Metropoli a ingressi separati

Vivere in posti come New York o Londra è sempre più difficile per chi non è ricco, ma non serve spostarsi di molto per osservare trasformazioni urbane realizzate con la logica della massima valorizzazione immobiliare e rivolte alla fascia più elevata del mercato. Il complesso Porta Nuova a Milano, recentemente acquistato dal fondo sovrano del Qatar, è assai esemplificativo riguardo alle tendenze in atto.

Mentre i poveri continuano ad essere segregati nei grandi complessi di edilizia popolare, la classe media, destinataria di parte degli alloggi degli interventi di riqualificazione che stanno trainando verso l’alto il mercato immobiliare nelle due grandi metropoli globali da una parte e dell’altra dell’Atlantico, viene costretta ad utilizzare entrate separate per non mischiarsi con i percettori di reddito elevato. Ma se da una parte il sindaco democratico di New York Bill de Blasio ha dichiarato di voler combattere la pratica della “poor door”, dall’altra quello conservatore di Londra, Boris Johnson, ha escluso  di volerle vietare, segno che gli orientamenti politici contando quando di mezzo c’è l’equità sociale. Di seguito proponiamo una serie di estratti da un articolo del New York Times, nel quale è spiegato il meccanismo degli ingressi separati a partire dal caso di un complesso residenziale nell’Upper West Side di Manhattan.

L’edificio è situato, in quella striscia di terra conosciuta come Riverside South, che si estende fino alla 72esima Strada e che in gran parte appare come un luogo per persone ignare di ogni ristrettezza economica , di quelle che conoscono coloro che non vivono a Manhattan.  Il progetto è stato approvato dall’ufficio urbanistico della città e prevede due ingressi separati: uno per i residenti ricchi ed un altro per coloro che, guadagnando molto meno, occuperanno un’ala separata del complesso. 

L’effetto “piani alti – piani bassi”, socialmente inteso, è stato possibile in virtù del cambiamento delle norme urbanistiche attuate durante l’era Bloomberg, che ha dato agli immobiliaristi, in cambio di  alloggi a prezzi accessibili, la discrezionalità di fare scelte come questa oltre a notevoli agevolazioni fiscali. Sebbene la configurazione dell’edificio in questione sia contraria ai valori sostenuti dall’amministrazione de Blasio, costringere il proponente ad abbandonare questo tipo di intervento comporterebbe un costoso contenzioso, del tutto insostenibile per le casse pubbliche, che  – secondo quanto sostiene l’amministrazione della città – rallenterebbe il progresso dei piani urbani per la realizzazione di abitazioni economicamente sostenibili.

 L’operazione di Riverside è insolita, e a suo modo radicale, nel senso che le sue unità di lusso sono collocate in condomini. Esse sono pensate quindi per essere messe in vendita e non in affitto . Solitamente edifici come questo, che combinano appartamenti a costi di mercato e a prezzi accessibili, non sono realizzati per essere venduti. In questo caso invece affianco agli appartamenti messi in vendita a 20000 dollari al metro quadro ce ne sono 55 destinati a famiglie con un reddito compreso tra i 35,280 e i 54,340 dollari all’anno (le famiglie che si collocano nella fascia più alta tra i due redditi devono essere composte da almeno quattro persone).

Come quasi tutta la zona denominata Upper East Side, da Lexington a Fifth Avenue, può testimoniare, ai ricchi piace vivere tra le persone ricche. Se un imprenditore costruisce un edificio residenziale da 3 milioni di dollari la sua preoccupazione sarà, comprensibilmente, che gli appartamenti siano meno appetibili commercialmente per il fatto di essere accanto a quelli da affittare a 1.000 dollari al mese.

Non si tratta solo del fatto che i ricchi trovino le persone più povere rivoltanti, cosa che in certi casi potrebbe essere vera, ma che tipicamente i proprietari preferiscono vivere in mezzo ad altri proprietari, nella convinzione che ciò protegga il valore del loro bene. Le affittanze hanno lo stigma della transitorietà, di minore stabilità e così via. (Mentre solo un terzo dei newyorchesi sono proprietari di case, circa il 60 per cento di quelli che guadagnano più di 500.000 dollari all’anno sono in questa categoria, secondo il Furman Center della New York University).

Allora come si può realizzare la commistione tra redditi diversi quando sembra essere in contrasto con le preferenze e le ragioni di un’intera classe sociale? Alcuni potrebbero sostenere che l’integrazione dovrebbe essere subordinata all’obiettivo superiore del costruire quanti più  alloggi possibili a prezzi accessibili, qualcosa di già realizzato con maggiore facilità in alcune parti della città dove il suolo, essendo più lontano dai ricchi e potenti quartieri centrali, è più economico. Ma se da un lato questo tipo di approccio può essere economicamente più efficiente, ed anche eticamente  degno, è difficile vedere come possa essere socialmente più significativo.

In un universo ideale, i leader progressisti dovrebbero possedere competenze di marketing tali da riuscire a modificare e riformulare le nostre definizioni correnti di status  così profondamente da conferire prestigio e valore al mix sociale. In fondo la gentrification, quando non si traduce in sostituzione all’ingrosso della componente sociale, ha in una certa misura questo effetto. Quartieri come Chelsea a Manhattan e Boerum Hill a Brooklyn hanno entrambi assistito a picchi significativi dei prezzi degli immobili negli ultimi anni, anche se in entrambe le aree vi sono grandi complessi di edilizia residenziale pubblica. Gli appartamenti multimilionari situati negli edifici in arenaria sono immediatamente di fronte a quelli che ospitano i più poveri.

Potrebbe quindi essere più saggio concentrare gli sforzi della costruzione di alloggi economicamente accessibili in aree in cui sembra esserci un un interesse organico alla diversità economica, piuttosto che forzare luoghi meno ricettivi. Alla fine, il complesso di Riverside Boulevard avrà generato un sacco di polemiche e di dibattito politico, il tutto a vantaggio di meno di cinque dozzine di famiglie in una città dove ci sono più di 50.000 persone senza tetto. Per questo fine meglio lasciarle perdere le torri di vetro tipo Real Housewives of Everywhere (serie tv sulla vita delle ricche casalinghe americane n.d.r.).

Riferimenti

G. Bellafante, On the Upper West Side, a House Divided by Income, The New York Times, 25 luglio 2014. Traduzione a cura di Michela Barzi.

Il blocco edilizio (1970)

Un’analisi socioeconomica di quel complesso di interessi, che ha vanificato i tentativi di governare le trasformazioni delle città e dei territori italiani. Proponiamo qui alcuni estratti di un saggio apparso per la prima volta sulla rivista Il Manifesto, sul n. 3-4 del 1970,  ripubblicato in “Lo spreco edilizio” (a cura di F. Indovina, Marsilio, Venezia 1972) e riproposto nel 2006 dal sito Eddyburg.

Può anche apparire singolare, ma in Italia – dove la parte di ispirazione marxista ha tanto discusso e discute di processi di formazione di un nuovo blocco storico – manca, quasi del tutto, un’analisi del blocco storico esistente, quello dominante, che sarebbe necessario conoscere e disaggregare. Questa considerazione, non priva di significato culturale e politico, vale anche per la complessiva questione delle abitazioni, rispetto alla quale solo di recente, e di passaggio, a un convegno del PCI è stato detto che intorno ad essa “si cementa un blocco sociale, che è una delle cerniere essenziali del blocco di potere dominante”.

Questa analisi però continua a mancare, nonostante che già un secolo fa Engels – schematicamente quanto si vuole – avesse individuato proprio questa capacità aggregante della questione, quando – in polemica con la rivendicazione proudhoniana di trasformare il canone di fitto in canone di riscatto – sosteneva che “gli esponenti più accorti delle classi dominanti hanno sempre indirizzato i loro sforzi ad accrescere il numero dei piccoli proprietari, allo scopo di allevarsi un esercito contro il proletariato”. Al riguardo si può aggiungere che nello stesso arco della nostra esperienza (pensiamo alla secca liquidazione della legge Sullo) non ci sono mancate prove della potenza d’urto di questo esercito.

Fatte queste constatazioni di assenza, resta tuttavia da aggiungere qui – per difficoltà oggettive e soggettive – non si intende offrire al lettore una compiuta analisi di quel che si potrebbe definire “il complesso edilizio”, ma solo un avvio di questa analisi, nella forma di una serie di schematiche osservazioni relative alle stratificazioni che fanno parte, o sono in qualche modo subordinate, a questo “complesso” e ai legami, anche sovrastrutturali, che sono condizione della sua conservazione.

(…)
Dopo avere sommariamente indicato dimensioni economiche, ramificazioni e carattere privatistico del complesso edilizio, si tratta di individuare le aggregazioni sociali e le articolazioni economiche e culturali che compongono il blocco. Secondo rapporti di maggiore o minore o subordinazione, in questo blocco si raccoglie un coacervo di forze che fa pensare ad alcune pagine del “18 brumaio di Luigi Bonaparte”.

Ci sono tutti: residui di nobiltà fondiaria e gruppi finanziari, imprenditori spericolati e colonnelli in pensione proprietari di qualche appartamento, grandi professionisti e impiegati statali incatenati al riscatto di una casa che sta già deperendo, funzionari e uomini politici corrotti e piccoli risparmiatori che cercano nella casa quella sicurezza che non riescono ad avere dalla pensione, oppure che ritengono di risparmiare in avvenire sul fitto pagando intanto elevati tassi di interesse, grandi imprese e capimastri, cottimisti ecc.

Un mondo nel quale, all’infuori di poche sicure coordinate (quelle di sempre, della potenza economica e del potere politico) vasta è l’area magmatica delle improvvise fortune e della prigione, del triste esproprio (pensiamo solo alla sorte di molti piccoli proprietari di case a fitto bloccato). Un mondo, però, che si tiene saldamente insieme strumentalizzando – per rafforzare i più solidi legami di interesse economico – il fanatismo dell’ideologia della casa, la drammatica necessità di ottenere una casa anche a costo di sacrifici, la necessità di avere un lavoro: il contadino fattosi edile, di fronte alla minaccia di non lavorare, è naturalmente portato a considerare inutili e dannose sottigliezze tutti i perfezionamenti democratici dei regolamenti edilizi. Il fatto che questo sistema non sia in grado di dare la casa a tutti finisce con l’essere la condizione di forza del “complesso edilizio”.

(…)
Del tutto al di fuori del blocco del cosiddetto “complesso edilizio” sono gli inquilini e i cittadini senza casa, i baraccati, gli abitanti alloggi impropri. I primi – come tutti sanno – numerosissimi, da un punto di vista sociale non sono niente: sono soltanto un disaggregato sociale. Non solo va respinta la facile assimilazione del rapporto tra inquilino e padrone di casa a quello tra proletario e capitalista, ma ancora va chiarito – nonostante l’elevato livello del fitto solleciti iniziative più generali – che l’unificazione di base tra inquilini (per contrattare il fitto o altre condizioni di locazione) può realizzarsi soltanto tra persone che abbiano l’elemento aggregante non solo nel contratto di fitto, ma anche nel rapporto di lavoro e nella condizione sociale, cioè in una specificità effettiva, tale che la lotta per la riduzione del fitto non muova da un rapporto mercantile fondamentalmente astratto (padrone di casa-inquilino), ma dal rapporto di lavoro concreto che qualifica socialmente la lotta.

Va però sottolineato che il livello raggiunto dai fitti consente, nell’immediato, una serie di iniziative da parte di inquilini abitanti in quartieri anche socialmente eterogenei.
I cittadini senza casa che sono tanti e concentrati soprattutto nelle grandi città, sono quello che negli Stati Uniti si definisce il “proletariato urbano” (o i negri), sono un analogo dei contadini senza terra nelle campagne e, proprio in quanto testimonianza vivente della incapacità di tutti i capitalismi di risolvere il problema, sono il ferro di lancia nella lotta anticapitalistica per la casa.

Sono le forze che lottando per conquistarsi la casa, oggettivamente (e con un livello di coscienza certamente più elevato di chi può acquistarsi l’uso della casa sul mercato capitalistico) negano l’assetto capitalistico della società e pertanto portano in germe (nonostante la degradazione culturale e le alterazioni di valori intrinseche alla miseria in una società di ricchi) forme e modi di uso della casa di segno non capitalistico, che comunque vanno oltre l’orizzonte borghese dell’uso individualistico e privatistico della casa.

Del resto nelle baracche e nelle coabitazioni il capitale fa ogni giorno giustizia sommaria degli ideali di “focolare”, e di “nido”, e anche di “famiglia”. Ma le forze dei “baraccati”, dei soli cittadini senza casa non bastano a vincere in questa lotta anticapitalistica.
Come la lotta dei contadini senza terra raramente ha superato la soglia della jacquerie, così le impetuose occupazioni di questi mesi rischiano di diventare una guerra contadina, di esaurirsi in una serie di scontri, o nella precaria conquista di alcuni edifici.

L’articolazione e la forza del “complesso edilizio”, il peso delle sue componenti, la tenacia e profondità dei suoi leganti, economici e non economici, e soprattutto l’indissolubile dipendenza della penuria di case dall’esistenza del sistema capitalistico comportano che l’offensiva dei cittadini senza casa, per essere efficace, debba iscriversi in una più vasta articolazione di lotte, che investano tutti i gangli dell’attuale equilibrio capitalistico e abbiano obiettivi al livello delle trasformazioni e delle contraddizioni in atto.

Riferimenti

Il saggio completo è disponibile su Eddyburg.

La democrazia delle reti urbane

Sono molte le cose che diamo per scontate, e siamo portati a pensare che acqua corrente, fognature, elettricità e gas siano presenze ovvie nell’ambiente urbano. Tuttavia non è affatto così, o per meglio dire non è sempre così. I servizi a rete nelle città europee e dei paesi sviluppati hanno fatto la loro apparizione a partire dalla seconda metà dell’Ottocento ed hanno tra l’altro concretamente mostrato alle persone quali siano le conseguenze dell’urbanistica sulla vita quotidiana.

Se da una parte le città sono state trasformate in superficie dai piani di risanamento e di espansione, spesso realizzati senza molto riguardo per la componente umana,  dall’altra anche gli interventi di trasformazione nel sottosuolo hanno modificato profondamente, e in meglio, la vita delle persone. Le ragioni fondamentali di questi cambiamenti operati nelle viscere della città erano igiene e sicurezza: le malattie endemiche ed epidemiche si combattono innanzitutto portando acqua pulita e smaltendo quella sporca, superando l’uso di torce, candele e altre fiamme libere per l’illuminazione notturna, ed evitando così il rischio di incendi. A queste premesse basilari, si è aggiunta poi la qualità della vita, che dalla diffusione delle reti urbane ha avuto solo da guadagnare: aprire un rubinetto o pigiare un pulsante è assai più comodo che portare l’acqua in secchi, o produrre la luce attraverso una fiamma. Ma c’è un altro aspetto, meno visibile ma non meno importante, che sostiene la possibilità di dare a tutti igiene e sicurezza, ed è la democrazia.

Quando si decise di far corrispondere, all’insediamento di nuovi abitanti, la copertura del costo che la collettività deve sostenere per portare dove abiteranno strade e servizi a rete, si è stabilito di collegare ai diritti di cittadinanza quelli di una condizione minima abitativa dignitosa, che garantisca appunto igiene e sicurezza.  A questo servono gli oneri di urbanizzazione,  cioè quel contributo in denaro legato al rilascio della autorizzazione a costruire. Nessun costruttore vende, o nessun proprietario affitta, abitazioni senza allacciamento alle reti urbane, semplicemente perché non potrebbe definirle abitazioni. E perché lo siano servono il piano urbanistico ed il comune che realizza le urbanizzazioni. L’interesse privato di chi vende o affitta compensa quindi con una certa somma di danaro quello pubblico che garantisce gli standard minimi di abitabilità.

123017567-113d29cc-d110-4f3c-9969-2a57e07dfd34
Foto B. Mouanda

La foto qui a destra, esposta nella mostra itinerante One day in Africa,  racconta invece un’altra storia. Ci dice che i ragazzi di  Brazzaville la sera siedono sotto i lampioni dell’illuminazione pubblica per poter studiare. Lo fanno perché evidentemente la loro abitazione è priva di elettricità, un po’ per le carenze nella distribuzione, e anche forse perché abitano in uno dei tanti slum: quegli slum che, nelle città del Terzo Mondo, costituiscono ormai il grosso del processo di urbanizzazione, che avviene senza pianificazione e senza reti urbane. E’ un processo che avanza senza che sia garantito a tutti un equo accesso alle risorse, a ciò che consente la convivenza civile e persino la democrazia, nel senso letterale del termine, e indipendentemente dai regimi al governo.

Malgrado sia sufficientemente chiaro a cosa servano le reti urbane, e mentre c’è una consistente parte della popolazione urbana mondiale che vive senza accesso ad acqua, fognature, ed energia , pare si stia diffondendo, nella parte di mondo economicamente sviluppata, un movimento di persone che sostiene la possibilità di abitare in modo indipendentemente dall’allacciamento alle reti. Dalle Tiny House mobili alle casette ecologiche ed autosufficienti la moda sta attraversando gli Stati Uniti e l’Europa, anche se con tradizioni ed aspetti diversi.  Le ragioni in campo sono molteplici: dal costo eccessivo delle superfici edificabili urbane, alle limitazioni dello zoning dei piani urbanistici, alla difficoltà di trovare case ad un prezzo accessibile nelle città sempre più caratterizzate dalla gentrification. Le casette mobili e prefabbricate si possono collocare ovunque: nell’ambiente urbano ( aree residuali non urbanizzabili perché di dimensioni inadeguate, aree abbandonate, ecc.), oppure in quello naturale. Sono efficienti da un punto di vista termico, dotate di impianto fotovoltaico per la produzione di elettricità, predisposte per la raccolta dell’acqua piovana e l’uso di fonti energetiche alternative. L’unica cosa sulla quale, di solito, chi le propaganda glissa, è la gestione dei reflui a cui normalmente pensa la fognatura. Ma è assai probabile che ci sia a questo riguardo qualche metodo ispirato a quanto avveniva un tempo, quando camminare nelle strade delle città voleva dire sporcarsi, e non solo di fango.

Il principale aspetto su cui punta il movimento delle casette mobili è però l’indipendenza di chi le abita. Indipendenza dal piano urbanistico e dai regolamenti edilizi, in buona sostanza, visto che sull’approvvigionamento di cibo la dipendenza dalle reti di produzione e consumo è una realtà anche per chi teorizza l’autosufficienza alimentare. Indipendenza quindi da quell’idea democratica di accesso alle risorse grazie agli apparecchi tecnologici individuali, che consentono di catturarle prima che siano incanalate nelle reti. Un’idea di abitare basata sull’accesso diretto e privato che dovrebbe sovvertire, alla lunga, la gerarchia delle reti sulla quale si basa il concetto di spazio urbanizzato e, tutto sommato, il controllo delle risorse. C’è qualcosa che non va, evidentemente, in questa idea d’indipendenza, e non ci vuole molto a capire di cosa si tratta. Basta guardare la foto di quei ragazzi africani e rendersi conto quanto dipendano dall’illuminazione pubblica per poter studiare durante le ore di buio.

Ciò che indirettamente propongono a quei ragazzi i sostenitori della indipendenza dalle reti urbane, in fin dei conti, è una specie di slum tecnologico: tante casette autosufficienti per quanto riguarda l’accesso alle risorse, inesistenti per quanto riguarda la pianificazione e il dimensionamento dei servizi, come scuole ed ospedali . Senza rendersi conto però che ciò che eventualmente funziona per il singolo non va necessariamente bene per la collettività. Anzi, in questo caso va malissimo, visto che si profila, sullo sfondo, lo scenario dello slum permanente, dove chi si dà più da fare riuscirà ad avere la casetta più efficiente, magari dopo aver per anni abitato in una baracca fatta di materiali di recupero, aver bevuto acqua sporca, defecato all’aperto, aver avuto grandi difficoltà per conservare e cuocere il cibo, eccetera. E se sarà particolarmente bravo alla fine approderà in una bella casa allacciata alle reti e prevista dalla pianificazione. Uno scenario, pensandoci bene, già delineato da qualche economista liberista, tipo quel Edward Glaeser che teorizza la vita nello slum come volano dell’iniziativa privata.

Tornando alle nostre latitudini, se la casetta mobile off-grid piace tanto a chi vuole a tutti costi abitare in città, senza pagare il prezzo di una abitazione urbana e senza dover per forza optare per il meno costoso suburbio, il risultato non può essere una specie di strisciante slum del terzo millennio in versione tecnologica ed efficiente, ovvero l’occupazione informale dello spazio urbano come alternativa ai pur evidenti limiti della pianificazione. Se il problema è dare a tutti una casa dignitosa e l’accesso alle risorse, anche se può non piacere – e non solo a tipi come Glaeser –  c’è da un secolo e mezzo l’urbanistica, migliorabile rispetto alla sua consolidata tradizione novecentesca, ma pur sempre strumento sul quale si può esercitare il controllo democratico. Tra l’altro, a meno che non si tratti di una seconda casa, abitare in una casa mobile, senza una residenza collegata alla propria identità, rende difficile esercitare i diritti di cittadinanza.  Ci hanno pensato i teorici dell’autosufficienza o è proprio questo l’aspetto a cui sono interessati? La cosa più probabile è che abbiano riflettuto poco o nulla su tutte le conseguenze del proprio agire, spinti da una pura reazione spontanea alle oggettive inefficienze di tanti servizi collettivi, a cui però risulta davvero inadeguata, per non dire pericolosa, la loro risposta.

Riferimenti

K. Jeffers, Wait, That’s Really a House?, The Black Urbanist, 14 maggio 2014.

E. Andrews, Cities, get ready — the tiny houses are coming, Grist, 30 aprile 2014

Sugli slum Millennio Urbano ha pubblicato una serie di articoli che si possono leggere in questa sezione del sito.