La trappola della baraccopoli, tra economia e urbanistica

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Foto: La Repubblica

Lo scriveva già qualche anno fa Mike Davis, nel suo fortunato libro, che gli slum delle grandi città del Sud del mondo stanno diventando bombe ecologiche in senso lato, e che sono un problema globale. Malgrado ciò, forse perchè le baraccopoli evocano scenari molto lontani da quelli delle nostre città,  risulta difficile capire quanto il problema riguardi anche noi. Eppure la foto qui affianco non è stata scattata in una città del cosiddetto Terzo Mondo, ma a Milano, e raffigura l’ennesimo incendio scoppiato in un piccolo insediamento abusivo di una popolazione assolutamente europea come i rom. E’ assai probabile, inoltre, che dopo due secoli dalla loro apparizione ci siamo dimenticati che gli slum (il termine si traduce con tugurio, ma significativamente deriva anche da slump, smottamento) sono stati un fenomeno europeo e dei cosiddetti paesi sviluppati, prima che di quelli in via di sviluppo.

Storicamente gli slum si sono presentati come una delle conseguenze dello sviluppo economico innescato dalla Rivoluzione Industriale.  A partire dalla migrazione delle campagne da parte della mano d’opera a basso costo che già alla fine del XVIII secolo cercava miglior fortuna in città come Londra, gli insediamenti di baracche  si sono diffusi nelle metropoli europee e nordamericane prima  che il fenomeno si presentasse  in dimensioni assai più vaste in quelle asiatiche, africane e sudamericane. E’ lì che ora si concentrano i più grandi slum del pianeta, in alcuni casi abitati da milioni di persone che cercano nella vicinanza alle metropoli le opportunità che non possono trovare nei territori rurali. Sembra incredibile, ma in questi enormi agglomerati umani senza acqua, fogne, strade, e servizi a rete, milioni di persone cercano di migliorare la loro situazione precedente. Eppure il prezzo che esse pagano per vivere in quelle condizioni deve pur essere commisurato ai vantaggi della vita urbana, calcolabili soprattutto in occasioni di lavoro.

Gli slum pongono quindi una questione di carattere economico, se vengono considerati come concentrazioni di disoccupati dediti agli impieghi dell’economia informale, ed un grande problema urbanistico in quanto  incontrollato sviluppo dell’estensione e della popolazione delle città.

Ma se la soluzione urbanistica del problema degli insediamenti di baracche è stata storicamente la loro eliminazione a seguito dell’intervento edilizio pubblico, quella economica, di stampo prettamente liberista, ha prodotto una buona dose di tolleranza nei  confronti di queste grandi riserve di manodopera disponibile ad essere sottopagata pur di lavorare. E’ ciò che si riscontra nel pensiero dell’economista dell’Università di Harvard Edward Glaeser, convinto che il fermento della baraccopoli favorisca le capacità imprenditoriali e spinga le persone e lavorare duramente per uscire dalla povertà.  Ed è anche per confutare tesi come queste che un recente studio di alcuni economisti del MIT di Boston ha cercato di capire se gli slum sono un volano economico per poveri o una trappola dalla quale difficilmente escono più ricchi.

Lo studio evidenzia quanto il pensiero economico sia stato troppo ottimista sulla ruolo degli slum come spazio di transizione tra la povertà rurale e il benessere urbano e quanto, al contrario, essi siano dei generatori di povertà urbana dalla quale è impossibile uscire. Non avere accesso all’acqua pulita, ai sevizi igienici, a cibo adeguato e ad uno spazio abitativo sufficiente penalizza enormemente ciò che per gli economisti è la più grande ricchezza dello slum: il capitale umano. Le precarie condizioni di salute che mancanza d’igiene  e malnutrizione determinano tra coloro che abitano in baracche di fortuna generano minore capacità lavorativa e una spesa sanitaria che si somma a quella per l’abitazione. Uno degli aspetti che rendono  difficile uscire dalla vita nello slum è infatti legato all’alta percentuale di reddito che se ne va per pagare l’affitto ai proprietari dei terreno sui quali sono costruite le baracche.

Lasciare campo libero a queste forme di rendita su suoli il cui valore sta nella vicinanza alla città rappresenta uno di quegli aspetti dell’economia dello slum che piacciono agli economisti di stampo liberista, i quali immaginano che chi è in grado di farsi pagare un affitto per un pezzo di terra ed una baracca potrà anche sostenere il costo di una casa vera e propria, che lo farà uscire dallo status di povero per far posto a qualcun’altro.

La realtà è che negli slum di metropoli come Nairobi, Mumbai o Lima le persone ci vivono per decenni perché ci sono precisi interessi economici per mantenere lo status quo, conclude lo studio del MIT. Quali sono le soluzioni quindi?  Il punto di partenza è una maggiore conoscenza del fenomeno, quindi più capacità da parte dei governi di censire gli slum ed i suoi abitanti. Inoltre, partendo dalla stima di UN-Habitat di  di 450 milioni di nuove unità abitative nei prossimi 20 anni per far fronte alle situazioni emergenziali poste dagli 860 milioni di abitanti degli slum sparsi per il mondo, gli autori tratteggiano uno scenario in cui l’intervento pubblico diventa cruciale, anche se è proprio la scarsa capacità di chi governa i paesi a economia debole una delle chiavi per spiegare la coincidenza tra diffusione degli slum e permanenza della popolazione in condizione di povertà. Nulla di nuovo quindi: housing sociale sostenuto dall’investimento pubblico e da precise politiche che affrontino il problema  invece di lasciarlo gestire a chi ha convenienza che nulla cambi. Politiche che i paesi ad economia sviluppata conoscono benissimo per averne sostenuto la crescita.

Vi è un altro aspetto non direttamente preso in considerazione dallo studio ma appena accennato nelle sue conclusioni: l’interesse politico ad avere milioni di poveri manipolabili perché perennemente bisognosi di tutto. In fondo questo punto del problema, se visto dal suo lato opposto, spiegherebbe anche perché da noi, nella ricca Europa ed in particolare in Italia, il problema delle baraccopoli di rom e sinti resti sempre sullo sfondo, buono per essere rispolverato magari in chiave elettorale contro chi oserà proporre un programma di housing pubblico per risolvere il problema.

Riferimenti

Qui lo studio del MIT The Economics of Slums in the Developing World , del quale è disponibile una sintesi giornalistica pubblicata da The Economist

 

Claudio Abbado: la musica e la città

claudio-abbado-conducts-the-simon-bolivar-youth-orchestraDai concerti per lavoratori e studenti, eseguiti nelle fabbriche e nei palazzetti dello sport, alla proposta di tornare a dirigere la Scala in cambio di novanta mila alberi, distribuiti  come un “filo verde” dal centro alla periferia, la vicenda umana di Claudio Abbado ci ricorda quanto stretti siano i rapporti tra musica e città.

L’idea che negli anni ‘70 condivise con Pollini e Nono di far uscire il repertorio classico dall’atmosfera aulica del teatro e, viceversa, di portare nel teatro lirico i settori sociali che ne sono tradizionalmente esclusi, oltre al progetto, condiviso con Renzo Piano e mai realizzato, di una infrastruttura verde per Milano, le iniziative di Abbado sono indizio di quanto egli fosse consapevole dell’osmosi tra città ed  luoghi della produzione culturale.

Alla stessa consapevolezza appartiene la collaborazione con El Sistema di Antonio Abreu un programma di didattica musicale, pubblico e gratuito, che ha raggiunto trecento mila bambini delle periferie e dei quartieri poveri e degradati del Venezuela e di altri paesi. L’obiettivo del progetto è prevenire l’emarginazione, che ha come risvolto la violenza, la criminalità, il consumo di droga, attraverso lo studio della musica. Alcuni di loro riescono ad entrare nell’Orchestra Giovanile Simón Bolívar, ormai affermata a livello internazionale, che Abbado ha diretto e che ha ispirato il documentario di Cristiano Barbarossa  A Slum Synphony, di cui proponiamo qui un estratto.

Qui una testimonianza di Abbado a proposito della partecipazione  a questo straordinario progetto di coesione sociale e di contrasto del degrado urbano.

Vacanza in baracca all inclusive

141244336-e87dd22b-e2fd-4354-8944-41d7c22aeeb8Annoiati dai resort a cinque stelle in mezzo alle isole tropicali con formule all inclusive? Stanchi dei grattacieli rivestiti di marmo di Carrara degli Emirati Arabi? Tranquilli, per chi è in cerca di emozioni forti, è in arrivo l’ultima e imperdibile tendenza in tema di vacanze: un soggiorno in baracca (di lusso, ovviamente).
In Sudafrica il resort a cinque stelle “Emoya” offre una nuova opportunità ai suoi migliori clienti: una vacanza in una baracca di lamiera. Al costo di 82 dollari a notte è compresa, a differenza della versione originale della “baracca”, anche l’acqua corrente, l’elettricità, la tv e il Wi-fi.

Questo, che a prima vista può essere giudicato come uno stravagante ed eccentrico sfizio degli abbienti del nuovo millennio, se letto in parallelo a che cos’è davvero vivere in una baraccopoli, dimostra tutta la follia di questa promozione turistica.
Le baraccopoli sono chiamate in vari modi: “bidonville”, “favelas”, “slum”. Sono i quartieri più poveri e degradati delle grandi città, insediamenti improvvisati e precari, privi di acqua corrente, fognature, sistemi di trasporto e servizi sanitari. Sono fatti di alloggi in lamiera che ospitano gran parte delle persone le quali, in fuga dalla guerra o dalla povertà delle aree rurali, si riversano nelle principali città in cerca di un’occupazione e, soprattutto, di un po’ di dignità.
A Nairobi, la capitale del Kenya, ad esempio, quasi la metà della popolazione vive nelle baraccopoli (quelle vere) e rischia di essere sgomberata ogni giorno perché “abusiva”. Da tempo le associazioni che operano nel campo dei diritti umanitari denunciano come questo fenomeno sia sempre più diffuso a causa dell’inarrestabile processo di urbanizzazione che sta investendo tutto il continente africano.

Abitare in una baraccopoli vuol dire abitare in un alloggio inadeguato, privo dei principali servizi quotidiani (altro che wi-fi libero) e convivere con il terrore di essere cacciati quotidianamente.
Infatti molto spesso le baraccopoli keniane sono interessate da azioni di sgombero forzato, che, per lo più, avvengono con il consenso tacito delle autorità, e hanno l’obiettivo di soddisfare gli appetiti degli speculatori edilizi locali che intendono realizzare nuove abitazioni e centri commerciali per la nuova middle class urbana sulla pelle dei più poveri.
Nell’ottobre 2012 la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha adottato, una risoluzione che condanna gli sgomberi forzati e sollecita tutti gli stati membri della Carta africana ad “adottare le opportune misure per garantire il rispetto, la tutela e la realizzazione del diritto a un alloggio adeguato”.
Purtroppo questi appelli cadono spesso nel vuoto di fronte a governi locali che devono fronteggiare povertà estreme, epidemie e che spesso subiscono pressioni (e corruzioni) delle forze economiche interessate principalmente ai loro profitti.

Le baraccopoli rappresentano, in modo drammatico, la traduzione delle ingiustizie sociali ed economiche in forma spaziale. Sono i luoghi dell’emarginazione e dell’esclusione estrema. Spesso della violenza, della criminalità e della miseria. Tra le strade di fango va in scena, quotidianamente, la sconfitta della dignità umana.
Ed ecco quello che è la proposta del resort “Emoya”, una trovata di marketing per i ricchi del primo mondo in cerca di finte emozioni forti, un’altra sconfitta per la dignità di tutto il genere umano.

 

Riferimenti

Sudafrica, “Shanty Town”, la baraccopoli per ricchi, la Repubblica online Viaggi, 26 novembre 2013

F. Bottini, La Pantera di Mumbai, 23 novembre 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, Fame di terra, 19 novembre 2013, Millennio Urbano

F. Bottini, Lo spettacolo della povertà urbana, 2 novembre, 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, Le città invisibili degli slum, 24 ottobre 2013, Millennio Urbano