Lewis Mumford: l’eredità di Frederick Law Olmsted dai parchi alle città

L’opera di Frederick Law Olmsted (1822-1903), progettista tra l’altro del Central Park di New York, da una prospettiva contemporanea  è particolarmente significativa soprattutto se letta alla luce della promozione  dell’Urban Forestry,  ovvero di quell’insieme  di parchi, aree boscate residuali,  viali e piazze alberate,  giardini privati, eccetera, che agisce come elemento di mitigazione degli effetti ambientali dell’urbanizzazione, sulla quale è da tempo impegnato il dipartimento forestale della FAO. A questo riguardo la storia dei parchi urbani testimonia una analoga preoccupazione, dato con l’apparizione di queste aree verdi all’interno delle città – almeno in quelle occidentali   – veniva già proclamato l’intento di mitigare gli effetti negativi di un ambiente urbano sempre più ostile alla salute, fisica e morale, degli esseri umani . Negli estratti qui proposti del saggio di Lewis Mumford, Olmsted viene celebrato come una delle figure più luminose delle altrimenti piuttosto buie Brown Decades. Mumford, da sostenitore dell’idea di città giardino, non perde l’occasione per citare Radburn come uno dei migliori lasciti dell’eredità olmstediana. In essa il principio della separazione dei flussi di traffico, veicoli da una parte e pedoni dall’altra, già sperimentato a Central Park, ha tuttavia contribuito a generare altri problemi alla città novecentesca, laddove l’urbanistica ha cercato di individuare nelle soluzioni tecniche il rimedio agli effetti della commistione tipica di un organismo complesso come la città. E’ in particolare su questo punto che si è innestata la polemica tra Lewis Mumford e Jane Jacobs, che ha diffusamente denunciato i risultati di questa semplificazione (M.B.).

Titolo originale: The Brown Decades [1]

L’americano romantico per tradizione, è sempre rimasto sbalordito di fronte ai grandi e imponenti fenomeni della natura: le Mammouth Caves del Kentucky, il corso sinuoso del Mississippi, le alte vette delle Montagne Rocciose;  [Frederick Law] Olmsted insegnò ad apprezzare un prato e poche pecore, o una roccia affiorante con un chiosco di fronte a una macchia di pini. Il landscape park aveva diritto ad esistere in quanto tale, senza bisogno di musei, piste per pattinaggio, teatri, spettacoli o altri armamentari della vita civile: l’intera sua giustificazione consiste nel fatto che esso favorisce piaceri semplici ed elementari, come respirare profondamente, sgranchirsi le gambe, stendersi al sole. (…) Olmsted  lottò per questa idea, le diede una sistemazione, le fornì una giustificazione razionale. Si poteva trarre godimento dal paesaggio, e tale godimento, a volte, poteva essere accresciuto dagli sforzi di un progettista. Una simile concezione sembra oggi lapalissiana: quando Olmsted inizio la sua carriera, né l’arte né i suoi fini erano conosciuti e accattati. Tuttavia l’idea si affermò.  Ben presto seguirono [al Central Park di Manhattan] il Forest Park di St. Louis, il Fairmount Park di Filadelfia, il Prospect Park a Brooklyn, il Frankling Park a Boston.

Ma Olmsted andò al di là dell’affermazione del significato ricreativo del landscape: chi ha cercato di privilegiare questo aspetto del suo lavoro, in particolare con riferimento a Central Park, ha troppo spesso dimenticato che egli, nel 1870, aveva elaborato un completo programma per la realizzazione di parchi, basato su importanti considerazioni igienico-sociali. Introducendo linee di alberi ombrosi fiancheggianti le strade, ampi viali e passeggiate, spiazzi aperti, un sistema di piccoli parchi destinati principalmente alla pratica attiva degli sport, egli tento di attribuire un ruolo nella vita urbana di ogni giorno ad alcune funzioni particolari, incompatibili con il landscape park sia per le sue specifiche caratteristiche che per la sua lontananza. Inoltre Olmsted comprese che il parco non può venire considerato come una sorta di «ripensamento» o di semplice aggiunta correttiva in un piano utilitaristico per altri versi conchiuso.(…)

In breve, nel 1870, meno di vent’anni dopo che il concetto di public landscape park aveva iniziato ad affermarsi in questo paese, Olmsted aveva creativamente compreso e definito tutti gli elementi interagenti nella pianificazione degli spazi verdi, e in un piano di sviluppo urbano complessivo. Tra il 1872 e il 1895, egli svolse un ruolo decisivo nel rendere operativo tale programma; tuttavia, non ostante tutte le importanti trasformazioni realizzate a Washington, Chicago, Kansas City, Boston, nessun’altra importante città americana ha dato seguito alle sue teorie.

Due ultime caratteristiche rimangono da considerare per ciò che concerne i piani di Olmsted. La prima riguarda il suo rispetto per la topografia naturale, un fatto talmente inusuale per la corrente tradizione americana che fu utilizzato quale pretesto principale in una causa per il risarcimento intentata a Olmsted dal suo ex superiore, il generale Egbert Viele,  uno dei partecipanti tra l’altro al concorso per Central Park. Tale atteggiamento di rispetto compare, oltre che nei parchi, anche nei progetti olmstediani per residenze di campagna e nei piani urbanisti per i suburbs. Egli, inoltre, lo trasmise ad allievi e collaboratori come Horace Cleveland e Charles Eliot Jr., per tacere di coloro che ne ereditarono l’attività. Tale sfruttamento delle caratteristiche naturali e il largo uso della vegetazione al fine di conservare il fascino dei tradizionali insediamenti suburbani trovarono riscontro, in maniera del tutto particolare negli anni novanta, nel Roland Park di Baltimore.

La seconda caratteristica del progetto per Central Park è, probabilmente, ancora più importante: si tratta della separazione dei percorsi pedonali dalle strade e dai sentieri. Solo in alcuni punti, dove ciò era inevitabile, questi due diversi tipi di percorso divengono paralleli: ove ve ne era la pur minima possibilità, Olmsted ne progetto la separazione attraverso ponti e sottopassaggi. Tre tipi di considerazione dovevano occupare la sua mente: la sicurezza dei pedoni, la comodità dei conducenti, l’opportunità di evitare confusione e rumori in zone della città destinate allo svago e al riposo. Ai nostri giorni, nei quartieri residenziali, tali principi essenziali sono stati ulteriormente sviluppati: i migliori urbanisti europei e americani ripropongono la medesima distinzione olmstediana tra traffico su ruota e scorrimento pedonale; in tal maniera Henry Wright ha progettato una città nel New Jersey, Radburn, basata su di un sistema interno di parchi completamente separato dal traffico. Questo progetto contemporaneo non può che contribuire a rafforzare l’ammirazione per le invenzioni di Olmsted: senza dubbio egli fu una delle menti migliori prodotte dai Brown Decades.

Nota

[1] Traduzione italiana di Francesco Dal Co, in Francesco Dal Co (a cura di), Architettura e cultura in America dalla guerra civile all’ultima frontiera, Venezia, Marsilio, 1977, pp.78-81.

 

La cultura della città e gli strumenti di coercizione

Sul finire del Cinquecento, il secolo che aveva individuato nei sistemi urbani il paradigma per lo sviluppo di quelli statali, Giovanni Botero nel suo trattato Delle cause della grandezza e della magnificenza delle città aveva sostenuto che una città può dirsi grande non per la sua ampiezza o per lo sviluppo della sua cinta muraria, ma  per «la moltitudine degli abitanti e la possanza loro». A ricordarci questa frase – piuttosto attuale se si pensa a quanto la potenza degli stati contemporanei sia, alla prova dei recenti e drammatici fatti, inversamente proporzionale a quella delle barriere difensive poste ai loro confini – è stato Lewis Mumford nel suo La cultura della città. In quel testo, pubblicato nel 1938 e tradotto in italiano nel 1953, egli aveva opportunamente sottolineato come l’arte delle fortificazioni da principio difensivo fosse diventato impulso distruttivo. Qui di seguito proponiamo alcuni estratti del volume edito dalle Edizioni di Comunità nel 1954 (pp.74-80).

Nello sviluppo dello stato moderno capitalismo, tecnicismo e arte militare hanno una parte decisiva; ma è impossibile assegnare un ruolo più importante all’uno o all’altro. Ciascuno di essi si sviluppo per cause interne e quale risultato dell’ambiente comune; e lo stato si sviluppo insieme a loro. (…) In un significato strettamente realistico l’uso della polvere da sparo al principio del Trecento – quel secolo che minò tante istituzioni medievali – suonò la campana a morto per i liberi comuni.

Fino a quel tempo la sicurezza era fondata su elementi tecnici molto semplici; il fossato ed il muro: difesa sufficiente contro scorrerie di guerrieri sprovvisti di mezzi pesanti da assalto. (…) La nuova artiglieria del tardo Quattrocento rese le città vulnerabili. Nel tentativo di ristabilire l’equilibrio militare, da quel momento le città furono costrette ad abbandonare il loro vecchio sistema di semplici mura difese quasi esclusivamente da una milizia cittadina. (…) Invece del semplice baluardo in muratura che un comune capomastro era in grado di progettare o costruire, era necessario adesso creare un complicato sistema di difesa che richiedeva una vasta conoscenza dell’ingegneria e un forte dispendio di denaro. (…) Mentre le città antiche erano divise in isolati di case e piazze e venivano poi circondate da mura, la città fortificata di nuovo modello era concepita come una fortezza e la città era costretta in questa camicia di forza. Vecchia o nuova che fosse le sue possibilità di espansione erano finite. (…).

Durante il Cinquecento i metodi degli ingegneri italiani dominarono l’urbanistica. (…). Finalmente il nuovo movimento raggiunse il suo apice nei modelli di fortificazione progettati nel Seicento sotto il grande ingegnere Vauban –  un metodo così completo che occorse per superarlo una nuova arma dell’esercito, anch’essa sistematizzata da Vauban, i minatori e i guastatori. Benché l’arte delle fortificazioni avesse implicato sacrifici illimitati, essa andò in rovina dopo aver sviluppato la sua forma definitiva. Il nuovo cannocchiale migliorò il fuoco delle artiglierie; l’accresciuta mobilità degli approvvigionamenti attraverso canali e strade, e la organizzazione di un commissariato responsabile, diedero impulso alla armata mobile: nel frattempo lo stato territoriale stesso era diventato la «Città» che doveva essere difesa.

La guerra quale costruttrice di città

Lo sviluppo intensivo dell’arte delle fortificazioni trasferì l’energia costruttiva dal piano dell’architettura a quello dell’ingegneria, dall’estetica del disegno a calcoli materiali di peso, numero e posizione: preludio alla più ampia tecnica della macchina. In special modo essa trasformò il quadro urbano dal mondo ristretto della città medioevale, con i suoi itinerari pedonali, le sue vedute chiuse, il suo spazio a mosaico, all’ampio mondo della politica barocca con il suo fuoco di artiglieria a lunga portata, i suoi veicoli a ruote, il suo crescente desiderio di conquistare lo spazio e di estendere la propria influenza.

Una buona parte del nuovo sistema di vita ebbe origine in un impulso verso la distruzione: distruzione a largo raggio. La fede cristiana e la cupidità capitalistica si allearono per lanciare i nuovi conquistadores attraverso i mari a saccheggiare l’India, il Messico, il Perù: mentre il nuovo tipo di fortificazione, il nuovo tipo di esercito, il nuovo tipo di officina industriale, di cui troviamo il miglior esempio nei vasti arsenali e nelle fabbriche d’armi, congiurarono per sconvolgere i sistemi su base relativamente cooperativistica della città protetta. La protezione si mutò in sfruttamento spietato: invece di sicurezza gli uomini cercarono espansione avventurosa e conquista. (…) La trasformazione dell’arte della guerra diede ai governanti assoluti un notevole vantaggio sulle corporazioni e sui gruppi che costituiscono una comunità. Essa contribuì più di ogni altra forza singola a modificare la costruzione delle città. Il potere divenne sinonimo di numero. «Grandezza di città» osserva Botero, «si chiama non lo spazio del sito o il giro delle mura, ma la moltitudine degli abitanti e la possanza loro».

 

La città tra evoluzione e mutazione

Non è banale chiedersi oggi: che cosa è diventata la città, da quando è cominciata la sua disgregazione, che cosa ha rappresentato la sua apparizione sulla terra? La città cambia continuamente e una lettura, tra le tante, delle fasi essenziali della sua evoluzione storica, può essere un’altra occasione utile per interpretare i cambiamenti messi in atto dalla nuova geografia post-spaziale. L’attuale trasformazione urbana, oggi come ieri, interpreta le dinamiche in atto, ne esalta le criticità. La differenza rispetto al passato sta nello stato di incertezza e provvisorietà elevato a regola, e non più eccezione. Si tratta di una assoluta novità che, più che una evoluzione della città, sembra delineare i termini di una “mutazione”, riflesso della civiltà contemporanea e dei suoi nuovi sistemi di comunicazione. Il processo di evoluzione dell’odierna vita urbana e della città attuale, mostra la “prevalenza dei non-luoghi” e la “irrilevanza dell’interazione” condizioni che, come ha evidenziato Baumann, minacciano l’autosufficienza di una società e dei suoi individui.

Polis, urbs, civitas

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Foto: M. Barzi

Eppure, per come l’abbiamo conosciuta dalla storia, la città trae le ragioni della sua esistenza ed evoluzione proprio dall’essere luogo di interazione, capace di liberare esperienze, nuovi significati, autonomia e ricerca di una forma. E’ grazie a questo originario “ordine urbano” che via via gruppi sempre più numerosi di individui sono sollecitati a cooperare tra loro, ad organizzarsi in gruppi di lavoro disciplinati da un’autorità, a fronteggiare le forze distruttive della natura e degli uomini, a concepire sistemi di immagazzinamento del cibo e di raccolta delle acque, a costruire reti di comunicazione e trasporto, a promuovere numerose attività collettive. E’ la prospettiva della polis che avanza per poi confluire nella combinazione tra la forma della città (urbs) e la società (civitas). Gli aspetti positivi della civiltà urbana si riassumono nella tendenza a strutturare stabilmente l’ordine e la giustizia per garantire alle popolazioni un minimo della forza morale e della solidarietà reciproca presente nel villaggio arcaico. A tali aspetti, tuttavia, si affiancano contestualmente quelli opposti complementari della guerra, della schiavitù e di altre forme di violenza e sopraffazione, che la stessa civiltà urbana genera, istituzionalizzando una cultura parallela costantemente orientata verso la morte.

Le conquiste della borghesia e lo sviluppo del sistema di produzione capitalistico, trasformano radicalmente il rapporto tra città e suolo urbano, in termini di diritti, di valori economici, di soggetti, ruoli e gerarchie, di costruzione della città e di configurazione degli spazi.

Su questa crisi si innesta la nascita dell’urbanistica moderna che accompagna la formazione e composizione della città industriale. Il tentativo di una loro soluzione determina la nascita di una legislazione urbanistica, fondata sul  miglioramento dei rapporti economici e sociali, associato alla creazione di un equilibrio nei rapporti spaziali urbani. In tal senso, l’urbanistica moderna rappresenta un tentativo di estendere a tutte le classi sociali i benefici della rivoluzione industriale e di cooperare alla costruzione di una comunità moderna.

Disgregazione

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Foto: M. Barzi

La città industriale moderata da politiche di equilibrio sociale è la configurazione che si delinea nel secondo dopoguerra con condizioni relativamente stabili che si attestano su un modello centro-periferia delimitato che sembra risolvere le ragioni della crisi ottocentesca. Tali condizioni accompagnano la fase espansiva delle città che diventano le grandi città e le metropoli della modernizzazione dei paesi e il motore dello sviluppo delle economie nazionali. Alla base dell’agglomerazione metropolitana del dopoguerra, vi è comunque l’impressionante incremento demografico verificatosi nell’Ottocento che – osserva Lewis Mumford in La città nella storia (1961) – è superiore solo a quello che durante il Neolitico ha reso possibile le prime manifestazioni della città. A metà del ‘900 esistono una moltitudine di aree metropolitane in ogni continente, tutte caratterizzate dalla presenza di periferie suburbane che, come i sobborghi operai del secolo precedente, tendono ad aumentare portando una quantità sempre maggiore di persone nella sfera metropolitana.

L’odierna città diffusa tende a saturare gli spazi intermedi generando aree densamente edificate, caratterizzate da un tessuto urbano indifferenziato. Con le sue conurbazioni tutt’altro che sostenibili, la città rinvia alla sua definitiva disgregazione, in un contesto in cui i problemi interni della città e dei suoi territori sussidiari sono i riflessi di una intera civiltà in crisi, lanciata in una espansione senza limiti. In questa disgregazione accelerata e a tratti spettacolare, che si inscrive nei processi di globalizzazione e di crescente competizione tra le città, coinvolgendo anche i centri medi e piccoli, si delineano anche i termini di una mutazione in atto che sembra svelare i barlumi di un cambio di prospettiva. Nella sua ricerca di un senso nuovo per luoghi privi di senso, tale mutamento ancora non manifesta con chiarezza le sue prerogative. Negli attuali contesti post-metropolitani e post-urbani, si scoprono frequentemente spazi altri non pianificati, luoghi dismessi e abbandonati, frammenti residuali, spesso ai margini, di cui si appropriano aggregazioni casuali e spontanee di diversità vegetali, nuove aggregazioni in movimento continuo, incontrollabile e creativo.

Discontinuità, sequenze non lineari di un rinnovato labirinto urbano che spezzano il significato della città pianificata e controllata, creano nuove catene di eventi, neutralizzano la soggettività, negando le nostre categorie spaziali basate sulle vecchie dicotomie di centro/margine, città/campagna, locale/globale, prossimità/distanza, dentro/fuori, sopra/sotto, destra/sinistra, ecc., che non aiutano più a leggere la dinamica delle possibili interazioni presenti nella complessità dei processi sociali e territoriali che la realtà ha appena generato e tende nuovamente a modificare. Luoghi che dietro la loro apparente estraneità, indicano direzioni di ricerca nuove. E’ quella ricerca che sollecita Mumford già negli anni ’60 con il suo pensiero attualissimo sul ruolo primario della città del futuro, in quanto organismo in grado di esprimere la nuova personalità umana di uomo del mondo, per cui “di conseguenza il più piccolo dei rioni deve essere progettato come un modello funzionante del mondo intero”.