Urbanistica e disobbedienza civile

Inizialmente accusato di essere un’opera dilettantesca, basata sul sentimentalismo e le preoccupazioni della casalinga che osservava la città dalla finestra di casa o mentre va a fare la spesa o al parco con i figli[1], a Vita e morte delle grandi città è stato attribuito il merito di aver segnato il termine della stagione dell’urban renewal. Ma Jane Jacobs, al contrario, pensava che i programmi di riqualificazione urbana e di demolizione del patrimonio edilizio degradato si fossero arresi ai loro stessi fallimenti e insuccessi, dopo aver continuato con le loro stravaganti indecenze per molti anni[2]. Resta tuttavia il fatto che questo libro è stato d’aiuto a quei cittadini che, come lei, si opponevano all’urbanistica trainata dai soldi pubblici e dagli interessi di costruttori e operatori immobiliari[3]. Scrivendolo Jacobs aveva dichiarato la sua indisponibilità all’osservazione passiva dell’annientamento inflitto alle città dai progetti che le stavano trasformando – insieme alle campagne circostanti  – «in un’unica distesa monotona e sterile», dove «la gente condannata dal «pollice verso» dei pianificatori viene scacciata via, espropriata e sradicata, quasi che fosse stata assoggettata da una potenza conquistatrice[4]».

Per fermare le demolizioni previste nel Greenwich Village per le operazioni di slum clearance e la costruzione di una autostrada urbana sopraelevata, Jacobs prese parte a comitati e manifestazioni con lo stesso impegno con il quale partecipò alla opposizione alla guerra del Vietnam. La sua azione su entrambi i fronti la condusse ad essere arrestata nel 1967, nel corso della storica marcia dal National Mall di Washington D.C. al Pentagono e, nel 1968, a seguito all’interruzione della audizione pubblica del progetto della Lower Manhattan Expressway che avrebbe dovuto attraversare la parte meridionale di Manhattan. Sempre in quell’anno Jacobs aveva aderito all’iniziativa Writers and Editors War Tax Protest, contro la percentuale di tasse sul reddito destinata alla guerra del Vietnam, che si ispirava a Henry David Thoreau[5].

Nel suo saggio del 1849 On the Duty of Civil Disobedience Thoreau si chiedeva: «Deve forse il cittadino – anche se per un momento o in minima parte – affidare la propria coscienza al legislatore? E allora perché ogni uomo è dotato di una coscienza? (…) Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto»[6]. L’obbedienza alla propria coscienza attraverso la disobbedienza ad un governo che si macchia di crimini ha dato inizio a quel «fenomeno prettamente americano» sul quale Hannah Arendt ha scritto nel 1970[7],  durante la stagione delle numerose manifestazioni contro l’invio di truppe in Vietnam che negli Stati Uniti.

In alcuni scritti di Jacobs la sua propensione alla libertà di pensiero, premessa per la disobbedienza civile, viene definito un portato della sua educazione familiare. Nella prefazione al questionario del suo interrogatorio da parte del Loyalty Security Board nel 1952, affermava di essere stata allevata nel convincimento che non ci sia nessuna virtù nell’adattarsi passivamente all’opinione dominante del momento, e incoraggiata a credere che il conformismo semplicemente si traduca nella stagnazione di una società[8]. Nella lettera indirizzata alla madre a seguito dell’arresto del 1968 Jacobs fa implicitamente riferimento all’insegnamento familiare come matrice della sua condotta turbolenta[9].

Se l’intento di Vita e morte delle grandi città era di fornire elementi per innescare il sollevamento delle coscienze contro la violenza dell’urban renewal, se la sua analisi dell’organismo urbano fondata sull’esperienza diretta delle sue funzioni e sulla osservazione dei meccanismi che ne sostengono la vita voleva mettere in crisi la pratica urbanistica, allora la sfida di Jacobs può essere interpretata come un atto di disobbedienza civile. Su questa pratica scriveva nel 1967: un atto di disobbedienza civile è giustificato – di fatto diventa necessario – quando un individuo giunge alla seguente conclusione: il suo governo si sta comportando malignamente e stupidamente al di là dei limiti di ciò che egli percepisce come tollerabili; il dissenso, per quanto tentato con convinzione, ha dimostrato di non essere di alcuna utilità; una resistenza selettiva alla legge è preferibile alle varie più subdole o più violente alternative[10]. Opporsi ai progetti dell’urbanistica istituzionale significava quindi impedire che continuasse l’intollerabile devastazione delle città americane attuata con l’applicazione di quelle idee di rinnovamento urbano.

Rigettare i dogmi della pseudoscienza urbanistica voleva innanzi tutto dire opporsi comportamento maligno e stupido del governo federale e municipale nei confronti delle città. In questo modo, secondo l’insegnamento di Thoreau, Jacobs aveva risposto all’obbligo verso sé stessa di fare sempre e comunque ciò che riteneva giusto.

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Note

[1]Paradigmatica è a questo riguardo è la recensione di Lewis Mumford, dal significativo titolo di Mother Jacobs’ Home Remedies, in The New Yorker, dicembre 1962, pp.148-172.

[2] Jane Jacobs, introduzione alla edizione dell’ottobre 1992 della casa editrice Modern Library di The Death and Life of Great American Cities. La traduzione della frase  in corsivo è mia.

[3] Questo riconoscimento è in particolar modo tributato a Jacobs da Roberta Brandes Gratz, cfr. The Battle for Gotham, Philadelphia, Nation Books, 2010.

[4]Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969-2009, pp.4-6.

[5] Thoreau era stato arrestato in seguito al suo rifiuto di pagare le imposte ad un governo che invadeva il Messico e consentiva la schiavitù.

[6] Henry David Thoreau, On the Duty of Civil Disobedience (1849),  trad.it. di Laura Gentili, Disobbedienza civile, Milano, Feltrinelli, 2017, p.11.

[7] Hannah Arendt, Civil Disobedience, 1970-72,  trad.it. di Valentina Abaterusso, Disobbedienza civile, Milano, Chiarelettere, 2017.

[8] Jane Jacobs, No Virtue in Meek Conformity,  in Samuel Zipp, Nathan Storring (a cura di), Vital Little Plans, New York, Random House, 2016. pp. 39-45. La traduzione delle frasi in corsivo è mia. Il Loyalty Security Board era l’organo operativo del Loyalty Review Program,  istituito dal presidente Truman nel 1947 per impedire l’influenza comunista nel governo federale degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

[9] Id., Letter to Bess Robison Butzner, in Max Allen, Ideas that Matter. The Worlds of Jane Jacobs, The Ginger Press, 1997-2011.pp. 72-73.

[10] Id., On Civil Disobedience, in Samuel Zipp, Nathan Storring (a cura di), op. cit., pp. 172-174. La traduzione del brano in corsivo è mia.

L’immagine di copertina è tratta dal New York Post.