Le Corbusier l’architect et son mythe, Horizons de France, 1971, p. 147.

[2] Marc Perelman, Le Corbusier. Une froide vision du monde. Parigi, Michalon, 2015,  pp.193-196.

[3] Percival and Paul Goodman, Communitas. Means of Livelihood and Ways of Life, New York, Random House,1947-60.

[4] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, Torino, Einaudi, 2009, p.21.

[5] Cfr. Marc, Perelman, op. cit. p. 75. La traduzione è mia.

[6] Cfr. Giancarlo De Carlo, Franco Bunčuga, Conversazioni su architettura e libertà, Milano, Elèuthera, 2000, pp. 173-174.

In copertina Brasilia, progettata da Lucio Costa collaboratore di Le Corbusier.

Il triste stallo delle case popolari

Catherine Bauer è stata negli Stati Uniti una figura di riferimento sin dagli anni Trenta per le politiche pubbliche di edilizia residenziale. L’Housing Act del 1937 è stato in qualche modo influenzato dal suo lavoro di ricerca in Europa poi sfociato nel libro Modern Housing pubblicato nel 1934. In questo suo articolo del maggio 1957 per Architectural Forum vengono messe in luce le criticità dei programmi di edilizia popolare poi riprese, tra gli altri, da Jane Jacobs che di quella rivista era redattrice e che con Bauer aveva avuto un proficuo scambio di opinioni, a volte anche divergenti (M.B.).  

Titolo originale, The  Dreary Deadlock of Public Housing

Le case popolari non hanno seguito l’ andamento che normalmente i movimenti di riforma  hanno avuto nei moderni paesi democratici. Ogni esperimento sociale inizia come un’idea astratta, spesso in un’atmosfera di violento dibattito teorico. Ma, dopo un periodo di sperimentazione, in genere ciò che accade è che o l’esperimento muore, e viene riconosciuto come un fallimento, o prende piede  ed è accettato come parte integrante dello schema ordinario delle cose. Le teorie originali, nel frattempo, vengono modificate e adattate alle condizioni reali. Negli Stati Uniti gli atteggiamenti della pubblica opinione nei confronti della sicurezza sociale, della contrattazione collettiva e dei controlli nell’economia  nazionale hanno seguito  passo dopo passo il tipico processo descritto anni fa da George Bernard Shaw: 1) è impossibile; 2) è contro la Bibbia; 3) è troppo costoso; e 4) non c’era nulla che non sapessimo già. Ma l’edilizia popolare, dopo più di due decenni, si trascina ancora in una specie di limbo, oggetto di continua controversia, non morta ma viva nemmeno  a metà.

Nessun necrologio è ancora stato scritto per l’ Housing Act del 1937 “e sue successive [ma solo in lievi aspetti] modifiche”. Più che altro è questo il caso di una prematura ossificazione. Le nuda ossa di una teoria del New Deal troppo semplificata non sono mai state decentemente coperte dalla solida carne della realtà odierna. Anche tra i più strenui  difensori delle case popolari, molti potrebbero dare il benvenuto a un nuovo inizio se non temessero che qualsiasi programma, nel mentre, rischi di andare perduto.

Se il triste stallo deve essere superato, è prima necessario capire che cosa realmente affligge il programma. Se si tratta di una pura questione di ostruzione egoista  e reazionaria, a noi che vogliamo dare di nuovo una casa agli abitanti degli slum non resta che continuare a combattere fino a alla vittoria. Ma nel caso ci siano anche  delle debolezze interne al programma è giunto il momento di affrontarle.

Dobbiamo prendercela con glI immobiliaristi?

Indiscutibilmente i costruttori privati, i locatori e proprietari immobiliari hanno accresciuto il loro potere politico  già dalla metà degli anni Trenta, quando lo zio Sam li salvò dalla rovina. Ed è altrettanto ovvia loro ferma opposizione alle case popolari. In generale, tuttavia, le loro tattiche sono state così arroganti e la maggior parte delle loro affermazioni così scatenate, che spesso il loro atteggiamento ha avuto la tendenza a ritorcersi contro di loro. Negli ultimi anni, inoltre, alcuni degli alleati della National Association of Real Estate Boards (in particolare la National Association of Home Builders) sono diventati più sofisticati riguardo al problema deli slum e si sono espressi  diffusamente sulla necessità di porvi rimedio. Gli slogan correnti sono “rinnovamento” e “riabilitazione”. Ma diventa gradualmente più chiaro che questa operazione  di aggiustamento non è affatto una cura, e che l’eliminazione totale e la riqualificazione portano a problemi di ricollocazione che non possono essere ignorati. La grande diffusione a livello nazionale della propaganda anti-slum portata avanti da ACTION (il Consiglio americano per migliorare i nostri quartieri) tende forse,  anche se inavvertitamente, a favorire la causa dell’edilizia residenziale pubblica.

L’effetto più grave di tutte queste controversie è emerso di meno.  I funzionari, federali e locali, sono stati tenuti continuamente sulla difensiva, e le nevrosi che derivano dalla paura cronica e dall’insicurezza si traducono in eccessiva cautela, rigidità amministrativa e mancanza di iniziativa creativa. Ognuno tende a rimanere su posizioni rigide, aggrappandosi disperatamente alla formula messa sotto assedio, invece di cercare di migliorarla alla luce dell’esperienza e degli orientamenti della pubblica opinione. Gli sporadici sforzi di ampliare o modificare il programma hanno di solito incontrato opposizione sia da parte  degli adepti che dei contrari alle  case popolari. Inoltre, l’ostilità ha probabilmente rafforzato i controlli di gestione, rendendo il “progetto” abitativo sempre più istituzionale. Ma anche così, nonostante i milioni  spesi nel vano tentativo di ucciderlo, difficilmente si possono ritenere  gli interessi immobiliari interamente responsabili del fallimento nell’applicazione del programma di edilizia popolare.

La mancanza di un solido supporto

Se il programma di edilizia pubblica nella sua forma attuale fosse riuscito a raggiungere una vera popolarità tra i normali cittadini e dei loro leader, e soprattutto tra gli abitanti degli slum  e  delle aree degradate, il blocco immobiliare avrebbe ormai perso la sua influenza politica. L’idea di alloggi pubblici sarebbe data per scontata, come le pensioni di vecchiaia o l’assicurazione ipotecaria FHA. Ma questo non è successo. Il programma non ha mai richiamato il tipo di supporto popolare pervasivo e persuasivo che lubrifica le ruote del cambiamento nei paesi democratici.  Gran parte della condizione degli  inquilini di case popolari è stata indubbiamente migliorata in molti modi. Ma resta il fatto che solo una piccola parte delle persone idonee ad occupare (secondo la legge, famiglie a basso reddito che vivono in case non idonee) in realtà chiedono abitazioni a basso costo in progetti di edilizia pubblica. E di coloro che lo fanno, la maggior parte sembra essere alla disperata ricerca di un riparo qualsiasi: famiglie delle minoranze etniche in procinto di essere buttate in strada dalle demolizioni, famiglie “problematiche” inviate da agenzie di welfare e così via.

Inoltre, raramente si è sviluppato un generale sostegno locale da parte di gruppi civici, come quello che ci si potrebbe ragionevolmente aspettare per un programma simile. L’Housing Act è stato tenuto in vita dai seri sforzi fatti anno dopo anno dagli uffici di Washington delle organizzazioni nazionali del lavoro, del welfare, dei veterani, dei municipi, delle organizzazioni civili e religiose, tenute insieme dalla National Housing Conference, e sollecitate dal genio e dalla devozione del suo vice presidente esecutivo, Lee Johnson. Tuttavia, nonostante le forti sollecitazioni, i rami locali e i membri di queste organizzazioni sono stati nel complesso apatici, a volte qualcuno di loro ci ha messo la faccia in un momento di crisi, ma raramente mostrando un interesse continuo. Le esistenti organizzazioni di cittadini per gli  alloggi popolari tendono ad essere mantenute in vita da pochi individui devoti ma con scarso sostegno generale.

Perchè le case popolari sono così impopolari?

Per questa domanda non è mai stata studiata seriamente una risposta, anche se in generale essa sembra abbastanza chiara. La vita nel solito progetto di edilizia pubblica non corrisponde al modello esistenziale della maggior parte delle famiglie americane. Né riflette i  valori comunemente accettati riguardo al modo in cui le persone dovrebbero vivere. In parte le debolezze sono inerenti agli aspetti progettuali. Come ha affermato l’architetto Henry Whitney nella prima (e tuttora una delle migliori) critiche formulata da un esperto di edilizia popolare: “La tipica abitazione dei programmi residenziali pubblici è carente nello spazio interno, non ha privacy all’aperto e non ha le caratteristiche residenziali tipiche del modello americano. … Le famiglie con bambini generalmente vogliono vivere in case individuali. … Un cortile, un portico o un terrazzo è  quanto quasi tutti desiderano”. Mentre tutti quelli che ne avevano la possibilità sono andati a vivere in una casa a un piano, le autorità dell’edilizia residenziale erano impegnate a costruire alti edifici per appartamenti ad alta densità, senza spazi esterni privati . Forse, significativamente, l’edilizia popolare è più accettata nell’unica città americana dove la vita in appartamento è più data per scontata, New York. Ma anche lì, i sondaggi di opinione mostrano che la maggior parte degli inquilini preferirebbe vivere a livello del suolo, se ne avessero la possibilità.

Ci sono anche ragioni sociali più sottili che spiegano la mancanza di una entusiastica accettazione. I progetti di edilizia pubblica tendono ad avere grandi dimensioni e a essere altamente standardizzati nella loro progettazione. Visivamente possono non essere più monotoni di un tipico tratto suburbano, ma la loro densità li fa sembrare molto più istituzionali, come gli ospedali per reduci di guerra o gli orfanotrofi di  vecchio stampo. Il fatto che siano di solito progettati come isole – “unità immobiliari comunitarie” che girano le spalle al quartiere circostante con il quale sembrano non avere nulla in comune – non fa che aumentare questa qualità istituzionale. Qualunque stigma riguardo al carattere di beneficenza  delle abitazioni sovvenzionate viene così rafforzato. Ogni complesso proclama, visivamente, di essere a beneficio del “gruppo di popolazione a più basso reddito”.

La rigida segregazione sociale che ne risulta difficilmente potrà conformarsi alle tradizionali idee americane. Inoltre, se un inquilino riesce ad aumentare il suo reddito oltre un certo punto finisce per perdere il diritto alla casa, una restrizione che si traduce anche nella continua perdita di leadership naturale tra gli inquilini stessi, e nella tendenza ad avere famiglie problematiche come tipologia base degli inquilini.

Se da un lato può essere contabilizzato il considerevole successo della non discriminazione e dell’occupazione razziale mista nei progetti di edilizia pubblica degli stati settentrionali, dall’altro va detto che anche questo grande guadagno si sta perdendo. A causa della preponderanza delle famiglie delle minoranze nel gruppo a più basso reddito, e nelle aree previste per la riqualificazione e la delocalizzazione degli abitanti, la percentuale di occupazione delle minoranze tende a salire oltre la linea entro la quale la commistione etnica può avere successo, e sempre più complessi residenziali finiscono per essere abitati solo da neri.

E infine, c’è la questione della politica di gestione e di come essa viene messa in pratica. A causa dei requisiti legali, delle alte densità, delle famiglie problematiche e dei continui attacchi politici a cui sono soggetti, le autorità locali proprietarie dei complessi tendono a essere rigide e pesanti, applicando regole e regolamenti sconosciuti nell’ordinaria gestione degli affitti privati e impensabile in un modello di proprietà individuale. A volte vengono forniti servizi di assistenza speciale che, in queste particolari condizioni, possono essere ammirevoli e necessari. Ma anche nel migliore dei casi, questo tipo di preoccupazione da parte del proprio padrone di casa sembra paternalistico da un punto di vista americano, e difficilmente amplifica la popolarità del vivere in questi complessi residenziali tra le famiglie normali.

Questi sono i problemi che continuano ad emergere nelle analisi critiche degli specialisti di alloggi pubblici, nelle conversazioni  tra le varie persone  in giro per il paese e nei pochi studi casualmente condotti dai sociologi. E accanto a queste critiche c’è il fatto che, con tutti i suoi inconvenienti, il programma residenziale pubblico è assai costoso. Dubito che i sussidi in sé siano l’aspetto centrale della reazione del pubblico in generale, o  riguardo allo stigma eventualmente  applicabile gli attuali inquilini degli alloggi pubblici. Pur con tutta la loro fiducia nella iniziativa privata, gli americani non sono mai stati puristi riguardo l’accettare aiuti pubblici per ottenere qualcosa che vogliono.

L’idea di sussidio fa parte del sistema americano, sia che si tratti di navigazione o l’istruzione pubblica, progetti di irrigazione, schemi di riqualificazione o costruzione di alloggi. Se non avessimo goduto di un mercato in costante espansione, il sistema di mutui  ipotecari FHA-VA* sarebbe costato ai contribuenti molto più del più imponente programma di edilizia popolare mai immaginato. E certamente nessuno stigma è collegato all’accettazione del costoso aiuto della Home Loan Corporation. Ma i sussidi devono sembrare ragionevoli in termini di valore ricevuto. E il fatto che i grattacieli (che in ogni caso a nessuno piacciono molto), costruiti dalle autorità locali per la casa, tendono a costare più del prezzo di una modesto edificio  residenziale delle assicurazioni FHA, che pure consente un notevole profitto speculativo, semplicemente non sembra ragionevole. Quindi gli aspetti poco attraenti del programma non possono nemmeno essere giustificati su base economica. E infine, con tutto il clamore e tutte le spese connesse, il programma continua a non soddisfare nemmeno l’ovvia necessità immediata delle famiglie sfollate da operazioni di riqualificazione o rinnovamento, per non parlare della necessità delle famiglie in aree periferiche che l’FHA non può soddisfare. I limiti del reddito previsto dalla legge sono così bassi e le altre limitazioni così rigorose, compresa la giurisdizione territoriale delle autorità municipali per gli alloggi, che solo una piccola parte del fabbisogno può essere soddisfatta attraverso l’aiuto pubblico all’edilizia abitativa.

Premesse vere o false?

In che modo oggi, alla luce di oltre 20 anni di esperienza,  gli assunti che hanno dato forma al programma di edilizia popolare continuano ad essere validi a fronte di differenti condizioni economiche?

Chiaramente le premesse di base sono valide oggi come allora. Anche dopo un lungo periodo di grande prosperità, negli Stati Uniti ci sono ancora tante case insalubri, sovraffollate e fatiscenti quante ce n’erano nel  bel mezzo della Depressione, probabilmente con più persone che vi abitano! E oggi quasi tutti riconoscono la loro esistenza e ammettono che queste condizioni devono in qualche modo essere sanate. È come sempre anche vero (pure essendo riconosciuto con più riluttanza) che non puoi sbarazzarti degli slum solo abbattendoli o sistemandoli. Da qualche parte, in un luogo ragionevolmente adatto, ci devono essere case migliori e a prezzi accessibili a disposizione degli abitanti degli slum. E malgrado la prosperità, FHA, VA e le tecniche per costruire abitazioni per il mercato privato in modo più efficiente, è pur vero che praticamente nessuno degli abitanti degli slum può permettersi nuove case private, e le poche famiglie che possono accedervi spesso appartengono alle minoranze e non sarebbe accettate.

Esiste un po’ di “filtraggio”**, ora che la  carenza manifestatasi nel dopoguerra di alloggi di prezzo medio e alto è stata alleviata. E se non ci fosse un gran accumulo di slum e una crescita urbana scarsa o nulla, e nessuna discriminazione razziale, allora un forte programma di applicazione [dell’Housing Act] e di riqualificazione potrebbe effettivamente svolgere adeguatamente il compito di alloggiare famiglie a basso reddito. Ma la situazione è molto diversa. Milioni di abitazioni negli slum esistenti dovrebbero essere demolite al più presto; milioni di altre famiglie a basso reddito migreranno sicuramente nei centri urbani (una grande percentuale di loro sono nere). E alla luce di questo, come si può pensare che il filtraggio possa risolvere il problema degli slum, ora o tra mille anni! Anche un lieve accelerazione del processo, posto che non si tratti di produrre un sacco di nuovi  slum solo ammassando diverse famiglie in un’abitazione che dovrebbe ospitarne una, significherebbe un tasso di svalutazione di vecchie proprietà immobiliari in buono stato che perturberebbe il mercato immobiliare più di qualsiasi importo di alloggi pubblici. Il fondo FHA, inoltre, è orientato a valori costanti o in aumento per il tempo di vita della casa, non c’è nessuna riduzione dei pagamenti mensili che possa consentirgli di “decantare”, anche se gradualmente.

Apparentemente è ancora vero come sempre è stato che abbiamo bisogno di un po’ di nuovi alloggi a portata delle famiglie che non hanno accesso al mercato privato. La prosperità rende solo la persistenza delle condizioni di vita degli slum meno giustificabile, più urgente la necessità di soluzioni efficaci. E la crescente importanza degli aspetti razziali nell’ambito del problema abitativo si aggiunge all’urgenza.  Lo stesso vale per il problema della ricollocazione che aumenta a causa con il desiderio di rivitalizzare aree degradate centrali e  con l’enorme rimozione di nuclei abitativi dovuto alla costruzione di autostrade e di altre opere pubbliche.

Il problema di base che abbiamo cercato di affrontare nella legge sugli alloggi negli Stati Uniti è ancora qui. Cosa c’era di sbagliato negli sforzi compiuti per risolverlo?

Alla luce delle condizioni del 1957, ora sembra che ci siano due fondamentali errori nell’approccio originario, uno è una questione di formulazione e di amministrazione delle politiche di base, l’altro di pianificazione e progettazione fisica. L’approccio del 1937 era naturale, valido e persino necessario per l’epoca, e rappresentava un progresso in relazione a ciò che era accaduto prima. Ma si è indurito troppo presto, è diventato troppo rigido, senza consentire un adattamento flessibile ai valori e alle condizioni americane.

Una politica residenziale a due teste

L’assunto più discutibile è stato il concetto secondo cui la ricollocazione degli abitanti degli slum avrebbe dovuto essere stabilita in modo permanente come un programma indipendente, con una propria legislazione separata e un apparato amministrativo a livello federale e locale,  al di là delle altre politiche abitative e del quadro generale del patrimonio abitativo. Tutto ciò ha permesso la segregazione degli abitanti a basso reddito degli slum e fortificato questo isolamento in quanto materia di beneficenza speciale, di cui si poteva occupare solo l’iniziativa e la proprietà pubblica attraverso strette regole di ammissibilità a qualsiasi forma di alloggio sovvenzionato di cui poteva esservi  bisogno. Ciò ha anche contribuito alla segregazione delle famiglie con redditi più alti all’interno degli schemi FHA, e dentro  quell’universo suburbano, bianco come un giglio, che ora risulta essere un problema piuttosto importante. Ed è responsabilità tanto delle case popolari quanto dell’Associazione nazionale dei costruttori di abitazioni se ora esiste un divario così ampio tra i due tipi angusti e completamente separati di politiche abitative federali, senza che esista una reale responsabilità a qualsiasi livello di governo per la determinazione delle esigenze abitative complessive – sia su base nazionale o di una qualsiasi comunità – e la valutazione che tali politiche siano adeguate alla soddisfazione di quei bisogni.

Ciò è avvenuto perché gli aiuti agli alloggi federali sono stati tutti avviati su una base di emergenza particolare durante la Depressione, con poca considerazione per esigenze o obiettivi a lungo termine. Ma l’emergenza è durata troppo a lungo: si tratta di un elemento errato nella pianificazione postbellica, in particolare nell’edilizia abitativa. Gli interessi  particolari sono cresciuti e sono stati istituzionalizzati attorno a singoli programma frammentario separati gli uni dagli altri, con il risultato che tutti e tre i gruppi principali [di soggetti coinvolti] – finanziatori, costruttori e proprietari pubblici – si sono opposti in egual misura al tipo di coordinamento che avrebbe consentito maggiore flessibilità e realismo nel soddisfare una gamma completa di bisogni locali. Ora abbiamo una proliferazione di agenzie locali che si occupano di slum e alloggi, senza la responsabilità di vedere il quadro della questione abitativa nel suo insieme.

Allo stesso modo, mentre la prima crociata condotta per conto dell’iniziativa e della responsabilità locale andava bene, e la creazione di autorità locali per l’edilizia abitativa (o qualcosa del genere) era un passo necessario, il loro ruolo permanente non avrebbe mai dovuto essere definito e consolidato così strettamente. Ora abbiamo una proliferazione di agenzie locali specializzate che si occupano di  slum e alloggi, senza che da nessuna parte sia prevista alcuna responsabilità nella valutazione del quadro delle politiche abitative nel suo insieme, men che meno a livello metropolitano, dove questo è più che mai essenziale. Il risultato sono alcuni costosi progetti municipali, ad alta densità, ultra controllati, per lo più in aree centrali, e una vasta caotica alluvione di case private per la classe media nei sobborghi. Con tutte le nostre complicati apparati per l’edilizia non siamo in grado di risolvere né il problema della ricollocazione nelle aree centrali né l’altrettanto urgente problema di uno sviluppo equilibrato ai margini.

Visto in retrospettiva, sarebbe valsa la pena, a vantaggio di strumenti integrati e più flessibili, fare qualche bel compromesso. Non sul  principio della sovvenzione, perché si tratta di qualcosa di assolutamente essenziale per ogni soluzione del problema degli slum. Ma eventualmente, si sarebbe potuto lasciar perdere la proprietà immobiliare pubblica e, in ogni caso, si sarebbe potuta consentire la sovvenzione di varie forme di edilizia residenziale privata, compresi ambiti suburbani a proprietà individuale, al fine di soddisfare una gamma più ampia di bisogni e desideri popolari (e , per inciso, per portare alcuni interessi edilizi privati  a difendere le case popolari).

Un cattivo uso della “pianificazione comunitaria”

Avendo stabilito un meccanismo che poteva solo produrre un tipo di sviluppo residenziale del tutto estraneo a qualsiasi ideale americano di comunità, abbiamo poi proceduto a rendere architettonicamente esagerata questa forma estrema di segregazione paternalistica di classe nel nome della “moderna pianificazione comunitaria”.

Le idee di base derivanti dai pianificatori inglesi della città giardino, e che erano state razionalizzate dalla scuola degli architetti moderni del Bauhaus, portavano concetti vitali per le politiche della casa in America. La reazione contro l’individualismo caotico e la dispendiosa grossolanità dell’onnipresente schema stradale a griglia è giunta fin troppo tardivamente. Ma nel comprendere i moderni principi del design di comunità su vasta scala, abbiamo incondizionatamente fatto nostre le teorie architettoniche funzionali e collettiviste che tendevano a ignorare valori estetici e bisogni sociali più sottili e fondamentali. Sperimentare in questa direzione è stato salutare e necessario. L’errore, ancora una volta, ha avuto luogo nell’aver imbalsamato sia la politica che la pratica in formule rigide che impedivano ulteriori sperimentazioni per adattare e umanizzare questi principi in termini che meglio si adattavano alla scena americana.

Al complesso di case popolari continua quindi ad essere attribuito il significato di “unità comunitaria”,  il più possibile vasta e completamente separata dal quartiere, anche se ciò non fa altro che rendere più drammatica la condizione di segregazione delle famiglie che ne beneficiano. La standardizzazione viene enfatizzata piuttosto che attenuata nella sua progettazione, in quanto glorificazione degli efficienti  metodi produttivi ed espressione dell’obiettivo di un alloggio “decente, sicuro e igienico” per tutti. Ma i tristi simboli dell’efficienza produttiva e degli “standard minimi” non sono affatto un’espressione adeguata o soddisfacente dei valori che si possono associare alla vita domestica americana. E tutto questo è, inoltre, spesso incarnato dal grattacielo, la cui tecnologia raffinata allieta i cuori tecnocratici degli scultori di architetture, ma spinge i suoi occupanti  dentro un tipo di vita comunitaria altamente organizzata,  su modello dell’alveare,  per  la quale  gran parte delle famiglie americane non ha alcun desiderio e scarsa attitudine.

Non c’è spazio in tali schemi per la deviazione individuale, per l’iniziativa e la responsabilità personale, per la libertà  di uno spazio all’aperto e per la privacy, per il tipo di piccola impresa commerciale che svolge un ruolo sociale così importante nella maggior parte degli slum. La prevalenza delle necessità di gestione è incorporata nella costruzione dei complessi, un corollario indispensabile della loro forma architettonica.

Come riformare i riformatori?

Un nuovo inizio è assolutamente necessario se si vuole portare questo sforzo fin qui  vanificato  a raggiungere una effettiva maturità. E il momento potrebbe finalmente essere  propizio. Fino a non molto tempo fa c’erano solo pochi critici solitari tra le fila degli stessi “housers”. Ma ora alcune autorità locali per l’edilizia pubblica stanno iniziando a mettere in discussione le vecchie formule. La grande spinta per la riqualificazione e il rinnovamento urbano ha anche svolto un importante servizio nel forzare tutti i tipi di gruppi civici e di agenzie, inclusi gli interessi immobiliari e le autorità locali per l’edilizia pubblica, a fronteggiare problemi finora  insoluti e a riunirsi per trovare soluzioni. In alcune aree le agenzie di pianificazione locali e metropolitane stanno iniziando ad assumersi alcune responsabilità per determinare le esigenze abitative nel loro insieme e per  comporre i frammenti costituiti dagli aiuti federali e dalle iniziative private e pubbliche. In diverse città, i sindaci hanno nominato a questo scopo coordinatori per l’edilizia pubblica . E accanto alla riqualificazione delle aree centrali, una nuova questione si sta ufficialmente profilando all’orizzonte nelle regioni in rapida crescita come la California: riguarda la possibilità di incoraggiare un maggiore equilibrio nelle comunità  attraverso una più ampia varietà di case nelle aree periferiche, per soddisfare i bisogni delle famiglie a basso reddito appartenenti alle minoranze etniche che hanno sempre più possibilità di trovare lavoro in fabbriche e uffici periferici.

Tutto questo sforzo diffusamente basato su istanze civiche e su una più acuta consapevolezza tende a rendere più evidenti le debolezze della politica residenziale federale, ottusa ed eccessivamente organizzata in compartimenti. Prima o poi arriverà una richiesta dal basso, per una maggiore flessibilità e un miglior coordinamento, abbastanza forte da superare le lobby degli interessi particolari, ognuno dei quali cerca di mantenere il proprio piccolo appannaggio. E questo è l’unico modo efficace e salutare perché avvengano i cambiamenti necessari. Perché è solo quando le città e le aree metropolitane sanno ciò di cui hanno bisogno e cosa vogliono in termini di politica federale per l’edilizia residenziale che una maggiore flessibilità potrà essere giustificata.

Non si tratta di sostituire con una nuova formula giuridico-amministrativa quella vecchia. In determinate condizioni, la vecchia formula è ancora la migliore risposta, forse l’unica soluzione possibile. Ma ciò di cui principalmente c’è bisogno, non solo per gli abitanti poveri e delle minoranze etniche degli slum, ma anche per la grande massa di famiglie a reddito medio  e per l’infinita varietà di gusti e necessità da loro espressa, è una maggiore possibilità di scelta nella localizzazione, nel tipo di abitazione e nel carattere del quartiere . Il tipo di casa più adatto a una determinata famiglia americana non può mai essere deciso dai funzionari. La loro più alta responsabilità, invece, è assicurarsi che le politiche pubbliche mantengano “le effettive condizioni di mercato” sufficientemente ampie da fornire una reale scelta di opzioni  per tutti i livelli economici e sociali. La libertà e la flessibilità sono probabilmente le cose più difficili da ottenere  attraverso le politiche pubbliche. Ma un paese che può escogitare il mutuo assicurato (in tutte le sue diverse forme), Fannie Mae***, il prestito per l’ammodernamento, il contributo annuale,  i titoli dell’autorità locale, le sovvenzioni  ai metodi ingegnosi per la riqualificazione e il rinnovo  che consentono ai governi locali di fare la loro parte, dovrebbe certamente essere in grado di trovare un modo perché questi eccellenti strumenti possano lavorare in modo più libero e più efficace.

*Si tratta dei mutui erogati dalla Federal Housing Administration e dal Department of Veteran Administration.

**Con questo termine si intede il processo di svalutazione da invecchiamento del patrimonio residenziale che consente ai redditi più bassi di subentrare a quelli più alti nell’occupazione degli alloggi inizialmente realizzati per la seconda fascia di reddito.

***Federal National Mortgage Association

Traduzione di Michela Barzi

Introduction by Barbara Penner. Archival text by Catherine Bauer., “The (Still) Dreary Deadlock of Public Housing,” Places Journal, October 2018. Accessed 11 Nov 2018. <https://placesjournal.org/article/catherine-bauer-and-the-need-for-public-housing/>

L’immagine è tratta da Southern California Architectural History