Edoardo Salzano, Venezia e la sua laguna

Ho avuto la fortuna di studiare urbanistica con Edoardo Salzano, docente dello IUAV di Venezia tra i più amati dagli studenti. Se n’è andato ieri e voglio ricordarlo qui, con un estratto di un suo contributo sulle ragioni dell’insetricabile connubio tra un ecosistema e la storia millenaria di una città che su di esso ha costruito la sua grandezza. Il mancato governo unitario di questo rapporto vitale è la ragione del reciproco declino, del quale la storia del MoSE e della riduzione dell’intero sistema a parco tematico per turisti sono solo gli ultimi capitoli (Michela Barzi).

Da La laguna di Venezia e gli interventi proposti di Edoardo Salzano (2003)

Un ecosistema unico al mondo – e poi spiegherò perché – il cui territorio appartiene oggi a nove comuni (Venezia, Chioggia, Campagna Lupia, Mira, Quarto d’Altino, Codevigo, Iesolo, Musile e, oggi, Cavallino), ma le cui vicende sono strettamente dipendenti dall’evoluzione di un bacino che a sua volta ne comprende 110, appartenenti a quattro province (Venezia, Padova, Treviso, Vicenza). Se c’è un’area vasta che ha bisogno di un governo unitario è questa, la Laguna di Venezia. E, infatti, un governo unitario quest’area l’ha avuto per 1000 anni. Dalla fine del XVIII secolo non ce l’ha più, nonostante tentativi compiuti negli ultimi decenni.

Un accidente della natura

È al suo governo unitario, garantito per dieci secoli dalla Serenissima Repubblica di Venezia, che la laguna deve la sua sopravvivenza. È l’unica laguna al mondo rimasta tale per tanti secoli. La laguna è, infatti, per definizione, un sistema in equilibrio instabile: un accidente della natura.

È formata dall’equilibrio tra due forze concorrenti. Le acque dei fiumi portano verso il mare gli apporti solidi che strappano alla terra, li accumulano alla loro foce, lì si depositano assumendo – per l’effetto delle correnti marine – la forma di lunghe barre semisommerse che, poco a poco solidificandosi, generano i più stabili lidi. Tra i lidi e i margini della terraferma si forma così uno specchio d’acqua irrorato dalle acque dolci dei fiumi e da quelle salate del mare, che penetrano dalle bocche rimaste aperte tra i lidi. Acque ormai né dolci né salate, ma dotate d’una differente natura rispetto alle une e alle altre: acque salmastre.

Lo specchio d’acque salmastre è un ambiente diverso da ogni altro. Il suo fondale non è regolare come quelli imbutiformi dei laghi o digradanti delle baie e dei golfi o ripidi delle coste a falesia: è formato dagli innumerevoli letti dei meati fluviali che nei secoli lo hanno percorso, scavando dove più dove meno, depositando detriti in misura più o meno vistosa. E dove il gioco meandriforme del sistema dei canali sommersi ha lasciato sponde più alte, lì – per qualche ora al giorno o qualche settimana all’anno – il terreno rimane emergente dalle acque e ospita variabili vegetazioni e specie animali.

Nella laguna formata dalle foci del Brenta, del Sile, del Musone, del Piave e di altri numerosi corsi d’acqua a settentrione della foce del Po e dell’Adige, su qualcuno degli isolotti semisommersi le prime famiglie di pescatori, e poi i popoli fuggitivi dall’entroterra sospinti dalle ondate dei barbari, hanno consolidato il terreno, costruendovi dapprima le loro abitazioni e i loro villaggi, poi la loro città, Venezia, dotandosi nel tempo d’una rigida pianificazione regolativa, unica garanzia della saggia amministrazione d’un suolo scarso e costoso.

Tutto ciò, fino a quando le due forze contrapposte, quella dei fiumi e quella del mare, restano in equilibrio, come una pallina al culmine di una superficie convessa.

Due destini naturali

Ecco allora i due diversi e opposti destini cui ogni laguna è, per natura, condannata.

Se vince la forza dei fiumi terragni, se prevale l’accumulo dei depositi solidi che essi portano con sé (le ghiaie, la sabbia, il limo, i residui vegetali delle foreste travolte dalle alluvioni), ecco allora che la laguna (ogni laguna), da instabile e multiforme specchio d’acqua salmastra si trasforma in uno stagno, poi in una palude, e finalmente, magari bonificata dalle umane opere, in un campo.

Se vince la forza delle onde marine, l’erosione asporta gli apporti solidi consolidati nel tempo, trascina via ciò che contende spazio all’acqua salata e oppone la sua salmastra immobilità alla forza delle correnti: la laguna (ogni laguna) si trasforma in un braccio di mare, baia o golfo che sia.

Contro questi due destini la Serenissima Repubblica di Venezia ha combattuto per 1000 anni. Vittoriosamente, solo perché ha impegnato verso questo obiettivo tutte le intelligenze disponibili, tutte le tecnologie adeguate, tutte le risorse mobilitabili, tutta l’autorità disponibile (e non era poca), tutte le capacità di amministrazione saggiamente costruite.

Il nido del potere

Conservare la laguna era vitale per la Serenissima. La laguna era il rifugio che garantiva sicurezza dai possibili attacchi da terra e dal mare; era il luogo dove lo strumento essenziale dell’egemonia statale sul suo vasto impero commerciale, la flotta, poteva essere costruita, armata, trovare riparazione e rifugio; era il luogo al quale affluivano, grazie al controllo dei fiumi e della loro navigabilità, le materie prime (soprattutto il legname) necessarie per consolidare il suolo, per fondare le costruzioni ed erigerle (finché terribili incendi suggerirono di sostituire almeno in parte l’infiammabile legno con le leggere argille cotte); era la vasta fabbrica dei prodotti essenziali per l’alimentazione e la conservazione degli alimenti: le molte specie di pesci e molluschi, parsimoniosamente regolamentate nel loro prelievo, i volatili attirati dal particolare habitat, il sale dei vasti depositi costieri, le verdure delle isole maggiori e dei lidi.

Tutto questo era la laguna per la Serenissima: il nido all’interno del quale la sua forza si manteneva, si sviluppava, diventava capace di gareggiare e di vincere, di difendersi e di ritemprarsi. Per renderlo possibile la laguna doveva venir conservata, doveva rimanere tale pur trasformandosi al mutare delle condizioni e delle necessità. L’accidente della natura doveva diventare un sistema permanente.

Un sistema permanente

Un sistema permanente: in queste due parole sta tutta la scommessa di Venezia e della sua laguna. Un sistema: un organismo costituito da un complesso di elementi, ciascuno dei quali essenziale e vitale, e ciascuno legato agli altri da precise relazioni, non modificabili ad libitum senza condurre il sistema al collasso. Permanente, cioè capace di rimanere nel tempo tale, governato dalle medesime leggi mutevoli della natura, benché soggetto agli ulteriori elementi di cambiamento che gli eventi al contorno e l’azione dell’uomo producevano.

Realizzare questo miracolo, lasciare che le contrastanti forze dei fiumi e del mare, della terra e dell’acqua, collaborassero senza che l’una prevalesse sull’altra, e al tempo stesso introdurre le trasformazioni necessarie a vivere la laguna (approfondire un canale o aprirne uno nuovo, consolidare un isolotto o aprire varchi in un altro) significava sottoporre la laguna a un governo minuzioso, fondato sulla quotidianità dell’intervento, sulla continuità della vigilanza, sulla più accorta gradualità, sperimentalità e reversibilità delle innovazioni (un nuovo canale, un nuovo argine, un nuovo consolidamento, una nuova immissione) e sul monitoraggio dei loro effetti.

Soprattutto, significava adoperare le leggi della natura con un’accortezza ancora maggiore di quelle che la natura stessa avrebbe impiegato, poiché si trattava di rendere permanente un sistema che essa avrebbe cancellato, in un modo o nell’altro.

Tutte le armi del buongoverno veneziano vennero impiegate in questa logica e a questo scopo. Come ha scritto Piero Bevilacqua (Venezia e le acque, 1995), la storia di Venezia è “la storia di un successo (…) nel governo dell’ambiente che ha le sua fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo quotidiano e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque e della città”.

Cade il governo della laguna e cambia il mondo

La caduta della Repubblica di Venezia, l’anno 1797, fu senza dubbio la causa più appariscente del cambiamento: della fine di un governo unitario della laguna finalizzato a quel sistema di obiettivi e regolato da quel sistema di strumenti. Eventi più vasti erano accaduti, e non potevano non riverberarsi in quello specchio d’acqua, in quell’angolo del Mare Adriatico.

Il mondo era cambiato. Eventi accaduti a Londra e a Parigi avevano trasformato le condizioni di base della sua evoluzione. L’avvento e il trionfo del sistema economico-sociale basato sul modo capitalistico della produzione e sull’affermarsi della borghesia aveva introdotto, e tendenzialmente generalizzato, modi del tutto nuovi di governare i rapporti tra gli uomini e quelli degli uomini con la natura e il mondo circostante.

La produzione industriale si era rivelata in grado di moltiplicare all’infinito le quantità di merci disponibili, emancipando l’uomo dal vincolo dei ritmi parsimoniosi della natura. Ogni frutto prodotto dall’uomo o dalla natura, da bene, oggetto dotato d’una sua individualità e di un suo valore d’uso era stato trasformato in merce: mero deposito di valore di scambio, oggetto fungibile con qualsiasi altro. L’individualismo, molla potente del progresso quantitativo, aveva via via cancellato le regole della comunità, soprattutto là dove queste minacciavano il diritto all’appropriazione privata dei beni disponibili. Le grandi possibilità offerte dalle nuove tecnologie basate sull’impiego dell’acciaio e del cemento, sulla sostituzione delle macchine semoventi alla fatica dell’uomo e dell’animale, avevano rivoluzionato il modo di realizzare strade, canali, argini e dighe, ponti e nuove infrastrutture.

L’ambiente naturale, fino ad allora rispettato e temuto compartecipe dell’uomo nel suo progetto di trasformazione e utilizzazione del mondo, era diventato semplice materia prima per una continua ri-creazione delle condizioni date. E lo Stato (che a Venezia era stato il grande garante di un equilibrato rapporto tra l’uomo e l’ambiente) era diventato in ogni paese d’Europa strumento per l’affermazione d’ogni borghesia capitalistica, nella concorrenza feroce con quella d’ogni altra nazione: per l’impossessamento di ambienti diversi, di nature diverse da sfruttare, trasformare, alienare.

La stessa cognizione del tempo era mutata. Non più misurato sulla durata lunga degli eventi, sui ritmi delle ricorrenze naturali, sulla gittata pluriennale delle trasformazioni più consistenti (la messa a dimora di un bosco, il consolidamento di un lido, il rimodellamento d’un sistema fluviale), l’unità di conto del tempo si avvicinava sempre di più alla frantumazione della giornata: all’ora, al minuto, al secondo. La prospettiva non era più il succedersi delle generazioni: era una stagione della vita dell’uomo cui altre, più ricche, dovevano seguire.

La laguna si trasforma

Basta osservare una mappa della Laguna di Venezia per rendersi conto degli effetti dei grandi mutamenti intervenuti nelle coscienze e nella realtà mondiale, dalla caduta della Repubblica ai tempi nostri.

Dissolti l’ombrello protettivo delle regole che tutelavano i regimi proprietari, e la stessa consapevolezza della laguna come bene comune, parti estese del territorio lagunare sono state privatizzate e usate in vista di tornaconti immediati. Alcune bonificate e ridotte a campagne, altre trasformate in bacini chiusi da argini (le valli da pesca) in cui praticare lucrose attività itticole, altre ancora, più tardi, imbonite e convertite in zone industriali: porzioni consistenti del bacino sono state sottratte ai ritmi delle acque e al gioco delle alluvioni e delle maree. Ridotto così (di circa un terzo in mezzo secolo) l’ambito dove potevano estendersi le maggiori alte maree e le piene dei fiumi sversanti in laguna, sono aumentate le frequenze e le intensità delle inondazioni dei centri abitati.

Analogo effetto ha avuto l’approfondirsi dei maggiori canali d’accesso (disegnati ormai come rettilinei stradali, e non più assecondando il disegno naturale delle acque), e delle stesse bocche di porto, sia per i dragaggi effettuati onde consentire l’ingresso alle zone industriali di navi di grande pescaggio, sia semplicemente per l’abbandono delle pratiche di monitoraggio e manutenzione continua che la Serenissima aveva sistematicamente condotto. Masse imponenti d’acqua si sono riversate dal mare alla laguna ogni volta che la fase lunare, il vento e la depressione atmosferica aumentavano il dislivello tra l’acqua esterna e quelle interne.

Gli effetti dell’accresciuta immissione di acque marine e della ridotta superficie del bacino d’espansione sono stati aggravati da due ulteriori eventi. Da un lato, il venir meno dell’attività di manutenzione continua della rete canalicola nelle zone più lontane dalle bocche di porto ha reso le parti marginali della laguna più difficilmente raggiungibili dall’onda di marea e, quindi, ha ridotto ancora il bacino d’espansione efficace. Dall’altro lato, le esigenze della produzione industriale hanno provocato, nella terraferma, l’attivazione di numerosi pozzi di prelievo dell’acqua di falda, causando l’abbassamento del livello di quest’ultima e, con essa, di quel soprastante strato solido di argilla compattata da millenni (il caranto) che sorregge i limi e le sabbie su cui sorgono Venezia e gli altri centri lagunari.

Il collasso e i suoi frutti

Il 4 novembre 1966 l’effetto congiunto della tracimazione dei fiumi e di un’eccezionale alta marea marina fece aumentare il livello delle acque ad un’altezza inusitata, per molte ore. Si sfiorarono i 200 cm sul livello medio marino, mentre l’altezza media su tale livello del piano stradale e dei piani terra delle abitazioni e dei negozi si aggirava tra i 100 e i 150 cm. Si gridò alla catastrofe. L’opinione pubblica mondiale si commosse temendo che Venezia scomparisse tra i flutti: se non oggi, in un domani non lontano.

Si dibattè, si studiò, si comprese, si tentò di fare. Il lungo lavoro pre-legislativo che si svolse tra Roma e la laguna con il puntuale controcanto dei maggiori quotidiani e che si concluse con la discussione parlamentare sulla legge 171/1973, approdò a una nuova consapevolezza del problema, delle sue cause, delle sue possibili soluzioni.

Si comprese che ogni ulteriore sottrazione di area alla superficie lagunare doveva essere vietata e che bisognava studiare i modi per ripristinare l’antica estensione. Di conseguenza, si abbandonò per sempre la devastante iniziativa della realizzazione di una nuova gigantesca terza zona industriale, più grande della somma delle precedenti: le casse di colmata già realizzate dovevano essere restituite al gioco delle maree.

In termini più generali, lo Stato assunse il compito di assicurare la “regolazione dei livelli marini in laguna, finalizzata a porre gli insediamenti urbani al riparo dalle acque alte”, mediante “opere che rispettino i valori idrogeologici, ecologici ed ambientali ed in nessun caso possano rendere impossibile o compromettere il mantenimento dell’unità e continuità fisica della laguna”.

Cominciò d’altra parte ad affacciarsi l’ipotesi di operare sulle bocche di porto con restringimenti fissi e, se necessario, mobili per regolare l’afflusso delle acque marine, ma si completò questa soluzione con un mosaico ricco di altri tasselli. Si prescrisse che nella definizione delle soluzioni tecniche si considerasse “l’influenza sul regime idrodinamico dell’apertura alla espansione delle maree delle valli da pesca nonché delle aree già imbonite dalla cosiddetta terza zona industriale”, che si operasse per “la riduzione delle resistenze alle maree della zona nord orientale della laguna”, per “la riduzione a livello normale dei fondali, ora profondamente erosi dalle correnti, nel canale di S. Nicolò nonché allo sbocco in laguna dei porti-canale di Malamocco e Chioggia”, per l’aumento “delle dissipazioni di energia del flusso di marea lungo il percorso entro i porti-canali”.

Una visione sistemica e una visione ingegneristica

Si cominciò a comprendere, insomma, che la laguna era un sistema, e come tale doveva essere trattato. Non a caso, si affidò a un “piano comprensoriale dei comuni della Laguna di Venezia e Chioggia” il compito di delineare l’insieme delle soluzioni territoriali da adottare per l’insieme dell’area.

Il piano comprensoriale venne tempestivamente redatto, ma non giunse mai all’approvazione finale. All’unità di governo dei tempi della Serenissima la pasticciata Repubblica italiana aveva saputo sostituire solo un farraginoso meccanismo, espressione delle volontà contrastanti (e, quindi, paralizzanti) di poteri dei comuni e della regione, e per di più sottoposto all’approvazione finale di quest’ultima. Un meccanismo che non funzionò perché non poteva funzionare.

Ma accanto ad esso, lo Stato, e per esso il Ministero dei lavori pubblici (e il suo braccio operativo locale, quale era divenuto l’antico e glorioso Magistrato alle acque) agiva secondo le sue logiche. Partiva l’ideazione e la progettazione di quello che fu poi denominato MoSE (modulo sperimentale elettromeccanico), e la costituzione del soggetto privato cui lo Stato avrebbe delegato poteri, competenze e risorse pubbliche per studiare, progettare ed eseguire il complesso delle opere ritenute necessarie.

Mentre lo Stato proseguiva in un’ottica che è definibile solo tardo-ottocentesca (come argomenterò meglio più avanti), e la regione affossava il piano comprensoriale, il Comune di Venezia si attrezzava per poter collaborare dialetticamente con gli altri soggetti nell’ambito delle sue limitate competenze istituzionali (ma dei suoi non marginali poteri politici). Si affinavano sul versante comunale, sia pure con risorse limitatissime, gli studi e le analisi sulla laguna.

 

L’articolo integrale è stato pubblicato in Area Vasta online, n°6/7 2003.

Parigi e la perdita dell’aureola

Il terrorismo nelle strade piene di gente della Ville Lumière sembra aver innanzi tutto abbattuto il mito di una città che per prima ha portato le insegne della modernità. Ricorda Walter Benjamin che un mattino, all’improvviso, Parigi possedette le migliori strade per automobili di tutta Europa. E tuttavia, mentre tutto ciò avveniva un secolo e mezzo fa,  persino Charles Baudelaire giudicava più dignitoso perdere le proprie insegne di poeta, nel tentativo di passare indenne attraverso il traffico dei boulevard di Parigi, piuttosto che la vita stessa.

Il fatto che ora la vita la si possa perdere semplicemente sostando in uno degli innumerevoli café, restaurant e salle de musique di questa città-specchio della modernità ha un po’ lo stesso effetto di simbolo infranto che si ottiene lanciando un sasso contro la vetrina di una banca o di un negozio di lusso: non è il contenuto che interessa ma tutto ciò rappresenta quella insegna distrutta. I boulevard della capitale del Secondo Impero realizzata dal barone Haussmann  – che, come ha sottolineato Marshall Berman, costituiscono «le basi  economiche, sociali ed estetiche per l’aggregazione di una enorme quantità di persone» – sono stati per un secolo e mezzo la vetrina della modernizzazione dello spazio urbano ora andata in pezzi.

D’altra parte però da quello stesso processo di modernizzazione sono nati gli insediamenti  della città industriale che nel caso di Parigi e non solo si concretizzano nel concetto di banlieue, secondo il primo ministro francese Manuel Valls luoghi de «l’apartheid territoriale, sociale ed etnica». Da lì, da questi ghetti che nel caso della Ville Lumière si situano in modo paradigmatico al di là dell’anello del Boulevard Périphérique, nasce la forma mentis della separazione e dell’isolamento. Ora sembra assodato che gli autori degli attacchi terroristici che hanno mandato in frantumi la vie parisienne siano l’incarnazione  di quel «tipo di isolamento prodotto dalla mancanza di inter-comunicazione che deriva dalla differenza di lingua, di costumi, di tradizioni e di forme sociali» che – secondo la definizione messa a punto nel 1928 dal sociologo Louis Wirth-  rappresentano il ghetto.

Il connubio tra ghetto e jihadismo europeo emerge quindi dalle biografie degli autori delle stragi di Parigi. Bisognerà allora pensare a nuovi modelli urbanistici e di socializzazione, sostiene Farhad Khosrokhavar, che da tempo studia il fenomeno. Eppure  il problema più che la riqualificazione urbana, materia sulla quale è stata istituita un’apposita agenzia, riguarda la mancata integrazione tra la città centrale e le cité, i comuni autonomi dove prevale l’aspetto del quartiere dormitorio tipico di molta edilizia popolare novecentesca. In altre parole finché i banlieuesard non saranno parigini a tutti gli effetti l’apartheid territoriale, sociale ed etnica continuerà ed essere l’aspetto qualificante le banlieue. Se da una parte l’aureola della Ville Lumière si è persa insieme alle vite stroncate dai terroristi, dall’altra Parigi può ritrovarsi la sua identità di metropoli europea che ha più a che fare con il sistema di trasporto metropolitano, piuttosto che con la città delineata dalla ristrutturazione amministrativa di un secolo e mezzo fa.

E tuttavia, a differenza di altre grandi città europee che sono dotate di un ente di governo metropolitano quello della Grande Parigi esisterà solo a partire dal 1 gennaio 2016. L’ostacolo sulla strada della governance metropolitana – con particolare riguardo alle politiche abitative, materia che divrebbe finalmente attenere alla pianificazione di area vasta  – riguarda il fatto che l’unico ente territoriale fino ad ora competente sull’agglomerazione metropolitana è la Regione Ile de France, che anche dal punto di vista spaziale finisce per coincidere essa.

 

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Foto C. Fissardi

Parigi è quindi, allo stesso tempo, una grande metropoli di oltre 12 milioni di abitanti, che addirittura oltrepassa i confini dell’Ile de France,  e la storica Ville Lumière che ne racchiude solo 2,3 milioni. Con l’istituzione a breve del nuovo ente territoriale intermedio tra comuni e regione solo la metà della popolazione dell’area metropolitana e  poco più di un quinto della sua superficie saranno inclusi nella Métropole du Grand Paris da  6,5 milioni. Allora se alla Grande Parigi ancora manca una identità metropolitana, che passi anche attraverso il senso di appartenenza dei suoi cittadini, il rischio è che al processo di ristrutturazione amministrativa, attuato attraverso la costituzione del nuovo ente, non faccia seguito l’integrazione dei cittadini. Si tratta di una questione da non sottovalutare se l’emergenza sociale dell’integrazione nella dimensione civile di una grande metropoli della banlieue, concetto dentro il quale vanno a finire buona parte di quei comuni che stanno al di là del Boulevard Périphérique  e che costituisce uno stigma per chi vi abita,  diventa sempre più urgente.

Riferimenti

Su Parigi e la questione delle banlieue si vedano i numerosi articoli pubblicati in questo sito.

Le aree produttive, un tema per la pianificazione di area vasta

Dopo la Riforma Delrio, che ha profondamente mutato natura e ruolo del livello intermedio di governo, sorge spontanea la domanda su quali siano i temi territoriali di area vasta, fino a ieri affrontati dalla provincia con i suoi strumenti di programmazione, e ora in attesa di una conferma o nuova attribuzione di competenza[1]. La Riforma auspica che siano i comuni ad esercitare il maggiore numero possibile di funzioni, meglio se in forma associata, e dove proprio necessario con il supporto tecnico dell’ente intermedio. Nei casi più complessi un ruolo importante può essere svolto dal Piano territoriale dell’ente intermedio (PTCP), a condizione che si doti di regole e strumenti adeguati.

Un tema territoriale di area vasta, che potrebbe sicuramente trarre vantaggio da un approccio coordinato tra comuni, è la programmazione e gestione delle aree produttive. Nei decenni passati quasi tutti i comuni, anche quelli piccoli, hanno individuato aree, anche più di una, da destinare ad attività industriali e artigianali. Si sono create dotazioni di aree frammentate e senza servizi, poco competitive e quindi poco appetibili per nuove imprese in cerca di localizzazione. Con il passare degli anni attorno a questi siti sono inoltre cresciuti paesi e quartieri, creando situazioni di difficile promiscuità con limitrofe aree destinate a residenza, servizi e altri usi.

Trai i PTCP più recenti, quello di Pavia, entrato in vigore lo scorso settembre, prevede che nuovi siti produttivi possano essere programmati solo se di rilevanza sovracomunale, raggruppando in questi i fabbisogni di più comuni. Siti più ampi potranno essere meglio dotati in termini di accessibilità e di servizi di utilità per le imprese da insediare. Questi siti, con le maggiori risorse a disposizione, potranno più facilmente essere inseriti nell’ambiente e nel territorio, e a tale fine il piano prevede una serie di requisiti di compatibilità per accedere alla qualifica di APEA (area produttiva ecologicamente attrezzata), introdotta dalla normativa nazionale nell’art 26 del D.lgs 112/1998. Strumenti vengono forniti anche per facilitare gli accordi tra comuni, per esempio per perequare le ricadute negative ma anche per ripartire oneri di costruzione e di urbanizzazione.

Oggi, in una situazione di crisi economica, è difficile che emerga l’esigenza di nuovi siti, ma le condizioni potrebbero cambiare rapidamente. Negli Stati Uniti e in Europa sono di recente emersi casi di rientro di imprese che anni fa avevano spostato la produzione nei Paesi Orientali. In attesa di sviluppi, difficili da prevedere in un’economia sempre più globale, è in ogni caso oggi più prudente e realistico puntare su riuso e riqualificazione delle aree produttive esistenti. Un ampio capitolo è quindi dedicato dal PTCP a fornire ai comuni strumenti da utilizzare e perfezionare nei propri piani comunali. Aree produttive di rilevanza sovracomunale possono essere localizzate anche su aree esistenti, dismesse o in esercizio, con eventuali contenuti ampliamenti, ovviamente se compatibili con le condizioni al contorno e se in grado di raggiungere attraverso opportuni interventi i requisiti di compatibilità ambientale necessari per essere qualificate come APEA. Una soluzione di questo tipo sarebbe peraltro coerente con i principi di riuso introdotti in questi anni nelle norme, nonché con il periodo di moratoria sul consumo di suolo introdotto dalla LR 31/2014.

Il PTCP fornisce ai comuni una serie di criteri per censire le aree esistenti e determinare se le attività produttive insediate siano allo stato attuale ancora compatibili o meno rispetto alle altre funzioni presenti nelle aree limitrofe.  Per le attività non più compatibili sono individuati percorsi per favorirne attraverso incentivi lo spostamento verso aree produttive sovracomunali. Per le attività compatibili sono invece consentiti limitati ampliamenti in sede per eventuali necessità produttive delle aziende già da tempo insediate, a fronte dell’adozione di misure di miglioramento dell’inserimento ambientale.

I criteri di compatibilità ambientale e territoriale, che con diverse combinazioni vengono utilizzati nelle casistiche sopra descritte, sono articolati nelle categorie: urbanistico, ambientale, sicurezza, paesaggistico, ecologico, rischio idrogeologico, accessibilità. Per la loro definizione il piano fa riferimento alle esperienze delle regioni che hanno specificamente normato criteri e regole per definire la qualifica di APEA.

Il PTCP di Pavia elaborato nel periodo di gestazione della Riforma Delrio mette dunque a disposizione dei comuni, che stanno per entrare negli organi provinciali[2], strumenti per affrontare in modo aggregato, per bacini ottimali, un importante tema territoriale di area vasta come quello della riqualificazione del patrimonio di siti produttivi, dando priorità al riuso di aree dismesse, riqualificando quelle degradate occupate da attività obsolete, e attrezzando aree, sia nuove che esistenti, con servizi che ne migliorano competitività e attrattività.

Sviluppare piani associati tra comuni sulla base di quanto suggerito dal PTCP può aiutare, a patto di non dimenticare che i piani associati sono comunque piani di livello comunale, e non possono sostituire la funzione svolta dal PTCP. Senza un piano sviluppato dall’ente intermedio, che sia di riferimento, è difficile affrontare le questioni di area vasta, che richiedono un’adeguata autonomia dall’influenza delle questioni locali. Se i soggetti che governano comuni e province sono gli stessi, nel senso di persone fisiche, le cariche istituzionali devono essere mantenute separate, come già discusso in un recente scritto[3]. Questo significa che PTCP e piani associati comunali non possono essere confusi né fusi in un unico strumento. Per continuare ad affrontare in modo efficiente e credibile i temi di area vasta devono essere mantenuti separati nella funzione, anche se integrati nelle finalità.

 

 



[1]     In realtà la pianificazione territoriale rimane sempre, secondo quanto stabilito dalla Riforma, in capo all’ente intermedio, che si tratti di provincia o di città metropolitana, ma all’interno dei suoi organi entrano gli amministratori dei comuni e questo pone una serie di interrogativi su come questi possano prendere decisioni sui temi di area vasta senza farsi influenzare dalle questioni locali.

[2]     A Pavia come in alcune altre province l’ultimo mandato ad elezione diretta scade a metà 2016, essendo iniziato nel 2011, e solo successivamente sarà attuato il passaggio ai nuovi organi previsti dalla Riforma nazionale.

[3]     Vedere articolo pubblicato su Millennio Urbano il 30 ottobre 2015 “Piani comunali e provinciali dopo la Riforma Delrio”  http://www.millenniourbano.it/piani-comunali-e-provinciali-dopo-la-riforma-delrio