Il blocco edilizio (1970)

Un’analisi socioeconomica di quel complesso di interessi, che ha vanificato i tentativi di governare le trasformazioni delle città e dei territori italiani. Proponiamo qui alcuni estratti di un saggio apparso per la prima volta sulla rivista Il Manifesto, sul n. 3-4 del 1970,  ripubblicato in “Lo spreco edilizio” (a cura di F. Indovina, Marsilio, Venezia 1972) e riproposto nel 2006 dal sito Eddyburg.

Può anche apparire singolare, ma in Italia – dove la parte di ispirazione marxista ha tanto discusso e discute di processi di formazione di un nuovo blocco storico – manca, quasi del tutto, un’analisi del blocco storico esistente, quello dominante, che sarebbe necessario conoscere e disaggregare. Questa considerazione, non priva di significato culturale e politico, vale anche per la complessiva questione delle abitazioni, rispetto alla quale solo di recente, e di passaggio, a un convegno del PCI è stato detto che intorno ad essa “si cementa un blocco sociale, che è una delle cerniere essenziali del blocco di potere dominante”.

Questa analisi però continua a mancare, nonostante che già un secolo fa Engels – schematicamente quanto si vuole – avesse individuato proprio questa capacità aggregante della questione, quando – in polemica con la rivendicazione proudhoniana di trasformare il canone di fitto in canone di riscatto – sosteneva che “gli esponenti più accorti delle classi dominanti hanno sempre indirizzato i loro sforzi ad accrescere il numero dei piccoli proprietari, allo scopo di allevarsi un esercito contro il proletariato”. Al riguardo si può aggiungere che nello stesso arco della nostra esperienza (pensiamo alla secca liquidazione della legge Sullo) non ci sono mancate prove della potenza d’urto di questo esercito.

Fatte queste constatazioni di assenza, resta tuttavia da aggiungere qui – per difficoltà oggettive e soggettive – non si intende offrire al lettore una compiuta analisi di quel che si potrebbe definire “il complesso edilizio”, ma solo un avvio di questa analisi, nella forma di una serie di schematiche osservazioni relative alle stratificazioni che fanno parte, o sono in qualche modo subordinate, a questo “complesso” e ai legami, anche sovrastrutturali, che sono condizione della sua conservazione.

(…)
Dopo avere sommariamente indicato dimensioni economiche, ramificazioni e carattere privatistico del complesso edilizio, si tratta di individuare le aggregazioni sociali e le articolazioni economiche e culturali che compongono il blocco. Secondo rapporti di maggiore o minore o subordinazione, in questo blocco si raccoglie un coacervo di forze che fa pensare ad alcune pagine del “18 brumaio di Luigi Bonaparte”.

Ci sono tutti: residui di nobiltà fondiaria e gruppi finanziari, imprenditori spericolati e colonnelli in pensione proprietari di qualche appartamento, grandi professionisti e impiegati statali incatenati al riscatto di una casa che sta già deperendo, funzionari e uomini politici corrotti e piccoli risparmiatori che cercano nella casa quella sicurezza che non riescono ad avere dalla pensione, oppure che ritengono di risparmiare in avvenire sul fitto pagando intanto elevati tassi di interesse, grandi imprese e capimastri, cottimisti ecc.

Un mondo nel quale, all’infuori di poche sicure coordinate (quelle di sempre, della potenza economica e del potere politico) vasta è l’area magmatica delle improvvise fortune e della prigione, del triste esproprio (pensiamo solo alla sorte di molti piccoli proprietari di case a fitto bloccato). Un mondo, però, che si tiene saldamente insieme strumentalizzando – per rafforzare i più solidi legami di interesse economico – il fanatismo dell’ideologia della casa, la drammatica necessità di ottenere una casa anche a costo di sacrifici, la necessità di avere un lavoro: il contadino fattosi edile, di fronte alla minaccia di non lavorare, è naturalmente portato a considerare inutili e dannose sottigliezze tutti i perfezionamenti democratici dei regolamenti edilizi. Il fatto che questo sistema non sia in grado di dare la casa a tutti finisce con l’essere la condizione di forza del “complesso edilizio”.

(…)
Del tutto al di fuori del blocco del cosiddetto “complesso edilizio” sono gli inquilini e i cittadini senza casa, i baraccati, gli abitanti alloggi impropri. I primi – come tutti sanno – numerosissimi, da un punto di vista sociale non sono niente: sono soltanto un disaggregato sociale. Non solo va respinta la facile assimilazione del rapporto tra inquilino e padrone di casa a quello tra proletario e capitalista, ma ancora va chiarito – nonostante l’elevato livello del fitto solleciti iniziative più generali – che l’unificazione di base tra inquilini (per contrattare il fitto o altre condizioni di locazione) può realizzarsi soltanto tra persone che abbiano l’elemento aggregante non solo nel contratto di fitto, ma anche nel rapporto di lavoro e nella condizione sociale, cioè in una specificità effettiva, tale che la lotta per la riduzione del fitto non muova da un rapporto mercantile fondamentalmente astratto (padrone di casa-inquilino), ma dal rapporto di lavoro concreto che qualifica socialmente la lotta.

Va però sottolineato che il livello raggiunto dai fitti consente, nell’immediato, una serie di iniziative da parte di inquilini abitanti in quartieri anche socialmente eterogenei.
I cittadini senza casa che sono tanti e concentrati soprattutto nelle grandi città, sono quello che negli Stati Uniti si definisce il “proletariato urbano” (o i negri), sono un analogo dei contadini senza terra nelle campagne e, proprio in quanto testimonianza vivente della incapacità di tutti i capitalismi di risolvere il problema, sono il ferro di lancia nella lotta anticapitalistica per la casa.

Sono le forze che lottando per conquistarsi la casa, oggettivamente (e con un livello di coscienza certamente più elevato di chi può acquistarsi l’uso della casa sul mercato capitalistico) negano l’assetto capitalistico della società e pertanto portano in germe (nonostante la degradazione culturale e le alterazioni di valori intrinseche alla miseria in una società di ricchi) forme e modi di uso della casa di segno non capitalistico, che comunque vanno oltre l’orizzonte borghese dell’uso individualistico e privatistico della casa.

Del resto nelle baracche e nelle coabitazioni il capitale fa ogni giorno giustizia sommaria degli ideali di “focolare”, e di “nido”, e anche di “famiglia”. Ma le forze dei “baraccati”, dei soli cittadini senza casa non bastano a vincere in questa lotta anticapitalistica.
Come la lotta dei contadini senza terra raramente ha superato la soglia della jacquerie, così le impetuose occupazioni di questi mesi rischiano di diventare una guerra contadina, di esaurirsi in una serie di scontri, o nella precaria conquista di alcuni edifici.

L’articolazione e la forza del “complesso edilizio”, il peso delle sue componenti, la tenacia e profondità dei suoi leganti, economici e non economici, e soprattutto l’indissolubile dipendenza della penuria di case dall’esistenza del sistema capitalistico comportano che l’offensiva dei cittadini senza casa, per essere efficace, debba iscriversi in una più vasta articolazione di lotte, che investano tutti i gangli dell’attuale equilibrio capitalistico e abbiano obiettivi al livello delle trasformazioni e delle contraddizioni in atto.

Riferimenti

Il saggio completo è disponibile su Eddyburg.

Seguire la linea dell’integrazione urbana

Un estratto del discorso del Papa all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari, nel quale si sottolinea come il diritto alla casa e alla città sia un aspetto determinante della giustizia sociale.

Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato.

Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.

Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro!

Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata, fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà.

Riferimenti

Papa Francesco,  Stare al fianco dei poveri è Vangelo non comunismo, Avvenire, 29 ottobre 2014

DDL sul consumo di suolo: un film già visto

1506483_1426683594242825_648774384_nDa molti anni, e da numerosi versanti,  la necessità di un provvedimento legislativo che minimizzi il consumo di suolo viene invocata come una urgenza nazionale. Le ragioni sono arcinote e non è il caso di evocarle qui, visto che sono ricorrenti i rapporti e le rilevazioni circa la perdita di terreni agricoli e forestali in Italia. Lo sono a tal punto che ormai si è anche un po’ persa la nozione di cosa voglia dire consumo di suolo, spesso confuso con tutte quelle operazioni edilizie che implicano una trasformazione di aree già urbanizzate, anche se magari non edificate. Ed essendo l’allarme assai diffuso tra la popolazione, il rischio dell’allarmismo c’è ed anche che qualcuno approfitti della confusione che di solito fa da corollario alla disinformazione.

Nei giorni scorsi era circolata la notizia che l’Ispra, per monitorare meglio il fenomeno, ha messo a punto una applicazione per smartphone che consente di segnalare trasformazioni sospette di generare irreparabili perdite di superfici libere dall’edificazione. Sembra di capire da un’ iniziativa del genere che grande sia la difficoltà nella raccolta di dati ufficiali sui quali calcolare l’entità del fenomeno per così dire in tempo reale. Sì, perché basterebbero le previsioni urbanistiche degli oltre ottomila comuni italiani per sapere, al di là  del suolo già perso, quanto in previsione se ne perderà. Ma evidentemente dai comuni queste informazioni fanno fatica ad arrivare a chi monitora l’andamento dell’urbanizzazione, perché è altrettanto noto che quelle trasformazioni sono l’oggetto di alleanze politiche, di strategie economiche, di costruzione del potere locale.

Ecco allora che quando si tratta di licenziare un testo di disegno di legge che stabilisca il principio dell’impossibilità di nuove urbanizzazioni in assenza del riuso di quelle esistenti il problema delle trasformazione previste dagli strumenti urbanistici. ma non ancora attuate, viene sollevato dall’ANCI, cioè dall’associazione dei comuni italiani. Guarda caso ad associarsi all’allarme per il rischio paralisi sono anche ANCE (associazione nazionale costruttori edili) e Ordine degli Architetti, secondo i quali non si può bloccare tutto in assenza di specifiche norme che incentivino la rigenerazione urbana. Il rischio paventato sarebbe quello dell’impossibilità di soddisfare i bisogni sociali attraverso norme che facilitino l’intervento sull’esistente.  In pratica quando si toccano interessi consolidati attraverso gli strumenti urbanistici si fa passare la contropartita richiesta come una sacrosanta preoccupazione per il progresso della collettività.

Pare d’intuire che la contropartita siano norme meno vincolanti per gli interventi nei centri storici e per consentire il trasferimento su aree da trasformare dei diritti edificatori generati dalle previsioni di nuove urbanizzazioni. Si può con buona approssimazione immaginare che l’idea di rigenerazione urbana che interessa a costruttori e architetti coincida in buona sostanza con questo trasferimento di nuove edificazioni su aree già urbanizzate al posto di nuovo suolo da consumare. Si dirà: che male c’è se consente di risparmiare aree libere? Nessuno, ammesso però che questo meccanismo consenta davvero. Perchè è assai probabile che i maggiori costi del riuso urbano si traducano in prezzi più alti degli immobili così realizzati, i quali andranno a finire quindi sulla fascia alta del mercato immobiliare. L’emergenza vera è invece quella di dare una risposta al numero crescente di persone che una casa non possono permettersela ne’ accedendo al mercato degli affitti, ne’ acquistandola per impossibilità di accendere un mutuo.

E questa fascia meno remunerativa per gli imprenditori immobiliari è quella che negli anni pas1779857_1430239230553928_524006806_nsati è andata ad occupare le espansioni estreme delle aree urbane, dove il basso costo dei terreni agricoli ha consentito di mettere sul mercato abitazioni accessibili anche ai redditi bassi. Bloccare le trasformazioni di suoli agricoli senza la previsione di una quota di residenze destinate alla fascia bassa del mercato, come avviene in molti paesi europei, significa lasciare la porta aperta a nuovo consumo di suolo per mancanza di alternative economiche. E poiché la dimostrabilità dell’assenza di alternative per la trasformazione di suolo agricolo potrebbe essere facilmente ottenuta proprio in relazione al costo delle aree sulle quali realizzare l’edilizia sociale, ovvero la risposta ad un’emergenza che riguarda ormai ampi strati della popolazione, ecco che il consumo di suolo fatto uscire dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra.

Allora paventare la paralisi riguardalo all’approvazione di un DDL, la cui finalità è anche di anticipare alcuni principi che ispireranno la revisione complessiva della legge urbanistica nazionale, con conseguenti ricadute su quelle regionali, sembra proprio un mettere le mani avanti. Va bene, siamo tutti d’accordo sul principio di non sottrarre spazio all’agricoltura e agli ambienti naturali, ma se si tratta poi di costruire le case popolari, delle quali peraltro un recente decreto governativo incentiva l’alienazione, il prezzo delle aree diventa decisivo. E se il rapporto tra quelle dentro e fuori la città può anche essere di uno a mille, va da sé che per il social housing un po’ di suolo lo si potrà pur consumare (l’esperienza insegna a sospettare che l’utilizzo di un termine nuovo e inglese per indicare un concetto vecchio, come l’edilizia residenziale pubblica, contenga nascosta da qualche parte una fregatura).

Ciò che si ripropone quindi è la solita vecchia scena del metro quadro, vista infinite volte a partire da quando entrò in un film, mezzo secolo fa, che vinse il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia e fruttò una laurea ad honorem in pianificazione urbanistica  al suo regista. Evoca, con espressione un po’ vetusta ma sempre corretta, il concetto di rendita fondiaria, che sembra non smetta di dettar legge sul destino delle città e dei territori.

Riferimenti

G. Latour, G. Santilli, Consumo di suolo, rischio paralisi, Il Sole 24 ore, 9 aprile 2014

Sul tema della rigenerazione urbana come antidoto al consumo di suolo si veda anche M. Barzi, Si scrive rigenerazione, si legge gentrificazione, Millennio Urbano, 13 dicembre 2013