Jane Jacobs. Urbanistica e disobbedienza civile

Anteprima

La critica di Jane Jacobs alla «moderna urbanistica ortodossa» può essere interpretata come un atto di disobbedienza civile in quanto mirava a prevenire l’intollerabile devastazione delle città americane che veniva attuata attraverso il rinnovamento urbano. In questa prospettiva, rendere consapevoli i suoi lettori della violenza delle demolizioni e delle trasformazioni urbane ha a che fare con la sua ribellione contro tutte le forme di violenza governativa, compresa la guerra del Vietnam che determinerà il suo trasferimento in Canada.

Questo documento è un’anticipazione ampliata dell’introduzione all’antologia di scritti di Jane Jacobs CITTA’ E LIBERTA’, da me curata, di prossima pubblicazione presso la casa editrice Elèuthera di Milano.

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L’immagine di copertina è tratta dal New York Post.

Richard Sennett: come la smart city può renderci stupidi

Nel suo Building and Dwelling[1], Richard Sennett esplora diffusamente le differenze tra il sistema aperto rappresentato dalla città per come l’umanità l’ha concepita – con la sua componente spaziale (nella sua denominazione la ville) e sociale (la cité) – e quello chiuso delle utopie tecnocratiche che mettono in dubbio il concetto stesso di democrazia storicamente associato alla polis. In questi estratti di una sua comunicazione[2] tenuta nel 2012 presso la conferenza Urban Age della London School of Economics,  Sennet puntualizza come la smart city rientri in questa ultima categoria. E dato che depotenzia la capacità umana di interagire con la complessità urbana, può benissimo essere utilizzata per depotenziare le capacità politiche dei suoi abitanti (M.B.).

Ciò che la città fa alle tre forme di cognizione che riguardano la complessità [secondo i recenti studi della psicologia sociale n.d.t] è proporci di imparare a tollerare l’ambiguità, a portare avanti un’azione incompleta [qualcosa che si persegue anche se il risultato è solo una parte di ciò che si intendeva realizzare n.d.t.] o a dialogare con estranei. Succederà che gli estranei ci stimoleranno a praticare queste forme di cognizione (che sostengo siano sia razionali che emotive) piuttosto che a stare con persone che ci sono molto familiari. In linea di principio, sul lato culturale / psicologico, si tratta di qualcosa che ha potenzialmente che fare con l’intersezione tra la condizione sociale della città e il processo che conduce a diventare un adulto sofisticato.

Ora, qui è dove entra la storia che voglio raccontarvi. Perché possiamo anche usare la tecnologia per disabilitare queste forme di complessità nell’apprendimento. E in un mio articolo ho mostrato con un paio di esempi come sia possibile un uso della tecnologia che rende le persone più stupide – e non è una parola che mi piace affatto –  ma è un titolo meraviglioso. Lo è per designare qualcosa in cui le persone non sono stimolate ad affrontare la complessità in tutte le sue forme a causa del modo in cui tutti noi stiamo pensando da un punto di vista tecnologico.

Prendiamo, ad esempio, Masdar[3], negli Emirati Arabi. È una città pianificata con una stretta aderenza tra forma e funzione. È una città molto fordista in questo senso. Per ogni funzione c’è un posto e una forma. E ciò significa che non si è molto stimolati a pensare alla difficoltà. O a cercare di dare un senso alla relazione tra dove e cosa. È stato tutto preconfezionato.

Allo stesso modo, si vedere qui [nella foto n.d.t] come funziona. Si tratta di qualcosa contenuto nei propri limiti. Non ci sono bordi sfocati (…) si tratta di un limite piuttosto che di un confine. Ovvero, l’insediamento termina con i bordi di un grande edificio.  Non c’è periferia, non c’è uno spazio indeterminato.

E lo spazio in sé è qualcosa di molto chiaramente indirizzato nella sua logica sociale. Sai esattamente cosa sta succedendo in ciascuno degli spazi a seconda del tipo di architettura che è stata creata per contenerlo. È uno spazio dall’aspetto molto vistoso, che però non richiede alcuna interpretazione.

Ora… Masdar, è un insediamento estremamente costoso. È un esperimento, come ha sottolineato Saskia Sassen, che ha che fare con i limiti a cui si può spingere la tecnologia. E forse solo gli Emirati Arabi potevano permetterselo. Ma è un esperimento all’interno del fordismo. E questo tipo di fordismo ambientale io sostengo che sia un modo per sbalordire le persone. Per privarle degli spazi in cui si sviluppano quei tre tipi di intelligenza di strada relativi alla tolleranza dell’ambiguità, al portare avanti di un’azione incompleta e alla capacità di dialogo.

Qui abbiamo Songdo. È un’altra smart city. Sembra meravigliosa in un certo senso. Ma quando guardi qui [nella foto n.d.t] vedi qualcosa che penso sia un problema molto importante per gli urbanisti. Non c’è alcun valore orizzontale in questo spazio. Non intendo semplicemente che non ci sono strade, ma che la nozione di orizzontalità sia stata rimossa da quello spazio. È una privazione. Non esci. Qui tutto è contenuto in ciò che è costruito.

Parte di questo ha a che fare con il clima della Corea del Sud, che è rigido. Ma i coreani in genere hanno superato le difficoltà del loro clima e usano l’orizzontalità degli scantinati. Sono stati molto abili nell’usare i sotterranei in quanto spazi orizzontali. E lo spazio orizzontale è un modo per estendere gli incontri con altre persone. A mio avviso, lo spazio di Songdo presenta una privazione perché non ha strade. Non puoi sviluppare l’intelligenza di strada quando hai tolto metà del vettore visivo che è ciò di cui le persone hanno bisogno per la loro esperienza con altre persone.

Questi edifici hanno ciascuno una funzione, e le persone vi sono accatastate, ancora una volta secondo il principio fordista di andare dove, devi andare nel luogo al quale appartieni; non si va mai dove non si è parte di qualcosa. (…)

Songdo e Masdar rappresentano dei modi per semplificare la città, malgrado la loro enorme complessità tecnica, esse semplificano lo spazio della città e rendono le persone incapaci di sviluppare quelle capacità tipiche dell’età adulta a cui ho accennato.

Per contro, voglio solo dire qualcosa su Rio de Janeiro, che ha sfruttato la capacità di raccogliere informazioni (si tratta di un meraviglioso progetto portato avanti da IBM e Cisco) per coordinare ciò che accade in città, piuttosto che per pianificare in anticipo ciò che vi dovrebbe accadere. Questo è un modello completamente diverso di uso della tecnologia. Essa affronta la complessità sul terreno piuttosto che cercare di precluderla attraverso un uso smodato della pianificazione e della progettazione. Questa immagine raffigura ciò che è anche nota come “la stanza del mal di testa”, e si può ben capire il perché guardando tutti quegli schermi che monitorano gli ingorghi di traffico, i punti che sia le persone che le ambulanze devono attraversare e così via. In altre parole rappresentano spazi della città rispetto ai quali la tecnologia reagisce cercando di rendere possibile ciò che sta accadendo sul terreno.

E a me sembra uno strumento molto più utile nel pensare a come avanzare tecnologicamente piuttosto che quello di concepire sistemi di elaborazione centralizzata in funzione prescrittiva. Si tratta di un uso coordinativo piuttosto che  prescrittivo della tecnologia. E penso che sia la strada che noi in quanto urbanisti dovremmo seguire, dovremmo seguire di più a questa linea piuttosto che cercare di rendere la città simile a una macchina ben oliata e ben funzionante. Se lo facciamo, porteremo via ciò che può essere considerato il genio della città, ciò che rende i suoi abitanti persone competenti.

 

Note

[1] Costruire e abitare. Etica per la città, trad.it. di Cristina Spiniglio, Milano, Feltrinelli, 2018.

[2] The Stupefying Smart City

[3] Progettata da Norman Foster &Partners dal cui sito è tratta l’immagine di testata

Sul consumo di suolo in Lombardia

In vista delle elezioni regionali lombarde del prossimo 4 marzo, riproponiamo questo articolo pubblicato il 22 novembre 2014 a seguito della promulgazione della legge regionale 31/2014 sul consumo di suolo, sulla quale pende oggi il dubbio di incostituzionalità raccontato Marco Pompilio in un suo recente articolo. Sono passati più di tre anni e le ragioni di chiedersi se il rimedio sia peggio del male sono col tempo aumentate  (M.B.).

C’è una domanda che bisognerebbe porsi a proposito della  legge lombarda che rimanda fra trenta mesi la definizione di misure reali di contrasto al consumo di suolo ed è la seguente: su che tipo di territorio, da un punto di vista delle caratteristiche insediative, essa sarà applicata? Sarebbe troppo lungo e complesso  affrontare qui una descrizione esaustiva dei fattori che hanno determinato gli assetti territoriali della più popolosa ed economicamente sviluppata regione d’Italia, ma le recenti dinamiche dell’uso del suolo possono comunque dirci qualcosa sulle tendenze in atto.

Il primo aspetto dal quale partire è il rapporto tra popolazione e territorio. In Lombardia vivono 10 milioni di abitanti suddivisi in oltre 1500 comuni, il 70% dei quali ha meno di 5000 abitanti. I lombardi sono tuttavia estremamente concentrati in quel 16% di comuni dove la densità di popolazione è due  volte e mezza quella media regionale (che è di poco superiore ai 400 abitanti per chilometro quadrato); qui vive oltre la metà della popolazione regionale. Specularmente, oltre la metà dei comuni lombardi ha una densità di popolazione inferiore ai 300 abitanti per chilometro quadrato.

Suburbanizzazione

Da un pinto di vista del rapporto tra abitanti e territorio la Lombardia è quindi in maggioranza una regione di comuni rurali, dato che trova riscontro nel fatto che complessivamente nel 40% dei casi essi hanno una quota di suolo antropizzato inferiore al 10%.E tuttavia, da quello della distribuzione della popolazione, essa è una regione fortemente urbana con un ampia fascia di territorio suburbano che si estende dal Lago Maggiore al Lago di Garda. In questa vasta porzione di territorio che attraversa da est a ovest la regione – una sorta di tessuto connettivo che collega le maggiori aree urbane da Varese a Brescia passando per l’area metropolitana di Milano – la densità di popolazione è compresa tra i 300 e i 1000 abitanti per chilometro quadrato: non più rurale ma nemmeno urbana.

Densità Lombardia
Immagine: M. Barzi

La suburbanizzazione del territorio lombardo, bene evidenziata dalla immagine a fianco, si produce attraverso un incremento della superficie urbanizzata superiore  a quello della popolazione: un fenomeno che riguarda oltre la metà dei suoi comuni. Quasi i tre quarti dei lombardi vivono in comuni che hanno reso artificiale il suolo per oltre un quinto della superficie amministrata e quasi due terzi di essi vive in comuni dove, nell’ultimo intervallo censuario,  la superficie antropizzata è percentualmente cresciuta di più della popolazione.

In generale si ripete il fenomeno già verificatosi nei decenni passati: una perdita di popolazione da parte dei centri urbani a cui corrisponde una crescita demografica dei comuni con caratteristiche suburbane (dove la quota di suolo antropizzato è superiore al 20%) ed anche di quelli con caratteristiche rurali (dove l’antropizzazione non supera il 10%); questi ultimi stanno evidentemente innescando a loro volta nuovi processi di suburbanizzazione.

I 470 chilometri quadrati di suolo consumato tra il 1999 e il 2012 (oltre due volte e mezzo la superficie del comune di Milano) hanno avuto come riscontro, sul versante della popolazione, 900.000 nuovi abitanti (per il 90% immigrati): una tendenza all’occupazione di suolo vergine che va ben oltre le esigenze di nuove abitazioni e/o  di aree per attività produttive  (di mezzo ci sono 5 anni di crisi economica e relativi effetti di dismissione industriale), confermata dalle ulteriori previsioni di nuove urbanizzazioni per 550 chilometri quadrati (tre volte la superficie di Milano) che la nuova legge ratifica per i prossimi due anni e mezzo.

Infiltrazione

La legge regionale lombarda dovrebbe in teoria contrastare il consumo di suolo. In realtà, ancor più che ai comuni – in crescente crisi finanziaria da un paio di decenni a questa parte – e ai costruttori – condizionati dalle contingenze economiche –  fa un enorme regalo alla rendita fondiaria, ai detentori di quei diritti edificatori che costituiscono, nella pratica pianificatoria attuale, l’architrave delle previsioni dii piano.

E’, inoltre,  un regalo agli amministratori che sulla distribuzione di questi diritti basano buona parte del loro consenso elettorale, e potrebbe,  infine, essere un enorme regalo alla criminalità organizzata, l’unico soggetto economico in grado di avere, di questi tempi, la liquidità necessaria per realizzare quelle previsioni di piano. Sappiamo dalle cronache giudiziarie che il fenomeno non è nuovo e che sono sempre di più i comuni lombardi infiltrati dalle mafie. Il loro è solo l’ultimo e il più ignominioso degli interessi in campo, favorito dalla frammentazione amministrativa e dall’essere la pianificazione comunale l’ambito esclusivo delle scelte insediative. Ma dopo due decenni di traduzione in pratica dello slogan “padroni a casa propria” questo era il minimo che potesse accadere.

Riferimenti

A. Montanari, Lombardia, sì del Pirellone al cemento: si potrà edificare un’area grande tre volte Milano, La Repubblica, 21 novembre 2014.