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A Pavia, un seminario per riflettere sulla Legge Delrio dopo il referendum

Nello scorso mese di gennaio dirigenti e funzionari di province, città metropolitane, regioni e comuni, provenienti da diverse parti della Penisola, si sono trovati a Pavia, in una delle sedi della sua antica università, per due giorni di ritiro nel quale ragionare sul futuro della pianificazione territoriale di area vasta, la più strategica di tutte le funzione assegnate alle province ad inizio anni Novanta recentemente confermata dalla Legge Delrio. Negli ultimi anni si è parlato poco di questa funzione, a causa dell’incertezza sulla sorte delle province, e ora, dopo i risultati del referendum, può essere rilanciata a patto di aggiornarla alla luce delle rilevanti novità che la Legge Delrio ha introdotto negli organi dell’ente intermedio.

Accantonata a priori l’ipotesi di un ritorno all’elezione diretta degli organi provinciali, i convenuti a Pavia hanno ragionato su un più plausibile e fattibile aggiornamento della legge. L’attenzione è stata focalizzata sui miglioramenti da introdurre, per tenere conto degli esiti del referendum, e per correggere le difficoltà che sono emerse in questi primi anni di applicazione. I racconti dei partecipanti, nelle loro esperienze dirette sul campo, hanno per esempio evidenziato le difficoltà delle città metropolitane, che istituite a gennaio 2015 stentano a decollare, strette da un lato da un Sindaco che ha per legge un doppio incarico, per la città metropolitana e per il capoluogo, ma che deve rendere conto solo ai cittadini di quest’ultimo, e dall’altro da regioni che percepiscono i nuovi enti metropolitani come pericolosi concorrenti.

I partecipanti hanno anche evidenziato la necessità di ricostituire un ambito di autonomia rispetto agli interessi locali dove potere discutere in modo indipendente le questioni di area vasta. La Legge Delrio, con l’introduzione degli amministratori comunali negli organi della provincia, ha di fatto assegnato ai comuni un controllo diretto sulle decisioni di area vasta, anche se la titolarità formale della funzione di pianificazione territoriale è rimasta in capo alle province. La legge definisce l’impostazione della Riforma a grandi linee, e lascia ampio spazio alle province per integrare e correggere alla scala locale attraverso la ridefinizione degli statuti. Questa è un’opportunità: il livello intermedio di governo potrebbe divenire laboratorio dove sperimentare modalità nuove, da ampliare successivamente ai comuni e alle altre istituzioni pubbliche. Nel seminario sono emerse proposte per riorganizzare i nuovi organi e le strutture tecnico-amministrative delle province, non solo ai fini del mero aggiornamento rispetto alle nuove disposizioni normative, ma anche come occasione per superare quell’impostazione settoriale, per dipartimenti o assessorati separati, refrattari ad un approccio interdisciplinare, che ha sempre costituito un limite nell’operare delle province, e non solo delle province.

Ad oggi non sono ancora state recepite nei nuovi statuti le opportunità introdotte dalla legge, limitandosi nella gran parte dei casi a riprodurre il modello organizzativo precedente, anche ricreando in modo fittizio quegli aspetti, come le giunte, che la Legge 56-2014 ha cancellato. A distanza di tre anni dall’entrata in vigore i comuni, pur avendo ora la possibilità di controllare direttamente i temi di area vasta, faticano ad aggregarsi, in associazioni o unioni, o all’interno degli organi provinciali, per accordarsi su come affrontarli. Stanno così perdendo un’opportunità, in quanto a fronte di una situazione di stallo decisionale le regioni sono tenute a intervenire per sussidiarietà. Nel seminario sono state illustrate alcune delle situazioni regionali più significative. Pur nella diversità dei contesti e delle soluzioni adottate si nota che in generale le regioni tendono ad entrare in modo più diretto nel coordinamento della pianificazione comunale. Alcune, ma non tutte, si appropriano di parte delle competenze di verifica di compatibilità sui piani comunali, e scendono ad una scala di maggiore dettaglio nei nuovi piani territoriali regionali, dove strategie e obiettivi vengono affiancati da regole e criteri attuativi, anche quantitativi.

L’incontro di Pavia è anche stata occasione per affrontare i temi dell’innovazione tecnologica, che sta da tempo imponendo ritmi sempre più accelerati attraverso la disponibilità di strumenti sempre più potenti (reti 5 G, internet of things, reti neuronali, oggi,  e chissà quali altri nel futuro). La Pubblica Amministrazione deve diventare più dinamica, deve rinnovarsi nel profondo se vuole tenere il passo dell’innovazione utilizzando le potenzialità dei nuovi strumenti. I piani territoriali, notoriamente lenti e estremamente macchinosi negli aggiornamenti, dovranno snellire le procedure, essere inclusivi, mettere gli enti in rete, essere flessibili piuttosto che vincolanti, imparare ad evolversi monitorando le dinamiche territoriali, per guidarle anticipandole invece di rincorrerle per adeguarsi a posteriori. La riorganizzazione dell’ente intermedio innescata dalla Legge Delrio, che scardina, almeno potenzialmente, tanti previgenti assetti consolidati, è occasione per proporre proprio le province come laboratorio per sperimentare strumenti e modalità innovative da trasferire successivamente ai comuni.

Gli interventi e le riflessioni di questa intensa due giornate di confronto sono stati raccolti nel volume di atti recentemente messo a disposizione  qui.   Sul tema vedere anche gli interventi dell’autore pubblicati su Millennio Urbano del 11 e 26 febbbraio e 22 marzo 2017.