L’aria delle città e il razzismo

Anteprima

Nel 2004, in un discorso per la Lewis Mumford Lecture, Jane Jacobs individuò nella «mentalità della piantagione» il male che la società americana non si è ancora lasciato alle spalle. La Plantation Age è stata lunga e duratura, affermava, e ha prodotto la schiavitù fisica e mentale che dal mondo rurale si è trasferita nella grande industria taylorista, in cui i lavoratori potevano essere usati come ingranaggi di una macchina o come peons on a plantation . L’eredità più pesante della Plantation Age è ovviamente la situazione dei discendenti degli schiavi, prima «tenuti in soggezione attraverso la repressione operata nel mondo rurale» – scriveva Jacobs in The Economy of Cities (1969 – L’economia delle città) – e poi «assoggettati economicamente con la discriminazione attuata nelle città». Il posto degli afro-americani è stato, e per molti versi è ancora, il ghetto, lo slum in cui essi vivono «sotto il dominio assoluto dei bianchi» che possiedono le loro abitazioni degradate.  E’ l’aria della città, direbbe probabilmente Jacobs che spesso citava il celeberrimo Stadtluft macht frei, l’unico antidoto alla mentalità della piantagione così diffusa ancora oggi negli Stati Uniti d’America.

Articolo pubblicato su Doppiozero il 21 giugno 2020.

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La vittoria dell’America che odia le città


Nei giorni immediatamente successivi alla elezione di Donald Trump le mappe che visualizzavano la distribuzione del voto per stati e contee mettevano in evidenza la profonda divisione elettorale tra aree urbane, suburbane e rurali. La transizione tra le alte percentuali di voto per Clinton nelle aree centrali delle grandi citta che si ribaltano nel massiccio consenso per Trump nelle contee rurali passa attraverso la densità insediativa. Nei cinque distretti urbani di New York City, ad esempio, solo a Staten Island –  il più suburbano per caratteristiche insediative, con una densità di abitanti per chilometro quadrato che è meno di un terzo di quella media della metropoli –  ha prevalso il voto per Trump.

La popolazione americana per circa sue terzi vive in aree urbane, ma oltre la metà di essa abita gli sterminati suburbi che definiscono le Metro Areas, dove al centro c’è appunto la città vera e propria. Per Sarah Palin, già candidata alla vice presidenza e fondatrice del Tea Party, la “vera America” è rappresentata dalle piccole cittadine attorniate da vasti territori rurali. L’avversione per le città e per la pianificazione urbanistica, che ad esempio emergeva dalla piattaforma elettorale del Partito Repubblicano nel 2012 , riguarda lo stile di vita americano –  basato sulla proprietà privata della terra, sulla casa unifamiliare, sull’auto e sulla mobilità individuale – messo in discussione dalla regolazione dell’uso del suolo di cui le città hanno più bisogno. Secondo questa visione gli investimenti pubblici nelle infrastrutture urbane sono un attacco diretto all’individualismo tipico dell’American Way of Life.

Tuttavia la visione negativa delle grandi città negli USA ha una storia bipartisan: se i conservatori hanno descritto le città come focolai del vizio e del crimine, con un livello eccessivo di diversità etnico-culturale e di regolamentazione governativa, molti liberals si sono schierati a favore dei centri di piccole dimensioni, sostenendo il decentramento della popolazione urbana in insediamenti in cui le persone avrebbero potuto formare ciò che era visto come una forma più autentica di comunità. Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, attraverso la sua agenzia Resettlement Administration, ha promosso la realizzazione di insediamenti decentrati – sul modello delle comunità cooperative autosufficienti ispirato alle Garden City britanniche – che avevano l’obiettivo di far fronte alla carenza di alloggi popolari nei grandi centri urbani e di impiegare la mano d’opera disoccupata per la loro realizzazione. Le tre Greenbelt community effettivamente realizzate nelle aree metropolitane di Washington D.C. (Greenbelt), Cincinnati (Greenhills) e Milwaukee (Greendale), pur realizzate da una agenzia governativa, hanno anticipato il successivo sviluppo suburbano attuato dal settore immobiliare provato nel quale si è riversata la classe media e bianca nel secondo dopoguerra e che ha incarnato l’individualismo della casa unifamiliare e dell’auto privata.

La linea di demarcazione tra città e sobborghi ha così finito per coincidere con la questione razziale che oggi è alla base delle affermazioni di Trump contro le inner city. Quando egli afferma che le aree centrali delle metropoli americane sono un disastro il rimando alla estrema diversità etnica come problema non può non essere colto. Se qualcuno avesse dubbi in proposito provi a dare una occhiata al sito di informazione Breitbart.com, già diretto dall’attuale consigliere politico di Trump Stephen Bannon, e vi troverà numerosi articoli in cui le grandi città americane sono associate all’aumento degli omicidi, del crimine e delle rivolte razziali (Black Lives Matter).

Eppure  – afferma Steven Conn che due anni fa ha pubblicato Americans Against the City: Anti-Urbanism in the Twentieth Century (Oxford University Press) – non si può non notare che si è innescato un processo di controtendenza rispetto alla fuga dalla città degli anni 50 e 60. Al di là dell’Urban Renaissance che sta riguardando le aree centrali delle grandi città americane –  oggi molto desiderabili e sempre più inaccessibili ai redditi medio-bassi – numerosi sobborghi stanno in realtà diventando progressivamente più urbani. Costruiti in origine come antitesi alla città, questi insediamenti vogliono ora dotarsi di strade percorribili a piedi, di mezzi pubblici e di quelle funzioni che caratterizzano le città. Si tratta di un processo di riconoscimento dei vantaggi della vita urbana trai quali vi è anche la diversità sociale e etnica. Ciò spiega la loro crescente diversificazione in quanto a composizione demografica.

Sarà in grado questo processo di rimodellare, nel lungo periodo, l’attitudine dell’americano (bianco) medio verso le grandi città? Il contro esodo nelle inner city di coloro che hanno tra i 20 e i 30 anni e in maggioranza non hanno votato Trump sembra indicare che l’America urbana e multietnica, che ha in larga parte contribuito ad eleggere il primo presidente di colore, potrà in futuro essere decisiva per evitare l’esacerbarsi delle differenze basate su appartenenza etnica, censo e luogo di residenza. Con l’elezione di Trump ha vinto l’America che odia le città ma quella che invece le apprezza potrebbe forse diventare decisiva alla prossima tornata elettorale, ammesso che vivere lì non diventi un privilegio di coloro che riescono a far fronte a valori immobiliari in forte crescita. A questo riguardo il ruolo dei sindaci – per lo più democratici nelle grandi città americane – sarà decisivo nel confronto con un governo federale marcatamente anti-urbano.

 

Riferimenti

L’immagine di copertina è di proprietà della Library of Congress Prints & Photographs. Greendale, Wisconsin, 1939.

R. Onion, A brief history of hating cities, The Boston Globe, 13 luglio 2014.

Una città a misura di razza

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Foto M. Barzi

C’è un parco urbano in riva al lago nella periferia della città.  E’ un luogo molto frequentato da diverse categorie di cittadini che vi giungono per godere degli ampi spazi a prato, dell’ombra degli alberi, della vista del lago con  il Monte Rosa sullo sfondo. Si trova di fianco al vecchio lido con la piscina scoperta, molto frequentata in estate, ed è attraversato dalla pista ciclabile che corre tutto attorno al perimetro del lago. Sotto la chioma degli alberi sono sistemati una serie di tavoli e panchine e sono numerosi coloro che vi giungono attrezzati per il pic nic. Un tempo vi erano anche le strutture per cuocere i cibi alla brace, rito di socializzazione oggi relegato ai giardini delle case unifamigliari che deve per forza chiamarsi barbecue, anche se presente nella cultura popolare di molti popoli. I fuochi nel parco, si rese conto l’amministrazione comunale  nel 2010, con tutte quelle piante potevano essere pericolosi e poi c’era il problema dei residui della cottura. Quindi via i bracieri, ma soprattutto via gli stranieri, forse le maggiori presenze nei momenti in cui nel parco aleggiavano le basse ed olezzanti nuvole di fumo di carbonella.

In città vi è un’altra area verde ad alta frequentazione multietnica che si trova nel mezzo di un quartiere popolare, nascosto alla vista da chi passa sul viale che divide in due l’insediamento di edilizia economico-popolare. Vi giocano a calcio molti ragazzi stranieri, a volte mischiati agli italiani, in squadre improvvisate o in tornei auto-organizzati. Sulle altalene un po’ arrugginite si divertono i bambini del quartiere, in maggioranza non italiani pur essendo nati in Italia. Secondo il piano regolatore l’area non è un parco pubblico, anche se di proprietà comunale, ed è edificabile. Vi erano le difficoltà finanziarie del comune, come ha sostenuto l’amministrazione della città nel 2010, alla base della scelta d’inserirla nel piano delle alienazioni, ma, secondo l’opinione dei molti residenti che, grazie ad una raccolta di firme ne hanno bloccato la vendita, è più probabile che ci fosse  la volontà di disfarsi della manutenzione di un luogo prevalentemente frequentato dagli immigrati.

Altri settori della città ad alta frequentazione di stranieri, che sono il 12% della popolazione cittadina, sono stati trasformati o sono in procinto di esserlo. Le panchine di due viali vicini ad un quartiere con il 40% di popolazione straniera sono state tolte o sostituite con sedute individuali ben distanti le une dalle altre, e tutto ciò a seguito della cosiddetta ordinanza anti-bivacco. Il grande piazzale posto tra le due stazioni ferroviarie, che ospita il terminal delle linee del trasporto extraurbano ed il mercato tre volte a settimana, diventerà il fulcro del progetto di unificazione delle stazioni ed ospiterà un edificio multifunzionale con posteggio interrato.  Non si sa dove verrà spostato  il mercato o se sarà semplicemente eliminato, ma nel frattempo si moltiplicano le dichiarazioni contro l’eccessiva presenza di ambulanti stranieri da parte di esponenti del partito che governa la città da 20 anni.

Alla fine degli anni ’80 il mercato cittadino era stato spostato nel grande piazzale tra le stazioni per far posto ad un centro commerciale con annesso posteggio interrato multipiano nella piazza che l’aveva ospitato per secoli.  Essa oggi è di fatto null’altro che la copertura del sottostante posteggio, separata dal livello della strada da una serie di fioriere ed elementi di arredo che definiscono una sorta di percorso verde per raggiungerne l’ingresso. Questo luogo un po’ appartato si è nel tempo tramutato in punto d’incontro per gruppi di stranieri, in prevalenza maschi ed africani, ed ora viene costantemente stigmatizzato come il luogo più degradato del centro cittadino. Anche in questo caso si attende l’attuazione del progetto di riqualificazione della piazza che prevede la sostituzione di una caserma dismessa da anni con il teatro nel frattempo realizzato al posto del vecchio mercato coperto, il cui spostamento genererà la valorizzazione immobiliare dell’area su cui sorge.

Nelle strategie di governo della città la presenza degli stranieri è affrontata come un problema, un elemento di disturbo e di degrado. Il partito che esprime da 20 anni il sindaco ha imposto al governo della regione modifiche alla legge urbanistica per contrastare il sorgere di luoghi di culto e di esercizi commerciali gestiti da comunità di immigrati e, contemporaneamente, le condizioni di accesso all’edilizia residenziale pubblica sono state orientate a misure di maggiore difficoltà per chi non è italiano.

I continui richiami alla qualità dell’ambiente costruito della città hanno sempre come risvolto la chiusura a qualsiasi trasformazione che ne snaturi il suo essere “a misura d’uomo”, con il centro curato come se fosse il salotto di casa, l’area pedonale per lo shopping di lusso ed i quartieri residenziali “immersi nel verde”. Tutto molto diverso e culturalmente distante dalla metropoli che dista solo poche decine di chilometri, evocata quando il fatto di cronaca nera sbatte lo straniero in prima pagina per poi aggiungere che “da noi” queste cose non succedono.

Il fenomeno, tuttavia, non è nuovo. Era iniziato con il boom economico, più di mezzo secolo fa, quando la città aveva preso ad essere luogo di elezione per decine di migliaia emigrati dal Sud d’Italia in cerca di lavoro nelle fabbriche del Nord. La conseguenza fu una grande trasformazione sociale e demografica mal sopportata da coloro che volevano preservare la città dalle turbolenze dello sviluppo economico. I suoi amministratori puntarono tutto sul marchio “città giardino” per attirare chi scappava dalla vicina metropoli sovraffollata, inquinata e violenta. Il modello residenziale proposto, in alternativa alla densità volumetrica e demografica della grande città, era la casa unifamigliare ed una buona dotazione di servizi, tutti facilmente accessibili in pochi minuti di tragitto in auto. E soprattutto c’era una limitata commistione con chi veniva “da fuori”, al massimo concentrati nei quartieri di edilizia popolare o nei nuclei storici abbandonati dagli “autoctoni” che, nel frattempo, si erano costruiti la casetta con giardino.

Su questo terreno culturale, dove ciò che è locale è oggetto di culto ed i valori da difendere sono quelli della  “nostra gente” , si è propagato il consenso al partito che ha preso il posto della vecchia classe politica, cancellata dalle inchieste sulla corruzione di inizio anni ’90.  Senza mai evocarla in questi decenni si è radicata l’idea che esista una “razza” che abita da sempre questa terra e discende direttamente dalle tribù che nel neolitico s’insediarono sulle sponde dei numerosi laghi di questa regione subalpina, lasciando tracce oggi conservate nel museo civico. Agli abitanti della città  è bene ricordare che il ceppo insubrico-padano è l’origine della loro comunità e  a questo scopo l’amministrazione pensò di allestire una capanna palafitticola nel parco sul lago, poi data alle fiamme, come testimonianza vivente di quella civiltà. Sembra che gli autori del gesto vandalico fossero italiani, secondo la testimonianza resa ai carabinieri da alcuni ragazzi stranieri presenti sul luogo, anche se non sapremo mai a quale razza di italiani appartenessero.