Territori alla prova del voto

Qualche anno fa, all’indomani delle ultime elezioni regionali lombarde, stanca di ascoltare o di leggere un indigeribile miscuglio di ingredienti pseudo sociologici utilizzati per analizzare il rapporto tra voto e organizzazione del territorio, mi sono messa in testa di studiare un metodo per selezionare una serie di ingredienti meno stucchevoli per un’analisi minimamente sensata da servire alla successiva tornata elettorale.

Nello studio[1] ho raggruppato gli oltre 1500 comuni lombardi (il 70% dei quali, ahinoi, ha meno di 5000 abitanti) in ambiti territorialmente omogenei individuati sulla base delle caratteristiche insediative. Per fare ciò mi sono basata sulle Morphological Urban Areas (MUA), identificate dal Programma ESPON (European Spatial Planning Observation Network for Territorial Development and Cohesion) dell’Unione Europea a partire dalle Urban Morphological Zone (UMZ) della European Environment Agency, e sulle Functional Urban Areas (FUA), definite dal Programma ESPON come bacini di attrazione del mercato del lavoro aventi al loro centro una MUA.

L’area metropolitana milanese, individuata da un rapporto OCSE del 2006 – che ha il suo centro nella città di Milano, ha oltre 7 milioni di abitanti e si estende per un raggio di circa 50 chilometri in ogni direzione arrivando a includere territori extraregionali – praticamente coincide con ciò che il programma EPSON individua come Milano Polycentric Metropolitan Area, una specie di super MUA che raggruppa le MUA di altre città, tra cui capoluoghi come Pavia, Como e Varese. Ciò che è prevedibilmente emerso dal mio studio è che l’organizzazione del territorio lombardo non può essere compressa nelle categorie di urbano e rurale perché ce n’è una terza: quella di territorio suburbano. Esso è in larga misura il tessuto connettivo della vasta area metropolitana identificata dal Rapporto Ocse del 2006, che afferisce alle MUA o anche solo alle FUA del territorio lombardo e si estende su vasti settori regionali, uscendo dai suoi confini e andando a formare, insieme ai poli urbani che circonda, ciò che Eugenio Turri definiva Megalopoli Padana.

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La Megalopoli Padana

Tornando al rapporto tra territori e voto, sul quale anche nel caso del recente referendum in Lombardia e in Veneto è stato utilizzato il solito indigeribile miscuglio pseudo sociologico, risulta molto difficile percepire le differenze tra le aree geograficamente marginali alla grande concentrazione metropolitana milanese, ma anche alle concentrazioni urbane della Megalopoli che si estende in modo reticolare  da Torino a Trieste, se i dati di afflusso alle urne e le preferenze elettorali sono espressi per provincia o per Città Metropolitana (pura sostituzione della provincia delle città capoluogo di regione). Le province, peraltro scomparse come ente territoriale, non sono quindi un buon punto di osservazione per capire il rapporto tra voto e territorio. Per cominciare a orientarsi meglio in questa complicata  materia bisognerebbe innanzitutto aggiornare le categorie mentali relative all’organizzazione territoriale, introducendo nel discorso pubblico concetti come quello di metropoli e di poli urbani. Purtroppo, notava nel lontano 1993 Guido Martinotti nel suo Metropoli, l’incapacità italiana di far coincidere il termine con una individuazione statistica, cosa che invece esiste negli Stati Uniti d’America e che consente ad ogni elezione di individuare le differenze tra i territori delle Metropolitan Areas e le contee rurali, rende le cose molto complicate[2] .

La questione è talmente complicata che lì per lì non mi viene in mente nulla per designarla se non un anglicismo che ha in sé un senso negativo: gerrymandering, ovvero alterazione dei distretti elettorali per avere un vantaggio. Nel mondo anglosassone il vantaggio è inteso a favore di un partito ma in questa sede potremmo anche pensare che esso coincida con l’aggruppamento per comuni dei seggi elettorali (almeno nel caso del referendum che non deve eleggere nessuno), inserendo semplicemente questi ultimi in ambiti territoriali omogenei non più dipendenti dal concetto di provincia che è amministrativamente destituito di ogni fondamento. Se per fare questa operazione ci basassimo ad esempio sulla mappatura già avviata dal programma ESPON potremmo fare qualcosa di simile alla composizione di un puzzle le cui tessere non cambiano di forma (i differenti ambiti territoriali) ma di colore (i differenti orientamenti elettorali ad ogni elezione). Potremmo così sbarazzarci delle fumose rappresentazioni territoriali che ad ogni elezione vengono messe in campo e che ci fanno sfuggire le differenze che oggettivamente esistono tra un territorio e l’altro, smettendo di guardarle come se avessimo sotto gli occhi una mappa di metà ottocento con le città ancora ben delineate dalle loro mura.

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta da David Rumsey Map Collection.

Note

[1] Cfr. Michela Barzi e Walter Antonio Marzoli, L’organizzazione del territorio in Lombardia alla prova del voto, in Archivio di studi urbani e regionali, n°112, 2015, pp.34-59.

[2] Cfr. Guido Martinotti, Metropoli, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 63.

L’urbanistica bipartisan del ministro Lupi

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Foto: M. Barzi

La legge urbanistica nazionale sta per compiere 72 anni ma potrebbe avere i giorni contati se verrà approvato il disegno di legge di riforma del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi. Eletto nel 2001 alla Camera dei deputati nelle liste di Forza Italia,  Lupi partecipa per due legislature ai lavori della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici in qualità di capogruppo  e responsabile nazionale della delegazione del suo partito.  Nel 2005 un disegno di legge che portava il suo nome  aveva già provato senza successo  a riformare la  legge n. 1150/1942. Nello stesso anno entra in vigore anche l’attuale legge urbanistica regionale della Lombardia.

Lo snellimento delle procedure

E’ in questa regione che il milanese Lupi si è fatto politicamente le ossa ed è con l’incarico ad assessore allo Sviluppo del territorio, all’Edilizia privata e all’Arredo urbano nella giunta del sindaco Gabriele Albertini, tra il 1997 e il 2001, che Lupi comincia ad occuparsi della materia. Sono  anni, quelli, in cui vengono gettate le basi della nuova legge regionale, a partire dal principio dello snellimento delle procedure urbanistico-edilizie che sta in cima alla lista di temi dei quali si è occupato l’attuale ministro, secondo le sue note biografiche ufficiali.

La legge regionale lombarda indebolisce la pianificazione e favore della possibilità assicurata ai privati di intervenire con programmi parziali. Il piano è sempre modificabile e si riduce ad una sorta di collage degli strumenti attuativi basati in gran parte sulla programmazione negoziata. Interesse pubblico ed iniziativa privata sono equiparati. I principi della nuova legge urbanistica regionale avevano trovato un banco di prova nella stagione urbanistica del capoluogo che inizia con il Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali del 2002 intitolato Costruire la grande Milano.

La compensazione perequativa

Il Documento , che costituisce il punto di partenza di un percorso conclusosi con il piano adottato nel 2010, è funzionale alla gestione delle trasformazioni della città per parti in virtù delle possibilità offerte dagli strumenti di programmazione negoziata  – i Programmi Integrati d’Intervento – introdotti nel 1999 e ricompresi nella legge urbanistica regionale. Con il piano del 2010, con la finalità di riacquistare gli abitanti persi da Milano a favore dell’area metropolitana, viene incentivata l’iniziativa privata alla quale si dà la possibilità di intervenire utilizzando i diritti edificatori generati da tutta la superficie comunale, compresi  i parchi ed i servizi pubblici. E’ il meccanismo della compensazione perequativa: non ci sono più aree edificabili ed altre no,  ma ambiti di trasformazione urbana dove viene concentrata la capacità del suolo di generale volumi edilizi. Poco e a tutti è in teoria concesso di edificare, bisogna poi mettersi d’accordo con gli operatori immobiliari sul dove e sul che cosa.

A questo  meccanismo  s’ispira però anche il piano urbanistico di Roma approvato nel 2008, che prevede la creazione di 18 nuove centralità  con l’obiettivo di mettere ordine nei settori del  territorio comunale privi di un disegno urbanistico. Con la compensazione perequativa  i diritti edificatori ereditati dalle previsioni non realizzate dal PGR del 1962 diventeranno i nuovi volumi da concentrare negli ambiti urbani cresciuti senza servizi.  In pratica la realizzazione della città pubblica finisce per coincidere con le strategie degli operatori immobiliari. E’ la presa d’atto della sostanziale impossibilità di regolare il mercato: tra la città pubblica, pensata dalla pianificazione urbanistica, e le scelte della degli operatori immobiliari la distanza è incolmabile: tanto vale venire a patti con chi non si può battere per manifesta superiorità.

Urbanistica bipartisan

L’idea avanzata dal ddl Lupi di considerare tutto il territorio nazionale edificabile non è quindi nuova ed è largamente ispirata a principi già introdotti nelle legislazioni regionali e nei piani urbanistici messi a punto da amministrazioni comunali di segno politico opposto.  Perequazione , compensazione,  trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori sono l’oggetto degli articoli 10, 11 e 12 del ddl. Le previsioni edificatorie – a questo viene ridotto il piano – si realizzano attraverso le premialità e gli accordi urbanistici (artt. 13, 14) e con il fine di tutelare il diritto d’iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà conformemente ai contenuti della programmazione territoriale (art. 1, comma 4). La pianificazione sparisce, sostituita dalla valorizzazione immobiliare che conforma il diritto a partecipare alla formazione dei piani. Certo il disegno di legge Lupi, rispetto alla pratica fin qui consolidata, introduce un grossolano contenimento dei margini democratici che discendono dall’essere la pianificazione competenza di organi democraticamente eletti, secondo il dettato costituzionale, ma i principi ai quali s’ispira sono da tempo ampiamente utilizzati nella formazione dei piani urbanistici e non solo delle due maggiori città italiane.

Fine della pianificazione

Ha notato giustamente Mauro Baioni su Eddyburg  “che nessuna delle funzioni di coordinamento delle attività umane, nello spazio e nel tempo, che costituisce l’essenza della pianificazione urbanistica è trattata in questa legge”. Non le finalità sociali, ne’ le garanzie di democraticità che il piano dovrebbe assicurare sono l’oggetto del ddl Lupi. Nessun diritto viene tutelato che non sia quello della proprietà immobiliare.  Alle leggi regionali spetta il compito di stabilire i limiti di riferimento di densità edilizia, di altezza, di distanza tra i fabbricati, nonché i rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e dotazioni territoriali essenziali in sostituzione a quelli stabiliti su tutto il territorio nazionale dal decreto ministeriale 1444 del 1968 che istituiva gli standard urbanistici, rimpiazzati ora dalle dota­zioni ter­ri­to­riali con il contributo dei privati, naturalmente. Ed anche in questo caso l’esperienza della legge regionale lombarda deve aver ispirato il ministro. Ma se non ci si può sorprendere della contiguità politica tra Lupi ed il ventennale governo regionale della Lombardia,  produce ancora un certo stupore il fatto che nessuno nella composita coalizione del governo nazionale abbia qualcosa da obiettare a proposito dei contenuti del disegno di legge. Si tratta di distrazione o di condivisione bipartisan di quei principi?

Riferimenti

Qui il disegno di legge PRINCIPI IN MATERIA DI POLITICHE PUBBLICHE TERRITORIALI E TRASFORMAZIONE URBANA.

M. Baioni, Riforma urbanistica: una proposta preoccupante, Eddyburg, 28 maggio 2014.

 

L’agricoltura urbana e la lista della spesa

Foto M. Barzi
Foto M. Barzi

Il fatto che il paesaggio cambi in relazione al mutare delle abitudini alimentari ha una lunga evidenza storica, dovuta alla circolazione delle colture da un continente all’altro. L’adagio “siamo ciò che mangiamo” si estende obbligatoriamente dall’essere umano al territorio che ne sostiene l’alimentazione. Pensiamo ad esempio all’introduzione del riso nell’Italia Settentrionale a fine ‘400 e alle enormi implicazioni che ha ancora sul paesaggio rurale di una delle aree più urbanizzate d’Europa. Il sistema ambientale delle risaie è ancora in grado di tenere rispetto all’avanzata degli insediamenti sul territorio perché si tratta di un processo di produzione agricola che ha nella idrografia e nella geomorfologia i suoi elementi costitutivi, oltre ad essere sostenuto da una radicata tradizione alimentare.

La risicoltura è ancora diffusa nell’area metropolitana milanese, al punto da essere oggetto di un parco agricolo urbano che ha al suo attivo la produzione di  più di venti milioni di piatti di riso all’anno. Il Parco delle Risaie, alla periferia sud-ovest del capoluogo lombardo, è parte integrante del Parco Agricolo Sud Milano, una sorta di green belt che ha consentito di contenere le spinte insediative generate dalla metropoli  su di un territorio ad antica vocazione rurale. Nel caso del sistema delle risaie tra Naviglio Grande e Naviglio Pavese si  tratta di attività agricole interne all’ambiente urbano, un vero esempio di produzione a chilometro zero che nell’area metropolitana milanese ha dato vita ad un distretto agricolo al quale aderiscono decine di aziende.

Questo scenario incoraggiante, che spinge ad avere fiducia sul ruolo di produzione alimentare dell’agricoltura urbana, presenta però un limite evidente: i milanesi non si nutrono di solo riso. Ovvero, anche se la coltura più diffusa nell’area metropolitana fosse in grado di soddisfare la domanda dei suoi abitanti, i bisogni alimentari sono talmente diversificati da annullare in pratica qualsiasi traduzione nella realtà del principio del chilometro zero. Detto ancora in altri termini, i milanesi potranno senz’altro acquistare i prodotti delle aziende agricole del distretto metropolitano ma non potranno spuntare tutte le voci della lista della spesa facendo gli acquisti lì. Naturalmente questo ragionamento vale per le produzioni dell’agricoltura urbana e periurbana in genere, le quali, in modo analogo, si stanno organizzando in distretti per sostenere l’incontro tra offerta e domanda a livello locale.

Le colture che occupano gli interstizi tra una lottizzazione e l’altra o i terreni  limitrofi ai grandi insediamenti di edilizia economica e popolare (notoriamente realizzati espropriando terreni agricoli) vanno benissimo  perché sono parte integrante delle infrastrutture verdi che percorrono le città, perché diffondo tra i cittadini la consapevolezza che il rapporto città campagna si basa sulla produzione di cibo, perché i consumi locali contribuiscono all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica e sostengono progetti ad alta valenza sociale, perché il modello di produzione agricola in ambiente urbano è alternativo al paradigma di sviluppo rurale – ambientalmente insostenibile – sussidiato dalle politiche comunitarie europee, perché l’agricoltura urbana è un ottimo antidoto al consumo di suolo, eccetera.

E tuttavia non dobbiamo dimenticarci della lista della spesa e di come ci approvvigioniamo, ad esempio, di quel chilo abbondante di frutta e verdura che compongono le cinque razioni minime consigliate per una alimentazione sana. Al di là del modello di distribuzione commerciale al quale ricorrere –  spacci contadini, negozi di vicinato o grande distribuzione organizzata – il problema con il quale ci tocca sempre fare i conti è che la vasta gamma di prodotti agricoli che entrano nella nostra alimentazione hanno bisogno di terreni e climi adatti per poter essere coltivati. Indipendentemente dai sistemi di coltivazione – biologico o convenzionale  – quando va bene si riesce ad acquistare un prodotto a chilometro zero su cinque tra quelli che entrano nella dieta di una persona consapevole dell’importanza della varietà è in un’alimentazione sana.

Attenzione quindi agli slogan quando di mezzo c’è ciò che mangiamo perché i risvolti delle medaglie vanno tutti presi in considerazione, compresa la contraddizione di prodotti biologici che minimizzano gli impatti ambientali da un lato ma che li recuperano da quello delle emissioni per il trasporto, visto che vengono commercializzati a molte migliaia di chilometri dal luogo di produzione. Insomma si può rinunciare allo zenzero – ma anche alle banane e alle pere – se vengono dall’altra parte del mondo,  ma gli agrumi e l’olio di oliva sono parte integrante della nostra dieta anche se hanno il piccolo difetti di crescere solo in piccolissime nicchie a nord del 45° parallelo. Un bel problema per la moda del chilometro zero così diffusa, ad esempio, nella metropoli e nelle altre aree urbane di una regione – la Lombardia – che è in testa alle classifiche delle produzione agricole nazionali ma che non produce abbastanza frutta ed ortaggi per i suoi abitanti.

Forse, quando di mezzo c’è l’alimentazione sana ed anche il rapporto città campagna, più che uno slogan serve una valutazione sulle diverse vocazioni produttive di un determinato ambito territoriale, della quantità di persone che vi sono insediate e delle caratteristiche insediative. Aspetti riassunti dall’espressione bioregione, non certo una novità per chi si occupa di pianificazione del territorio. Senza immaginare scenari autarchici, anacronistici ed autoritari, forse si potrebbe partire da lì.

Riferimenti

Qui tutte le informazioni sul Parco delle Risaie.

Sulle opportunità ed i limiti dell’agricoltura urbana si veda l’interessante dibattito ospitato dal sito the nature of cities.

Sulla bioregione si veda, L. Giunta, Quando il Bio diventa Logico, Millennio Urbano, 12 marzo 2014