Il puritanesimo intollerante della Ville Radieuse

La vicenda è nota: nel 1922 un pittore purista, che fino a quel momento aveva tentato con scarsa fortuna di fare l’architetto,  presenta al salon d’Automne di Parigi lo schema progettuale per una città contemporanea  di tre milioni di abitanti pensato per essere applicato a qualsiasi contesto territoriale. L’idea piace al costruttore di aerei e automobili Gabriel Voisin, che finanzia l’applicazione del progetto al centro di Parigi. Se fosse stato realizzato il Plan Voisin, avrebbe completamente demolito tutto ciò che di storico esisteva sulla riva destra della Senna, come il quartiere del Marais, risparmiando solo i monumenti storici più significativi come il Palais Royal. Sugli assi viari pensati per automobili lanciate a tutta velocità venivano installati grattacieli cruciformi e edifici a redent immersi nel verde.

Nel 1929, Le Corbusier aveva dichiarato la strada un organo inoperante, decaduto e si domandava perché esistesse ancora[1]. Questo principio urbanistico viene meglio specificato nella Ville Radieuse, nella quale la soppressione della strada (il faut tuer la rue-corridor) sostanzialmente coincide con l’eliminazione della città storica di cui la strada è il cardine. La tabula rasa come precondizione dell’urbanistica moderna, almeno nella visione lecorbuseriana, aveva come fine ultimo il tentativo di abolire la storia e di ricostruire la città senza le contraddizioni e gli ostacoli che l’avevano storicamente contraddistinta, secondo una visione unidimensionale e pietrificata delle relazioni tra gli abitanti e l’ambiente costruito[2].

Percival e Paul Goodman sono stati tra i primi a considerare criticamente l’utopia urbanistica di Le Corbusier. Portare i principi della città giardino nel cuore stesso della grande città a costo, ovviamente, di grandi demolizioni  era una sorta di operazione chirurgica, che poteva essere praticata in quanto allo spazio urbano veniva conferito un significato“cartesiano”. Il piano, inteso nella sua molteplicità di sensi, era estremamente sem­plice nel principio ed elegante nella soluzione formale: demolire l’esistente o trovare una nuova collocazione dove disporre, convergenti verso il centro, punteggiato da un certo numero di grattacieli, le infrastrutture per il trasporto (autostrade e vie ferrate) diversificate per livello, circondando il tutto con grandi complessi per appartamenti in mezzo al verde (le immeuble villas da cui discende l’unité d’habitation). Le industrie dovevano essere collocate “nei dintorni”, da qualche altra parte. Le Corbusier, secondo i Goodman,   si dimostra perseguitato dal pensiero che la sua ordinata visione possa essere noiosa, ma supera tutto ciò confidando nel fatto che proprio attraverso l’ordine la libertà sia possibile. Ne risulta che la grande macchina da lui concepita, pur «con tutta la sua bellezza costruttivista», non rappresenti affatto una città[3].

Per Jane Jacobs la Ville Radieuse, in quanto modello urbanistico basato sull’automobile e sulla riduzione delle strade a meri assi di scorrimento, «somigliava ad un meraviglioso giocattolo meccanico» , la cui architettura di «una semplicità, una armonia e una chiarezza abbaglianti. Era così ordinata, così evidente, così facile a capirsi: diceva tutto in un lampo, come un buon cartellone pubblicitario». La «splendida visione» di Le Corbusier non ha praticamente trovato alcuna resistenza tra gli urbanisti e gli architetti e questi hanno poi convinto ogni soggetto coinvolto nei processi di trasformazione delle città di quanto fosse conveniente del conformarsi ad essa[4].

Per esplorarne l’astrattezza Marc Perelman,  ha ampiamente sottolineato gli aspetti autoritari delle idee dell’architetto che forse avuto la maggiore influenza sulla pratica professionale del secondo Novecento. Il sostegno al governo filonazista del maresciallo Petain  emerge come uno degli aspetti qualificanti il pensiero di Le Corbusier, insieme all’ossessione per l’ordine già dichiarata nell’estetica macchinista del Purismo che non a caso ne proclamava  il ritorno dopo il Cubismo. «L’oggetto della nostra crociata  è di mettere in ordine il mondo [e] l’architettura e l’urbanistica, nella materialità dei fatti, rispondono alle funzioni essenziali dell’uomo moderno,[ il quale è] un’entità immutabile (il corpo) munito di una coscienza nuova», dichiarava esplicitamente Le Corbusier nel 1933[5]. Risulta chiaro che l’obiettivo del nuovo ordine è l’uomo nuovo.

Per Giancarlo De Carlo, che pure considerava Le Corbusier «un architetto di grande qualità», si trattava di un’idea pericolosa. «Ogni volta che qualcuno pensa di poter trasformare l’uomo, e ne ha il potere, finisce con il produrre tremendi disastri», e lo schema delle quattro funzioni (abitare, lavorare, circolare, rigenerare il corpo e lo spirito), su cui si basa la Carta d’Atene, di cui Le Corbusier è il principale ispiratore, hanno consentito a molti architetti mediocri di «proporre progetti deplorevoli». Al di là dell’ammirazione per le sue soluzioni architettoniche, l’unité d’habitation di Marsiglia, oggi patrimonio dell’UNESCO in qualità di Cité Radieuse, lasciava perplesso De Carlo per il modo di vivere proposto. «Mi sembrava un modo di vita molto costrittivo», e per sperimentare la propria sensazione aveva «persino dormito in uno degli alloggi abitato da un amico che aveva conservato la distribuzione originale (ne sono rimasti pochi; gli altri sono stati profondamente rimaneggiati e sono diventati lussuosi alloggi borghesi) (..) [e] anche nell’alberghetto che è al piano ammezzato e mi ha fatto tenerezza il senso spartano e rigoroso con cui era stato progettato, fino all’ultimo dettaglio. Ma la stanza era molto scomoda e se qualcuno tirava l’acqua del gabinetto svegliava tutti gli ospiti dell’albergo. Scomode erano le stanze e lievemente disumane: c’era un aria puritana intollerante che – forse perché sono io stesso puritano e magari, a volte, intollerante – mi metteva a disagio[6].

Effetti collaterali della machine à habiter che nel passaggio da architettura a urbanistica (per Le Corbusier il secondo termine coincide con il primo)  rimpiazza l’uomo nuovo con le macchine (le automobili e gli aerei fabbricati dallo sponsor Voisin). Abolire la strada significava quindi eliminare chi l’affolla (la strada del pedone millenario). Gli esseri umani non erano che un residuo dei secoli  e andavano sorvegliati, o più semplicemente, fatti sparire, cancellati dalla velocità delle automobili, da una parte, e contenuti negli alloggi che a loro volta erano un’espressione della civiltà macchinista da cui discende l’uomo nuovo. Non a caso l’unité d’habitation ha inglobato la strada e le sue attività in un solo edificio, a dimostrazione che per Le Corbusier la città non serviva più. Sbagliandosi, dato che Marsiglia, con i suoi due millenni e mezzo di storia, per fortuna esiste ancora.

[1] Cfr. Stanislaus Von Moos, Le Corbusier l’architect et son mythe, Horizons de France, 1971, p. 147.

[2] Marc Perelman, Le Corbusier. Une froide vision du monde. Parigi, Michalon, 2015,  pp.193-196.

[3] Percival and Paul Goodman, Communitas. Means of Livelihood and Ways of Life, New York, Random House,1947-60.

[4] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, Torino, Einaudi, 2009, p.21.

[5] Cfr. Marc, Perelman, op. cit. p. 75. La traduzione è mia.

[6] Cfr. Giancarlo De Carlo, Franco Bunčuga, Conversazioni su architettura e libertà, Milano, Elèuthera, 2000, pp. 173-174.

In copertina Brasilia, progettata da Lucio Costa collaboratore di Le Corbusier.

Metropoli e fallimenti architettonici

villeradieuseLa pianificazione dell’area metropolitana di Parigi  e delle maggiori città francesi è stata influenzata nel secondo dopo guerra dai principi dell’urbanistica razionalista, ispirata soprattutto all’opera di Le Corbusier.  La trasmigrazione dell’idea di Ville Radieuse  nella realizzazione delle ville nouvelle, costruite all’interno di una vasta rete infrastrutturale, ferroviaria ed autostradale, è lo schema che ha fatto nascere le banlieue parigine come parte di un programma di decentramento delle funzioni residenziali in ambito metropolitano. Nei Grand Ensamble edilizi, declinati nella forma geometrica del parallelepipedo appoggiata al suolo o sul lato lungo o su quello corto, rispetto all’allineamento stradale, si sono concentrati i settori popolari a cui era indirizzata la costruzione delle città satellite tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso. L’altra faccia dell’allentamento della pressione abitativa  all’interno dei confini amministrativi delle grandi città, è stata però un’alta concentrazione degli strati economicamente più deboli della popolazione nelle nuove urbanizzazioni periurbane, cui si era aggiunto un importante flusso migratorio soprattutto dal nord Africa . Da qui nascono i problemi sociali che hanno fatto delle periferie francesi, ed in particolare parigine, il luogo dove si sono prodotte le condizioni per le rivolte urbane di otto anni fa. In questo contesto si è realizzato l’esperimento architettonico che avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa alle stecche ed alle torri dell’urbanistica razionalista.

Les Espaces d’Abraxas,  è un complesso residenziale costruito  su progetto di Ricardo Bofill tra il 1978 e il 1983 a Noisy-le-Grand , ovvero in uno dei settori amministrativi che formano la ville nouvelle di Marne -la-Vallée nel dipartimento Seine-Saint Denis. Rispetto alle barre ed alle tour della classica edilizia  HLM (Habitation à Loyer Modéré, equivalente francese delle case popolari in Italia) i tre edifici di Bofill, pomposamente denominati Théâtre, Palacio e Arc, abbandonano il disadorno stile architettonico del Movimento Moderno per il monumentale ecclettismo post-moderno, cifra stilistica dell’architetto catalano.  I 610 appartamenti realizzati non sono stati destinati solo all’edilizia a buon mercato, perché qui si doveva tentare l’esperimento sociale della compresenza della classe media dei proprietari e dei ceti popolari degli inquilini. La differenza fondamentale tra i primi ed i secondi, oltre al reddito, è che i primi hanno scelto di acquistare lì la loro abitazione, mentre i secondi sono assegnatari di un alloggio dell’ente che si occupa di edilizia sociale. D’altra parte una tale concentrazione di persone secondo la legge vigente non avrebbe potuto essere realizzata in un solo complesso se non attraverso l’escamotage della mixité sociale. La diversità architettonica del progetto aveva proprio la finalità di attirare il ceto medio che certo non avrebbe trovato attraente vivere in un complesso residenziale in chiaro stile HLM.

Ricardo Bofill, intervistato da Le Monde su Les Espaces d’Abraxas  a trent’anni dalla sua realizzazione, ha dichiarato di aver voluto costruire un monumento emblematico in una zona molto mal costruita attraverso uno spazio chiuso al suo interno e estremamente teatrale. Malgrado lo sforzo d’innovazione anche dal punto di vista costruttivo (la tecnologia impiegata è la prefabbricazione almeno per la parte HLM),  la più elevata qualità degli alloggi in proprietà e il non essere stato pensato come un ghetto per poveri,  sembra che l’amministrazione di Noisy-le-Grand stia pensando alla demolizione del complesso, viste le enormi difficoltà di gestione degli spazi comuni.Les_Espaces_Abraxas_Marne_la_Valle_Paris_France_Ricardo_Bofill_Taller_Arquitectura_12

Secondo le testimonianze degli abitanti e un reportage fotografico apparso sempre su Le Monde, sono proprio le sue caratteristiche architettoniche ad aver messo in luce quanto siano insicuri alcuni ambienti pensati per l’accesso agli appartamenti, che sembrano vagamente  ispirati alla serie d’incisioni “Le Carceri d’Invezione” di Piranesi.  La sicurezza costituirebbe quindi il maggiore problema del complesso, che avrebbe come unico vantaggio riconosciuto quello di consentire l’accesso alla stazione del sistema ferroviario regionale RER attraverso percorsi al coperto, per cui se piove è possibile raggiungere il centro di Parigi senza bagnarsi. La parte del complesso  destinata all’edilizia sociale è stata coinvolta a fine 2005  nelle rivolte per le quali sono state temporaneamente rimesse in vigore le leggi speciali promulgate durante la guerra di Algeria: tra le testimonianze degli abitanti raccolte da Le Monde vi è quella di un inquilino che ha traslocato lì proprio mentre erano in corso gli scontri con la polizia.

L’archistar, che ha realizzato altri complessi dello stesso eclettico monumentalismo in altre località della Francia, nell’intervista  denuncia la manifestazione di scarsa cultura dell’amministrazione locale,  che vorrebbe demolire un’opera architettonica, a suo dire, dello stesso valore della Cité Radieuse di Le Corbusier a Marsiglia.  La colpa sarebbe di chi non ha equipaggiato l’area con servizi e attività commerciali, non ha saputo gestire gli spazi e che ha consentito che vi fosse insediata una quota d’immigrati superiore al 20%  degli abitanti. E poi è anche responsabilità di chi lì dentro non hanno saputo fare comunità, mentre lui aveva ben chiaro il senso utopico di portare la città in uno spazio residenziale delimitato.  La scelta di un linguaggio architettonico opposto a quello lecorbuseriano serviva proprio ad evitare gli errori delle ville nouvelle,  già evidenti quando il complesso è stato progettato a fine anni’70.  D’altra parte lui, il progettista, la città l’ha sempre considerata un processo e non un oggetto finito , una volta realizzata l’architettura sarebbe toccato alla società  costruire la civitas identificabile con essa. L’unico rammarico che confessa di avere è constatare che la sua architettura non ha saputo cambiare la città, in particolare quella nuova, pianificata per superare il modello caotico di matrice storica.

Bofill non è il solo architetto a reagire così di fronte al fallimento di un suo progetto. In fondo, ancorché criticabilissimo, non  lo si può accusare  di essere l’unica causa dei mali di Les Espaces d’Abraxas. L’errore più importante lo ha commesso chi ha pensato che l’architettura facesse la differenza, che bastasse affidare la progettazione dell’insediamento residenziale all’architetto alla moda  (al tempo il neologismo archistar non esisteva ancora) per convincere l’utenza della bontà dell’operazione. Tuttavia non c’è bisogno di capirne di urbanistica per sapere che la città è qualcosa di molto più complesso della costruzioni di tre grandi contenitori di abitazioni e che quell’insediamento nel settore orientale dell’area metropolitana di Parigi fa parte dei risultati complessivi del decentramento realizzato con la concentrazione.

Come risposta al degrado ed alla minaccia di demolizione gli abitanti di Les Espaces d’Abraxas hanno deciso di costituire un’associazione per la difesa dei loro interessi, con la quale promuovono iniziative per la manutenzione degli spazi e per migliorarne la vivibilità.  Uno degli aspetti che cercano di valorizzare è la particolare qualità architettonica, quel monumentalismo barocco che ha “spettacolarizzato”, secondo una definizione avallata dallo stesso Bofill,  il concetto di periferia. Perché allora non farlo diventare meta per visite architettoniche, oggetto di produzioni artistiche, così come un tempo è stato location di alcuni film?  Si tratta insomma del tentativo di dare identità e senso di appartenenza ad un luogo che, nel bene e nel male, ha una storia trentennale e che ha contribuito a fare di Parigi una grande metropoli, al di là delle idee innovative di un architetto di successo.

Riferimenti

E. Camus, Ricardo Bofill : « Je n’ai pas réussi à changer la ville », 8 febbraio 2014, Le Monde