L’area vasta, questa sconosciuta

Le fotografie di capannoni, edifici espositivi, centri commerciali e persino discoteche dismesse scorrono impietose nella percezione diffusa di molto settori della cosiddetta Megalopoli Padana, quel grande ambito sovra regionale che comprende l’intera Italia settentrionale e che contiene un complesso ed inestricabile sistema di aree urbane. Ad essere particolarmente colpito dal fenomeno è il famoso Nord-Est, fino a qualche tempo fa una delle locomotive dell’economia nazionale, ma nessuno dei territori compresi tra le Alpi, gli Appennini e l’alta costa adriatica ne è esente .

Questa rappresentazione visiva degli effetti spaziali della crisi economica e delle ricadute della pianificazione comunale – pensata come matrice dello sviluppo territoriale senza mai fare i conti con i propri limiti a cominciare da quelli amministrativi – è quanto scorre sotto gli occhi di chi si sposta, tra un’arteria di comunicazione e l’altra, dentro il perimetro di quella grande città di città, dove queste ultime hanno mantenuto un forte senso di sé basato su una storia millenaria ed uno stretto rapporto con il territorio circostante.

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Foto: F. Gastaldi

Basta una simile esperienza visiva per rendersi conto della necessità di mettere in campo la nozione di area vasta nell’attività di pianificazione delle città, piccole, medie o grandi che siano. Esse costituiscono le membra del corpo della megalopoli e, più in generale, sono ancora in grado di rappresentare quel senso di cittadinanza che, secondo la nota affermazione di Carlo Cattaneo, è il vero collante dell’identità nazionale nel suo complesso. Oggi, dopo alcuni decenni di mutamento di questa costellazione di città nelle aree urbane che nel frattempo hanno generato, non ci si può limitare ad esempio a considerare i fenomeni di dispersione insediativa solo attraverso la logica dell’allarme per il consumo di suolo. Bisogna cominciare a parlare della natura del male che affligge le aree urbane, non solo analizzarne i sintomi. Ecco perché è necessario occuparsi di area vasta come unica, indispensabile chiave di lettura del processo che ha tramutato la nozione storica di città in qualcosa di molto diverso, dai confini mobili, eppure, dal punto di vista della lettura spaziale, facilmente identificabili.

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Immagine: M. Barzi, fonte ESPON

Alcune agenzie internazionali come l’OCSE (OECD Regional and Metropolitan Database) e l’Unione Europea (ESPON Programme) hanno da tempo fornito alcuni strumenti di lettura, basati su geodatabase, delle aree urbane e metropolitane dei paesi membri. In particolare la mappatura di ESPON (European Spatial Planning Observation Network) è utile per identificare le aree urbane sia dal punto di vista morfologico che da quello funzionale. Le Morphological Urban Areas sono state identificate a partire dalle Urban Morphological Zone mappate dall’European Environment Agency. La EEA  le definisce come l’insieme di aree urbane non separate tra loro per più di 200 metri, dove per aree urbane s’intendono le superfici utilizzate per funzioni antropiche individuate dalla cartografia Corine Land Cover. Le Functional Urban Areas sono invece state identificate in base ai bacini di attrazione del mercato del lavoro  aventi al centro una Morphological Urban Areas.

Pur con tutti i limiti di una spazializzazione fatta attraverso criteri rigidi e indifferenti ai singoli contesti, la possibilità di identificare le aree urbane da un punto di vista morfologico e funzionale è alla portata di chi voglia porsi il problema di integrare la dimensione dell’area vasta negli scenari e negli strumenti della pianificazione. Ciò vale sia per le città che danno luogo alle aree urbane  sia per i comuni che ne sono parte. Si tratta di una casistica molto vasta: giusto per fare un esempio, la stragrande maggioranza dei comuni lombardi fa parte almeno di una Functional Urban Area, essendone esclusi solo quelli delle più remote valli alpine e dei più periferici territori rurali.

Rispetto a questo ormai strutturato quadro di conoscenze, la recente riforma Delrio ha almeno il merito di introdurre il tema a livello legislativo, in particolare per quanto riguarda le città metropolitane, ma più in generale a proposito della possibilità che almeno le città capoluogo giochino un diverso ruolo per la pianificazione di area vasta. Ad esse si può ragionevolmente fare riferimento per la definizione delle politiche a questa scala, essendo venuto meno l’ente territoriale intermedio rappresentato dalla provincia. Le città capoluogo  possono definire scenari strategici per aspetti strutturali quali le politiche insediative – con tutto ciò che ne consegue per quanto riguarda le ricadute sul sistema dei trasporti, dei servizi e sul tessuto economico alla scala locale – utili anche ai comuni interni alle proprie aree urbane ad esempio nella prospettiva di nuovi scenari  post crisi economica.

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Foto F. Gastaldi

Si tratta quindi di superare la frammentazione decisionale che non è solo frutto di quella amministrativa ma ha più che altro a che fare con l’incapacità di individuare la scala territoriale adeguata per dare risposte ai profondi mutamenti imposti dalla recessione economica e dalla accresciuta importanza delle strategie globali nella definizione degli assetti territoriali. Ce la farà la politica nei territori a comprendere la necessità di questo cambiamento di visione strategica e di pratica amministrativa? Per adesso, anche a questo proposito, il ritardo è evidente e come spesso accade sono i cittadini, a partire dalle ricadute che tutto ciò genera sulle loro esistenze (si pensi ad esempio a quanto la mancanza di politiche strategiche di area vasta influiscano su ambiti decisivi per la vita delle persone come quello della mobilità), a chiedere un maggiore impegno degli amministratori nel superare la dimensione “del campanile” quando c’è da decidere sulle strategie insediative e su tutto ciò che ne segue (trasporti, servizi, attività economiche, funzioni ecosistemiche, eccetera). Ne sono una dimostrazione i numerosissimi comitati che sorgono per contestare la miopia e l’inutilità di molti piani comunali. Più il concetto di area vasta, come ambito ottimale per la governabilità dei processi territoriali, riuscirà ad uscire dall’alone di mistero nel quale è avvolto maggiori saranno  le possibilità che per i cittadini e gli amministratori  esso diventi la dimensione concreta con la quale pianificare il futuro delle comunità locali.

Riferimenti

Sull’impatto territoriale della crisi economica si vedano gli articoli di Francesco Gastaldi, Federico Camerin e Marco Pompilio pubblicati in questo sito.

Sugli effetti della riforma Delrio si veda la serie di articoli di Marco Pompilio qui pubblicati.