Il cemento e le periferie

David Harvey nel suo recente saggio The Crisis of Planetary Urbanization, scritto per il catalogo della mostra Uneven Growth Tactical Urbanisms for Expanding Megacities (in corso al MoMa di New York), sostiene che mai come negli anni della peggior crisi economica globale il cemento  si stato «versato ovunque e ad un ritmo senza precedenti sulla superficie del pianeta terra». E tuttavia, se da una parte la bolla immobiliare spinge il PIL di molti paesi emergenti, come la Cina, molto al di là delle secche della crisi, «il crescente costo della vita, in particolare del cibo, dei trasporti e della casa, ha reso la vita quotidiana progressivamente più difficile per le popolazioni urbane».

Le periferie delle grandi città sono i luoghi dove stanno andando in scena con maggiore intensità gli effetti della crisi planetaria scatenati dall’uso senza precedenti di cemento. Harvey sottolinea come «il boom dell’urbanizzazione abbia avuto poco a che fare con il soddisfacimento dei bisogni delle persone. E’ servito piuttosto ad assorbire il surplus di capitale, a sostenere i livelli di profitto, e a massimizzare i valori di scambio indipendentemente dai valore d’uso. Le conseguenze sono state spesso del tutto irrazionali: da una parte una cronica carenza di alloggi a prezzi accessibili in quasi tutte le principali città, dall’altra condomini vuoti per gli ultra-ricchi il cui interesse principale è di speculare nei valori immobiliari».

Le enormi disuguaglianze urbane si consolidano grazie alle politiche di austerità di bilancio, che minano la possibilità di mantenere servizi accessibili a tutti. «La riluttanza nel tassare i ricchi, determinata dallo strapotere di una oligarchia ormai trionfante, significa declino dei servizi pubblici per le masse e accumulo di ulteriori sorprendenti ricchezza per pochi», aggiunge Harvey. Le rivolte delle periferie di Londra Stoccolma e Parigi, insieme al manifestarsi in altre forme dell’indignazione per le disuguaglianze sociali o per le repressioni violente della polizia, sono la manifestazione di quanto il processo di urbanizzazione che ha generato la bolla immobiliare e innescato la crisi economica, sia diventata «su scala planetaria il centro di una travolgente attività economica, mai vista prima nella storia dell’umanità». C’è un dato che rappresenta molto bene questo processo: lo sviluppo economico della Cina, fortemente trainato dal settore delle costruzioni, ha generato tra il 2011 e il 2012 una produzione di  cemento e acciaio equivalente a più della metà di quella degli Stati Uniti in tutto il XX secolo.

L’analisi del geografo britannico è chiara: «L’urbanizzazione da sempre è un ambito fondamentale per l’infinita accumulazione del capitale al cui interno sono ospitate, in nome del profitto, forme di barbarie e di violenza sulle popolazioni». Secondo questa lettura la crescente emarginazione sperimentata dagli abitanti delle periferie e le rivolte che ne sono scaturite non sono affatto sorprendenti. Il modello di sviluppo imposto dalla urbanizzazione planetaria ha «spazzato via tutte le pretese di governance urbana democratica, e ha progressivamente cercato la sorveglianza della polizia militarizzata e del terrore come principale modalità di regolazione sociale». Il cemento è quindi l’altra faccia della violenza operata attraverso la segregazione spaziale e sociale, contro la quale si sta rivoltando una classe urbana emergente in molti paesi del mondo.

Curare le periferie con il cemento

Anche nel nostro paese le periferie sono in subbuglio: il diritto alla casa viene negato dall’assenza di politiche abitative che consentano ai meno abbienti l’accesso ad un alloggio dignitoso, le ristrettezze dei bilanci comunali hanno progressivamente ridotto la disponibilità di servizi di base e deteriorato la qualità dello spazio pubblico. Eppure nel dibattito sulle periferie si parla solo di scadente qualità architettonica, di fallimento dei piani urbanistici senza mai sfiorare il tema del progressivo aumento delle disuguaglianze di reddito che hanno approfondito le differenze nell’esercizio del diritto alla città. L’unica voce che a questo riguardo si è levata è stata quella di papa Francesco che ha esortato a «seguire la linea della integrazione urbana» e ha ammonito contro «quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa». Si possono curare le periferie con nuove e più “sostenibili” iniezioni di cemento? Con tutta evidenza no.

Eppure sulle pagine dei giornali in questi giorni sta circolando il resoconto di un convegno, promosso dalla Fondazione Italcementi, dal significativo titolo Rammendo e rigenerazione urbana per il nuovo Rinascimento. «L’incontro, che si è svolto alla Fiera di Bergamo, ha avuto come riferimento il corpus teorico e progettuale sviluppato da Renzo Piano – presente con un video e attraverso la testimonianza di uno dei suoi principali allievi, Mario Cucinella – nel suo anno da Senatore a vita: rimediare alle slabbrature architettoniche e urbanistiche, economiche e sociali del Paese adottando non più la logica delle grandi opere, ma quella della ricucitura e del rammendo» precisa Il Sole 24 Ore. Dal sindaco di Bergamo, dove si è tenuto il convegno, al ministro delle Infrastrutture, fino al Ceo di Italcementi, il leitmotiv è stato – ça va sans dire – la rigenerazione urbana e le grandi opportunità che offre per utilizzare nuove tecnologie edilizie. «Basti pensare ai nuovi tipi di cemento e di legno, di alluminio e di vetro che la nostra industria ha sviluppato», precisa il Ceo di Italcementi Carlo Pesenti. Insomma le periferie come campo di applicazione su grande scala di sperimentazioni già avviate. Come, ad esempio, Rifo, «una iniziativa promossa da Italcementi e realizzata dall’Università di Bergamo che prende il nome dal modo gergale con cui i ragazzi dicono «rifacciamo» nei loro giochi. In questo caso, il «rifacciamo» riguarda l’urbanizzazione delle città italiane con il recupero delle aree dismesse e l’ammodernamento di asset immobiliari e infrastrutturali obsoleti».

Se la cura che si sta profilando per le periferie riguarda innanzi tutto la valorizzazione del patrimonio immobiliare, compreso ciò che resta dell’edilizia residenziale pubblica, si ha più di una ragione a guardare con sospetto l’enfasi che sta crescendo attorno all’idea di “rammendo” lanciata da Renzo Piano , sempre più coincidente con l’«architettura di facciata» di cui parlava il papa. Un po’ più di attenzione a ciò che sta succedendo nel resto d’Europa, a questo riguardo non guasterebbe ed eviterebbe di ricorrere alla retorica del Rinascimento italiano per mascherare un rimedio che rischia di essere peggiore del male.

Riferimenti

D. Harvey, The Crisis of Planetary Urbanization, in Post Notes on Modern & Contemporary Art around the Globe, 18 novembre 2014.

P. Bricco, «Rifacciamo» le città partendo dalle periferie, il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2015.

J. M. Bergoglio, Seguire la linea dell’integrazione urbana, Millennio Urbano, 29 ottobre 2014.

Periferie: e se le chiamassimo semplicemente città?

busteccheDa quando è stato nominato senatore a vita Renzo Piano ha deciso di dedicare il ruolo che ricopre ad un preciso mandato, da lui definito il “rammendo” delle periferie.  Rammendare è ciò che si fa su di un tessuto strappato, bucato, logoro. In effetti se pensiamo a come si sono sviluppate le città italiane dal secondo dopoguerra in poi questi buchi li vediamo benissimo: sono aree verdi abbandonate un tempo agricole, insediamenti  produttivi dismessi, tessuti edilizi radi ed incoerenti cresciuti tra gli interstizi dei grandi insediamenti residenziali pubblici.

Attorno ai centri storici ed alla prima ondata di espansione ottocentesca e dei primi decenni del Novecento sono sorti una serie di episodi urbani che spesso, da un punto di vista della qualità degli spazi, delle funzioni insediate e della composizione sociale sono altro rispetto alla città consolidata. E’ proprio la natura slabbrata, sfrangiata e sparsa sul territorio della crescita urbana, soprattutto quella verificatasi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, a suggerire la necessità del rammendo e da questo punto di vista bene ha fatto Piano ed evocarne il concetto.

L’architetto genovese per identificare meglio la natura del problema ha coniato questa definizione: le periferie sono la città che non sa di esserlo (1). Da un punto di vista spaziale ciò che è successo da oltre un secolo a questa parte non ha eguali in molto secoli di storia delle città. Solo per fare un esempio, la Milano che si estende oltre la cerchia dei Bastioni è molto più grande di quella che vi sta dentro ed anche da un punto di vista demografico la straordinaria crescita della città oltre il centro storico è rappresentata dal milione e duecentomila persone che separano gli abitanti del 1901 da quelli del 1971.

Molta parte di quella imponente crescita, che in settant’anni ha più che triplicato gli abitanti di Milano e coperto di costruzioni i due terzi del  territorio comunale, è diventata parte integrante della metropoli che oggi conosciamo e questo vale per molte altre città, soprattutto quelle che sono state protagoniste della prima industrializzazione del paese. Viene quindi da chiedersi se, rispetto alla definizione di periferie proposta da Piano, sia proprio vero che quell’80-90 per cento di popolazione urbana che non vive nei centri storici si sente altro rispetto alla città in cui risiede. Certo, l’aggiunta di nuovi settori urbani prevista dai piani di espansione dalla fine del XIX secolo in poi ha creato, insieme a nuovi quartieri, nuove comunità di abitanti legati che sono anche riusciti a sviluppare un senso di appartenenza a quei luoghi più forte di quello alla città nel suo insieme.

Allora forse più che la realtà è l’immaginario collettivo delle periferie a prevalere soprattutto nelle narrazioni giornalistiche. Bisognerebbe quindi guardare un po’ meglio cosa c’è dentro quel concetto che sembra raggruppare tutto ciò che non è città storica. In fondo per il solo fatto di essere contemporanea la città non lo è di meno, anche alla luce di ciò che è successo ai centri storici, svuotati di abitanti e di funzioni e spesso ridotti a parchi a tema per lo shopping o il turismo.

E’ vero che già dagli anni settanta del Novecento il processo di crescita delle città si è trasferito oltre i confini amministrativi, risucchiando una parte dei loro abitanti, e lo è altrettanto che a questo fenomeno si devono le estese aree suburbane che le circondano. Per descrivere le storture di questo modello di sviluppo urbano sono stati usati fiumi d’inchiostro ed anche su questo sito ne abbiamo scritto in varie occasioni. E’ la dimensione suburbana ciò che connota meglio lo sviluppo contemporaneo di ciò che un tempo si sarebbe chiamato semplicemente periferia  nel senso etimologico di portare la crescita della città intorno ad essa. Oggi si chiama dispersione urbana per indicare un ampliamento spaziale del fenomeno.

Tuttavia gettare nel calderone dell’urban sprawl, come fa lo storico dell’arte Salvatore Settis, ciò che è successo alle città italiane a partire dal XX secolo e sostenere che  l’alluvione di orridi condominî, perverse villette a schiera, scellerati capannoni, pessimi palazzi (e ville e chiese e municipi) (…) tende ad annullare l’equilibrio città-campagna, anzi infrange o nega ogni codice storico-culturale perché è al servizio dell’industrializzazione, di cui adotta pratiche e strategie, ponendo il mercato al di sopra di ogni alto valore (2) significa anche involontariamente difendere tutto ciò che è successo nel passato, compreso l’ordine sociale al quale si è adeguato lo spazio urbano.

Non si discosta molto da questa posizione quella di un altro storico dell’arte, Tomaso Montanari, che recentemente, in un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano, ha mischiato i fallimenti architettonici e sociali di alcuni emblematici programmi di edilizia residenziale pubblica con l’illimitata crescita urbana,  suggerendo che sia  la reazione ‘ordinata’ e pianificata al disastro dei palazzinari (3) e che la speculazione edilizia e lo sprawl rappresentino la bruttezza della città contemporanea in contrapposizione alla bellezza di quella storica.

I fallimenti a cui fa riferimento Montanari sono reali, al punto che in molti casi si è preferito demolire piuttosto che intervenire. Ma è sforzo inutile, affrontare il problema dei quartieri degradati consegnando la città contemporanea all’insuccesso tout court. D’altra parte qui vive gran parte della popolazione urbana, per non parlare del suburbio che ha, anche da un punto di vista demografico, contorni ancora molto sfumati ma non meno ampi.  Gli spopolati centri storici non sono esonerati dai problemi della città nel suo complesso, visto che, nota giustamente Montanari,  sono sempre di più brand da vendere e sempre meno luoghi in cui vivere. Il problema, insomma, è della città nel suo complesso e se c’è uno strappo da rammendare è quello tra passato e presente, a delineare qualche genere di futuro.

Riferimenti

(1) F. Sansa, La grande sfida di Renzo Piano: “Dobbiamo salvare le periferie”, in Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 17 marzo 2014;

(2) S. Settis, Paesaggio Costituzione cemento, Torino, 2010, Einaudi, pp. 53-54;

(3) T. Montanari, Ai margini della città. Vivere ostaggi dell’esperimento di un architetto, in Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2014.