L’urbanistica ai tempi dell’urbanizzazione planetaria

Il processo globale di urbanizzazione ha messo in evidenza quanto sia diventata sempre più complessa la nozione di città e come, al riguardo, gli strumenti classici della pianificazione sembrino sempre meno utilizzabili. Diventa ad esempio progressivamente più difficile utilizzare in maniera oggettiva un concetto all’apparenza scientifico come quello di densità che è alla base degli standard urbanistici. Eppure stabilire in maniera ottimale la densità di edifici e persone è decisivo per la qualità dell’ambiente urbano. Se non si riesce a capire cosa significhi una buona densità, e per converso, quali siano gli effetti di una densità sbagliata su salute e benessere, ne consegue che mancheranno le basi per qualunque progetto, attuale e futuro, che riguardi le città. I sostenitori della città compatta, che si basa su una densità di edifici e persone tendenzialmente elevata, la indicano come il presupposto per una maggiore efficienza dei trasporti pubblici e delle prestazioni energetiche degli edifici. Tuttavia una elevata densità significa anche più incidenti stradali, più produzione di rifiuti, isole di calore, ecosistemi di bassa qualità, meno privacy e benessere psicofisico. D’altra parte però una densità troppo bassa vuol dire città meno efficienti, quartieri morti, necessità di investire risorse preziose per rimediare ai problemi creati da un rapporto troppo sbilanciato tra la dimensione dell’ambiente costruito e quella della popolazione che lo abita.

C’è una domanda che va posta a questo riguardo: chi deve prendere le decisioni legate alla densità nel suo insieme? La crescita urbana in paesi come l’India o la Cina, con i suoi ritmi tumultuosi ed irriducibili alle pratiche della pianificazione, ha come conseguenza l’aver messo in crisi la disciplina urbanistica nel suo complesso proprio a partire dal parametro della densità. L’urbanistica, che è nata per governare la crescita urbana delle città europee alle prese con gli effetti della rivoluzione industriale –  in concreto si trattava di una spaventosa densità e di precarie condizioni igienico-sanitarie –  di fronte a ciò che sta succedendo nelle città asiatiche, africane o sud-americane subisce una inevitabile crisi d’identità. Il processo globale di urbanizzazione ha messo in luce i rapporti sempre più complessi tra la pianificazione e chi ha la responsabilità di prendere delle decisioni.

Mentre è importante che esse siano assunte a monte dei processi di trasformazione coinvolgendo gli amministratori locali, i progettisti ed i cittadini, è sempre più evidente che sono i costruttori a prendere le decisioni sulla densità urbana, e poi in secondo ordine gli uffici pubblici. Le sempre più diffuse esperienze di partenariato pubblico-privato hanno progressivamente sostituito gli strumenti di gestione urbana e regionale, basati sul controllo gerarchico da parte dei governi statali e locali, con la governance, grazie alla quale enti locali e imprese condividono la titolarità della pianificazione. Se da una parte per governare la crescente complessità urbana in un futuro di grande incertezza la pianificazione deve essere più versatile e adottare un approccio metodologico che sappia differenziarsi rispetto alle rigidità del passato, dominato appunto dal principi del controllo gerarchico, rimane, in questo scenario, una domanda che conviene porsi: chi dovrebbe assumersi la responsabilità di come vengono modificate le città e le regioni?

La stessa domanda ha animato il convegno annuale delle scuole europee di pianificazione che si è recentemente svolto a Praga. Se la città è sempre di più un sistema complesso che si auto-regola bisogna che anche la pianificazione lo sia di conseguenza. Nulla di nuovo, dato che Jane Jacobs ha mirabilmente descritto oltre mezzo secolo fa la complessità urbana e la sua capacità di autoregolazione. Resta il problema della scarsa capacità dell’urbanistica di dotarsi di strumenti in grado di capire ed assecondare questa complessità. Il movimento per la cosiddetta urbanistica tattica propone una pianificazione che si attui per interventi minimi e secondo un piano flessibile. Per assecondare la capacità auto-organizzante dell’organismo urbano la flessibilità è senz’altro un aspetto che la pianificazione deve introiettare senza tuttavia perdere il rigore nella capacità di delineare scenari, almeno a medio termine, evitando di diventare uno strumento del laissez faire.

Se è senz’altro vero che le decisioni sulle trasformazioni delle città e dei territori si sono spostate fuori dal controllo pubblico ed hanno superato il dominio degli enti preposti e dei loro consulenti pianificatori, lo è anche che i processi di sviluppo urbano, alla scala planetaria, sembrano essere fuori controllo. A quella della vita dell’abitante medio delle città ciò significa aumento delle distanze da percorre tra casa, lavoro e luoghi dove si fanno gli acquisti e si beneficia dei servizi, ma anche meno denaro disponibile per la manutenzione e il miglioramento di strade, utenze e servizi pubblici. Aumentano anche le distanze tra i cittadini di una stessa città, con i ricchi che vivono in comunità chiuse e i poveri intrappolati in ghetti sociali ed etnici.

Tutti questi problemi dovrebbero essere affrontati attraverso la pianificazione come strumento di gestione urbana e regionale. Ma la pianificazione, così come i governi statali e locali, non ha più controllo gerarchico dei processi che trasformano le città e i territori. Insomma il classico cane che i morde la coda. Una chiave per uscire da questo circolo vizioso è senz’altro ripensare la pianificazione come processo flessibile che coinvolga in maniera crescente i cittadini, dando a loro la responsabilità di decidere sulle trasformazioni del luogo in cui vivono. Ciò che serve è quindi una cessione della sovranità del controllo e non il suo smantellamento da parte dei governi locali, una scelta del tutto politica nel senso letterale del termine.

Riferimenti

C. Boyko, Misunderstanding density: why we are building the wrong sort of cities, The Guardian, 29 luglio 2014.

A. Flint, Is Urban Planning Having an Identity Crisis?, CityLab, 17 luglio 2015.