Le città del futuro tra passato e presente

Pensare alla città di domani, migliore di quella di oggi, è un esercizio che viene svolto da secoli. Dalla Sforzinda del Filarete fino alla Città Giardino di Howard c’è una lunga tradizione di utopismo urbano che è poi sfociata – con la proposta dell’ex stenografo del parlamento britannico – in qualcosa di più concreto e reale, anche se non totalmente aderente all’idea iniziale. Ai  nostri giorni, le visioni delle città del futuroono tuttavia diventate per lo più operazioni di branding  dentro strategie di marketing  – e già l’uso ravvicinato di questi anglicismi dovrebbe dirci qualcosa sulla loro natura tanto accattivante quanto vaga – di imprese immobiliari di trasformazione o espansione urbana. Vienna’s Urban Lakeside, un insediamento che sta sorgendo nel settore orientale della metropoli danubiana, sembra far parte di questa più recente casistica. Secondo il sito Internet che la pubblicizza, si tratta della costruzione di una vera a propria piccola città in grado di offrire ai suoi futuri abitanti residenze, servizi, attività commerciali e posti di lavoro.

Il progetto ha cominciato a concretizzarsi nel gennaio 2006, quando un team di progettazione svedese-tedesco  si è aggiudicato l’appalto per la sua realizzazione. Nel maggio 2007 il consiglio comunale della capitale austriaca ha adottato il piano urbanistico ed ora i 2,4 km² del  sedime dell’ex aeroporto di Aspern  si stanno trasformando in una nuova piccola città del futuro, pensata per 20.000 abitanti e 20.000 posti di lavoro,  la quale dovrebbe inoltre ospitare un centro di ricerca e di formazione e sviluppo. Il completamento dei lavori è previsto per il 2030.

L’idea è che le persone vadano a vivere e a lavorare lì, ad uno dei capolinea della metropolitana vienneseattratte dal design urbano accattivante, dalla ben strutturata distribuzione delle varie funzioni, dalle brevi distanze tra loro e dalla mobilità dolce assicurata da percorsi pedonali e piste ciclabili. La presenza di un  buon numero di strutture per attività culturali  e sportive, di un laghetto artificiale – cosa che assicura l’immancabile waterfront  – e di una abbondante dose di verde dovrebbe fare il resto.  Il tutto si unisce ad una grande attenzione per l’efficienza energetica e per l’information technology:  non c’è quindi bisogno di aggiungere che Vienna’s Urban Lakeside  può fregiarsi dell’appellativo di smart city .

Tra le vie della nuova piccola città, deserte di abitanti ma animate da una moltitudine di lavoratori dell’edilizia, i cantieri sono in piena attività e la rete stradale è già stata completata.  Si vede spuntare qualche insegna di agenzie per l’impiego e la presenza qua e là di biciclette, piante ornamentali e bidoni della spazzatura costituisce un indizio della consegna delle prime abitazioni. Male che vada l’insediamento che sta prendendo forma attorno al piccolo lago dalle forme sinuose  più che una città vera e propria finirà per essere un quartiere della Grande Vienna del secolo ventunesimo, la quale da tempo fornisce esempi di buona progettazione urbanistica. Vienna’s Urban Lakeside, con la sua visione futuribile che sta già diventando realtà,  sembra inoltre una sorta di esperimento riuscito di ciò che quasi mezzo secolo fa fallì a molte migliaia di chilometri di distanza. Anche lì c’era di mezzo la riconversione di un aeroporto e l’affaccio sull’acqua.

Nel 1970 Harbour City  avrebbe  dovuto sorgere al posto dell’aeroporto di Toronto che sta su di un’isola del lago Ontario. L’insediamento multifunzionale ad alta densità demografica sarebbe stato  percorso dal trasporto pubblico e da una rete di canali che avrebbe dovuto  svilupparsi tra una varietà di edifici modulari dall’altezza contenuta. Il traffico automobilistico invece sarebbe stato separato dalle aree pedonali e convogliato verso downtown grazie ad una tangenziale. Il progetto aveva il pieno sostegno di una nuova residente di Toronto, Jane Jacobs, che si era trasferita lì da New York nel 1968 e che del progetto era stata consulente. Apparendo in un filmato pubblicitario nel 1970, Jacobs definì  Harbour City «il progresso più importante dell’urbanistica di  questo secolo». Nel video, in piedi di fronte al plastico, essa indicava anche l’edificio dove avrebbe voluto vivere.

Harbour City  non fu mai realizzata e ciò può forse essere spiegato con il concomitante fallimento di un progetto di autostrada urbana, il quale incontrò proprio  l’opposizione di Jane Jacobs. I due progetti, anche se non in relazione l’uno con l’altro, finirono per eliminarsi reciprocamente. L’entusiasmo dell’autrice di Vita e morte delle grandi città americane per questo quartiere modello si basava  esattamente, come ebbe a dichiarare nel video pubblicitario, sugli aspetti da lei sottolineati nel libro che la rese famosa, essenziali per un ambiente urbano sano:  strade rese vive dalla presenza delle diverse funzioni e dalla diversità umana,  collegamento tra verde ed elementi naturali – come l’acqua – con le residenze, abbondante dotazione di spazio pubblico.

Sono raccomandazioni che hanno trovato  modo di concretizzarsi nella piccola città ideale della periferia viennese, la quale, passata la stagione del branding e del marketing necessaria a vendere gli immobili, finirà per essere ciò che a dispetto del nome aveva sempre dichiarato di essere  la mai realizzata Harbour City:  un pezzo della città esistente costruito senza i suoi difetti.  In entrambi i casi la città vera e propria, con tutta la sua complessità  e stratificazione storica, rimane lì sullo sfondo, a garantire la possibilità che i quartieri modello siano uno strumento con il quale essa affronta i mutamenti che da sempre le sono necessari per sopravvivere.

Riferimenti

Vienna’s Urban Lakeside.

M. Byrnes, The Man-Made Island Jane Jacobs Approved of—But Toronto Never Built, CityLab, 27 luglio 2015.