Frederick Law Olmsted, dai parchi alle città

Il dipartimento forestale della FAO sta da tempo promuovendo l’Urban Forestry,  ovvero quell’insieme  di parchi, aree boscate residuali,  viali e piazze alberate,  giardini privati, che agisce come elemento di mitigazione degli effetti dell’urbanizzazione planetaria, fenomeno che riguarda ormai oltre la metà della popolazione mondiale. A questo riguardo la storia dei parchi urbani assume un’importanza particolare, perché con l’apparizione di queste aree verdi all’interno delle città – almeno in quelle occidentali  a partire da circa due secoli – veniva proclamato l’intento di mitigare gli effetti negativi di un ambiente urbano sempre più ostile alla salute, fisica e morale, degli esseri umani . Da questo punto di vista l’opera di Frederick Law Olmsted (1822-1903), progettista tra l’altro del Centra Park di New York, è particolarmente significativa e in questi estratti del saggio di Lewis Mumford egli viene celebrato come una delle figure più luminose delle altrimenti piuttosto buie Brown Decades (M.B.).

Lewis Mumford, The Brown Decades, 1931*.

L’americano romantico per tradizione, è sempre rimasto sbalordito di fronte ai grandi e imponenti fenomeni della natura: le Mammouth Caves del Kentucky, il corso sinuoso del Mississippi, le alte vette delle Montagne Rocciose;  [Frederick Law] Olmsted insegnò ad apprezzare un prato e poche pecore, o una roccia affiorante con un chiosco di fronte a una macchia di pini. Il landscape park aveva diritto ad esistere in quanto tale, senza bisogno di musei, piste per pattinaggio, teatri, spettacoli o altri armamentari della vita civile: l’intera sua giustificazione consiste nel fatto che esso favorisce piaceri semplici ed elementari, come respirare profondamente, sgranchirsi le gambe, stendersi al sole. (…) Olmsted  lottò per questa idea, le diede una sistemazione, le fornì una giustificazione razionale. Si poteva trarre godimento dal paesaggio, e tale godimento, a volte, poteva essere accresciuto dagli sforzi di un progettista. Una simile concezione sembra oggi lapalissiana: quando Olmsted inizio la sua carriera, né l’arte né i suoi fini erano conosciuti e accattati. Tuttavia l’idea si affermò.  Ben presto seguirono [al Central Park di Manhattan] il Forest Park di St. Louis, il Fairmount Park di Filadelfia, il Prospect Park a Brooklyn, il Frankling Park a Boston.

Ma Olmsted andò al di là dell’affermazione del significato ricreativo del landscape: chi ha cercato di privilegiare questo aspetto del suo lavoro, in particolare con riferimento a Central Park, ha troppo spesso dimenticato che egli, nel 1870, aveva elaborato un completo programma per la realizzazione di parchi, basato su importanti considerazioni igienico-sociali. Introducendo linee di alberi ombrosi fiancheggianti le strade, ampi viali e passeggiate, spiazzi aperti, un sistema di piccoli parchi destinati principalmente alla pratica attiva degli sport, egli tento di attribuire un ruolo nella vita urbana di ogni giorno ad alcune funzioni particolari, incompatibili con il landscape park sia per le sue specifiche caratteristiche che per la sua lontananza. Inoltre Olmsted comprese che il parco non può venire considerato come una sorta di «ripensamento» o di semplice aggiunta correttiva in un piano utilitaristico per altri versi conchiuso.(…)

In breve, nel 1870, meno di vent’anni dopo che il concetto di public landscape park aveva iniziato ad affermarsi in questo paese, Olmsted aveva creativamente compreso e definito tutti gli elementi interagenti nella pianificazione degli spazi verdi, e in un piano di sviluppo urbano complessivo. Tra il 1872 e il 1895, egli svolse un ruolo decisivo nel rendere operativo tale programma; tuttavia, non ostante tutte le importanti trasformazioni realizzate a Washington, Chicago, Kansas City, Boston, nessun’altra importante città americana ha dato seguito alle sue teorie.

Due ultime caratteristiche rimangono da considerare per ciò che concerne i piani di Olmsted. La prima riguarda il suo rispetto per la topografia naturale, un fatto talmente inusuale per la corrente tradizione americana che fu utilizzato quale pretesto principale in una causa per il risarcimento intentata a Olmsted dal suo ex superiore, il generale Egbert Viele,  uno dei partecipanti tra l’altro al concorso per Central Park. Tale atteggiamento di rispetto compare, oltre che nei parchi, anche nei progetti olmstediani per residenze di campagna e nei piani urbanisti per i suburbs. Egli, inoltre, lo trasmise ad allievi e collaboratori come Horace Cleveland e Charles Eliot Jr., per tacere di coloro che ne ereditarono l’attività. Tale sfruttamento delle caratteristiche naturali e il largo uso della vegetazione al fine di conservare il fascino dei tradizionali insediamenti suburbani trovarono riscontro, in maniera del tutto particolare negli anni novanta, nel Roland Park di Baltimore.

La seconda caratteristica del progetto per Central Park è, probabilmente, ancora più importante: si tratta della separazione dei percorsi pedonali dalle strade e dai sentieri. Solo in alcuni punti, dove ciò era inevitabile, questi due diversi tipi di percorso divengono paralleli: ove ve ne era la pur minima possibilità, Olmsted ne progetto la separazione attraverso ponti e sottopassaggi. Tre tipi di considerazione dovevano occupare la sua mente: la sicurezza dei pedoni, la comodità dei conducenti, l’opportunità di evitare confusione e rumori in zone della città destinate allo svago e al riposo. Ai nostri giorni, nei quartieri residenziali, tali principi essenziali sono stati ulteriormente sviluppati: i migliori urbanisti europei e americani ripropongono la medesima distinzione olmstediana tra traffico su ruota e scorrimento pedonale; in tal maniera Henry Wright ha progettato una città nel New Jersey, Radburn, basata su di un sistema interno di parchi completamente separato dal traffico. Questo progetto contemporaneo non può che contribuire a rafforzare l’ammirazione per le invenzioni di Olmsted: senza dubbio egli fu una delle menti migliori prodotte dai Brown Decades.

*Traduzione italiana di Francesco Dal Co, in Francesco Dal Co (a cura di), Architettura e cultura in America dalla guerra civile all’ultima frontiera, Venezia, Marsilio, 1977, pp.78-81.

Postilla. Mumford, da sostenitore dell’idea di città giardino, non perde l’occasione per citare Radburn come uno dei migliori lasciti dell’eredità olmstediana. Quanto in realtà la separazione dei flussi di traffico, veicoli da una parte e pedoni dall’altra, abbia contribuito a generare altri problemi alla città novecentesca, con la sua negazione della complessità dell’organismo urbano, ci è stato magistralmente raccontato da Jane Jacobs, che ha denunciato nei suoi scritti i danni provocati dall’urbanistica basata sul principio di separazione (M.B.).

Suburbio antisociale

Spesso anche le piccole storie hanno molto da raccontare, pur se avvengono in luoghi lontanissimi e diversissimi. Specie se si riesce a coglierne qualche aspetto del contesto che le ha generate, e a trarre qualche considerazione di carattere generale a partire da specifici particolari. La vicenda di Debra Harrell, la madre single nera arrestata per aver lasciato che la figlia andasse a giocare da sola nel parco è una di queste. Vediamo perché.

L’ambiente urbano

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Foto: M. Barzi

Debra vive in una cittadina di poco più di 20.000 abitanti nel South Carolina, e mantiene se stessa e la figlia di 9 anni con il salario minimo di un impiego da Mac Donald’s.  North Augusta, la piccola città in questione, fa parte dell’Augusta Metropolitan Area, circa mezzo milione di abitanti sparsi tra due stati lungo il corso del fiume Savannah e sulla superficie di cinque circoscrizioni di contea. Il modello insediativo dominante  – basta dare un’occhiata con Google Earth  – è quello a bassa densità e a funzioni segregate: in pratica un mare di casette con giardino nel quale si distinguono, per la presenza di ampie superfici a parcheggio, le isole dedicate al commercio e alle altre funzioni. Il fatto che Debra non avesse altra alternativa che lasciare la figlia giocare da sola nel parco, distante poche centinaia di metri dal posto di  lavoro, ci racconta benissimo cosa induca un ambiente urbano consapevolmente progettato per eliminare qualsiasi senso di comunità, e basato sulla centralità dell’asse individuo-famiglia.  Anche senza conoscere la sua biografia, si può infatti ipotizzare che Debra viva in un contesto implicitamente ostile alle classiche relazioni di vicinato, quelle che avrebbero consentito uno spontaneo aiuto alla sorveglianza della bambina durante la sua assenza.

Il suburbio è il regno della famiglia

La casetta con giardino è la tipologia edilizia espressamente tagliata sulle esigenze di spazio della famiglia media (ovvero padre, madre e un paio di figli). Il fatto che sia separata da altre simili da una certa porzione di terra ha una precisa matrice ideologica: l’individuo può benissimo fare a meno di confrontarsi con la società perché è la famiglia il consorzio umano di riferimento.  Lo sviluppo suburbano delle aree metropolitane statunitensi nel secondo dopoguerra rispondeva anche all’alleggerimento degli agglomerati urbani dal “peso della società”: sparpagliando le persone fuori dagli ambienti urbani tradizionali, si sono apparentemente evitati un sacco di problemi generati dalla concentrazione. Agglomerati come quello di North Augusta, altro non sono che suburbi inseriti in aree metropolitane  dominate dallo sviluppo a bassa densità e segregato, dove si vive separati gli uni dagli altri da un pezzetto di terra, e ci si incontra al centro commerciale, a scuola, o al parco andandoci in auto. C’è addirittura un classico proverbio che recita “good fences make good neighbors“: i buoni vicini sono quelli separati da una solida recinzione.

Dominati dall’automobile

Debra aveva deciso di lasciare la figlia di 9 anni, dotata di cellulare, a giocare nel parco perché  l’unica alternativa che aveva precedentemente individuato le era stata sottratta: il computer portatile con il quale la bambina s’intratteneva al Mc Donald’s mentre lei lavorava era stato infatti rubato dalla propria abitazione.  Non c’è bisogno di essere un economista per immaginare che il salario di una impiegata di Mc Donald’s non consenta l’immediato acquisto di un altro intrattenimento elettronico e che la retta di un campo estivo fosse fuori dalla sua portata. Così il parco situato a 5 minuti a piedi dal centro commerciale nel quale il fast food è inserito è sembrata l’unica alternativa alla comprensibile noia della bambina. Ma in un ambiente dominato dall’uso dell’auto l’idea che in caso di bisogno le fosse possibile raggiungere la mamma camminando da sola per  poche centinaia di metri non deve essere piaciuta al solerte adulto che ha chiamato la polizia presupponendo che si trovasse in pericolo. Nel regno dell’automobile il pedone, soprattutto se piccolo ed indifeso, è preda di ogni malintenzionato pronto a caricarlo di peso e a farlo sparire, almeno nell’immaginario di chi lo abita. E poi un bambino che cammina lungo le strade trafficate rischia in ogni caso.

Desertificazione sociale

Se Debra si fosse trovata a vivere in una città vera e propria, a risiedere in quartiere dove avere qualche relazione con i vicini è possibile per via del tipo di abitazione, dove la concentrazione demografica consente di determinare l’utenza per servizi sociali come quelli dedicati all’infanzia, forse non si sarebbe trovata nella difficile condizione di dover fare ciò che una madre stenta davvero a fare: lasciare i figli da soli a cavarsela in un ambiente ostile. In questo caso l’ostilità nei confronti di due individui in difficoltà, come Debra e sua figlia, è rappresentata dalla mancanza di una comunità con il quale interagire. Le relazioni tra gli individui che si ritrovano nello spazio pubblico in un contesto di desertificazione sociale sono mediate dai rappresentanti dello stato e se un bambino solo genera preoccupazioni si chiama direttamente la polizia.

La morale

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Andy Warhol, Green Burning Car

Sono molte le implicazioni di questa storia che ha evidentemente a che fare anche con i problemi mai risolti della società americana con la diversità razziale. Viene infatti da chiedersi se l’equazione bambina nera sola uguale a bambina abbandonata sia scattata come effetto del pregiudizio nei confronti di una componente della popolazione.  Limitandosi a mettere a fuoco il contesto spaziale nel quale la vicenda si è svolta, è tuttavia possibile trovare una morale della storia:  essere poveri nel suburbio è anche più duro che in città.  La  risposta individuale ai pericoli della concentrazione sociale della città accetta come unico rischio possibile nella vita degli individuo l’incidente stradale, la cui serialità, simile a quella delle casette del suburbio, è stata non a caso colta da Andy Warhol. E tuttavia è l’assenza della società, surrettiziamente sostituita dalla famiglia, a costituire di per sé un fattore di rischio per l’individuo, non importa quale sia il suo reddito, la sua età o il colore della sua pelle.

Riferimenti

J. Chait, Working Mom Arrested for Letting Her Daughter Play Outside, New York Magazine, 15 luglio 2014.