Michel de Certeau, camminare per la città

A distanza di oltre trent’anni dalla prima edizione di Vita e morte delle grandi città, Jane Jacobs ricordava che i primi ad aver capito il senso del suo libro erano stati i pedoni, perché leggendolo avevano potuto constatare quanto in comune ci fosse tra la sua esposizione e il loro appagamento, le loro preoccupazioni ed esperienze. Ma d’altra parte essi avevano collaborato alla ricerca, che si era basata sulla osservazione e dall’ascolto della gente che cammina. Poi, a sua volta, il libro ha collaborato con le persone che si spostano a piedi dando legittimità a ciò che essi già conoscevano per conto loro[1]. La prospettiva del pedone ha quindi costituito il centro del cambiamento di paradigma che il libro aveva introdotto nell’urbanistica degli ultimi decenni del Novecento. D’altra parte le regole spaziali di chi si sposta a piedi nella città non necessariamente coincidono con quelle stabilite dalle norme urbanistiche.

Di ciò era convinto anche Michel de Certeau che individuava nell’atto di camminare la creazione di una città «metaforica», cioè in spostamento all’interno della città pianificata. Nei brani di seguito riportati[2] l’autore racconta come il pedone trasformi «un’altra cosa ciascun significante spaziale», dato che camminare per la città è una pratica che «disfa le superfici leggibili» della città raffigurata e osservata dall’alto. «Ma coloro che vivono quotidianamente la città, a partire da soglie in cui cessa la visibilità, stanno in basso». E i loro corpi si muovono tra i pieni e i vuoti «di un testo urbano che essi scrivono senza poterlo leggere» (M.B.).

 

Claude Monet, Le Boulevard des Capucines, 1873

«Le successioni di passi sono una forma di organizzazione dello spazio, costituiscono la trama dei luoghi. Da questo punto di vista, le motricità pedonali formano uno di quei sistemi reali la cui esistenza crea effettivamente la città, ma che non hanno alcun ricettacolo fisico. Non si localizzano: sono esse stesse a costruire uno spazio.

Certamente i percorsi pedonali possono essere riportati su planimetrie urbane così da trascrivere le tracce (qui molto intense, là molto leggere) e le traiettorie (passanti di qua e non di là). Ma queste curve marcate o sottili rinviano soltanto, come parole, all’assenza di ciò che è passato. Nel tracciato dei percorsi si perde ciò che è stato: l’atto stesso di passare. L’operazione del camminare, del vagare ,del «rimirare le vetrine», ovverosia l’attività dei passanti, è trasposta in punti che compongo su un piano una linea totalizzante e reversibile. Resta così soltanto una reliquia, posta nel non – tempo di una superficie di proiezione, che pur se visibile ha per effetto di rendere invisibile l’operazione che l’ha resa possibile (…).

Un paragone con l’atto di parlare permette di spingerci più lontano e di non limitarci alla critica delle rappresentazioni grafiche, intravedendo, ai margini della leggibilità, un inaccessibile al di là. L’atto di camminare sta al sistema urbano come l’enunciazione (lo speech act ovvero l’atto locutorio) sta alla lingua o agli enunciati proferiti. Sul piano più elementare, questo ha in effetti una triplice funzione «enunciativa»: è un processo di appropriazione del sistema topografico da parte del pedone (così come il locutore si appropria della lingua assumendola); è una realizzazione spaziale del luogo e così come l’atto locatario è una realizzazione sonora della lingua)(…) Il camminare sembra dunque trovare una prima definizione come spazio di enunciazione.(…)[3]

Innanzitutto, se è vero che un ordine spaziale organizza un insieme di possibilità (per esempio. attraverso un luogo in cui si può circolare) e di interdizioni (per esempio, un muro che impedisce di proseguire) il camminatore ne attualizza alcune. E in questo modo le fa essere, oltre che apparire . (…) E se, da un lato, rende effettive solo alcune delle possibilità fissate dall’ordine costituito (va soltanto in questa direzione, ma non in quella), dall’altro accresce il numero di possibili (per esempio, trovando scorciatoie o facendo delle deviazioni) e quello degli interdetti (per esempio, evita percorsi ritenuti leciti o obbligatori). Dunque, seleziona. Il fruitore della città preleva frammenti dell’enunciato per attuarli in segreto[4].

Crea così una discontinuità, sia operando delle scelte nei significanti del linguaggio spaziale, sia dislocandoli grazie all’uso che ne fa. Vota alcuni luoghi all’inerzia o all’evanescenza e, con altri, compone figure spaziali rare, accidentali, o illegittime. Ma questo già ci introduce in una retorica del camminare.

Praticare lo spazio significa dunque ripetere l’esperienza esultante e silenziosa dell’infanzia; significa essere altro e passare all’altro nel luogo. (…) L’infanzia che determina le pratiche dello spazio sviluppa in seguito i suoi effetti, prolifera, inonda gli spazi privati e pubblici, disfa le superfici leggibili, e crea nella città pianificata una città «metaforica» o in spostamento, così come la sognava Kandisky: una grande città costruita secondo tutte le regole dell’architettura è improvvisamente scossa da una forza che sfida i calcoli».

 

Note

[1] Jane Jacobs, Foreword to The Death and Life of Great American Cities, Modern Library, 1993. Il testo in corsivo è stato tradotto da Michela Barzi.

[2] Michela de Certeau,L’invention du quotidien. I Art de fair, Gallimard, 1990, L’invenzione del quotidiano, trad. it di Mario Baccianini, Roma, Edizioni Lavoro, 2001, pp.144-167.

[3]Anche Jean-Francois Augoyard aveva notato, nell’ambito di una ricerca svolta nel quartiere Arlequin di Grenoble, l’analogia tra la quotidianità dei percorsi delle persone e il linguaggio, esattamente come de Certeau paragona l’atto di camminare nella città  Cfr. Jean-Francois Augoyard, Pas à pas, Parigi, editions du Seuil, 1979, trad. it di Roberto Cincotta, Passo passo, Roma, edizioni del lavoro, 1989, p. 29.

[4] de Certeau cita un articolo di Roland Barthes, pubblicato nel n° 153 (1970-71) della rivista Architecture d’aujourd’hui in cui quest’ultimo autore scrive: «Noi parliamo la nostra città […] semplicemente abitandola, percorrendola, guardandola» Cfr. L’invenzione del quotidiano, cit. nota 12, p. 151.

In testata il quadro di Gustave Caillebotte Rue de Paris, temps de pluie, 1877.