Urbanistica e disobbedienza civile

Nel 1968, l’ultimo trascorso negli Stati Uniti, il nome di Jane Jacobs era apparso tra gli aderenti all’iniziativa di disobbedienza civile Writers and Editors War Tax Protest che, nel segno di Henry David Thoreau, dichiarava l’indisponibilità dei propri firmatari al versamento della percentuale di tasse sul reddito destinata alla guerra del Vietnam. L’anno prima durante una manifestazione a Washington contro quell’intervento militare Jacobs era stata arrestata.

Nel suo saggio del 1849 On the Duty of Civil Disobedience Thoreau si chiedeva: «Deve forse il cittadino – anche se per un momento o in minima parte – affidare la propria coscienza al legislatore? E allora perché ogni uomo è dotato di una coscienza? (…) Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto».

Si tratta dell’idea che, mettendo in atto l’obbedienza alla propria coscienza attraverso la disobbedienza ad un governo che si macchia di crimini, ha dato inizio a quel «fenomeno prettamente americano» sul quale Hannah Arendt ha scritto nel 1970, durante la stagione delle numerose manifestazioni contro l’invio di truppe in Vietnam. Scriveva Jacobs in una lettera al New York Times Magazine del 1967, che un atto di disobbedienza civile si giustifica quando un individuo giunge alla conclusione che il suo governo si sta comportando malignamente e stupidamente al di là dei limiti di ciò che egli percepisce come tollerabili.

Analogamente, opporsi ai progetti dell’urbanistica sostenuta dai provvedimenti governativi significava impedire il comportamento maligno di chi governava le città americane attraverso le devastazione del rinnovamento urbano. Visto sotto questa luce Vita e morte delle grandi città può essere interpretato come un atto di disobbedienza civile, perché serviva a innescare il sollevamento delle coscienze contro la violenza dell’urban renewal. A distanza di quasi un decennio da quando aveva cominciato a prendere in considerazione l’idea che fosse giusto opporsi ai progetti che si oppongono alla città stessa, Jacobs scriveva che la disobbedienza civile afferma che fuori dai corridoi del potere ci sono uomini e donne in grado di farsi un’opinione, di avere coraggio, di dar forma a delle intenzioni, di avere il comando delle loro anime, e di agire per proprio conto.

Con il suo l’attacco all’urbanistica ortodossa, Jacobs ha agito in proprio, contro gli effetti delle decisioni prese all’interno dei corridoi del potere, essendosi prima fatta un’opinione sulla natura di quei progetti e definito autonomamente come condurre la propria azione di contrasto. In questo modo aveva risposto all’obbligo verso sé stessa di fare sempre e comunque ciò che riteneva giusto, secondo l’insegnamento di Thoreau. Per marcare il labile confine tra la manipolazione del consenso e l’autentica partecipazione nei processi decisionali Jacobs aveva interrotto nel 1968, facendosi arrestare, l’audizione pubblica del progetto di autostrada Lower Manhattan Expressway, durante la quale il diritto di una comunità a esprimere i propri punti di vista per influenzare l’azione governativa non era stato per nulla garantito.

Nel suo saggio sulla disobbedienza civile Hannah Arendt sosteneva che la crisi del sistema rappresentativo si fosse manifestata, da una parte, attraverso il logoramento delle istituzioni che avrebbero dovuto garantire l’effettiva partecipazione dei cittadini e, dall’altra, con la burocratizzazione e l’autoreferenzialità degli apparati politici. Si trattava di un rischio che Jacobs aveva messo in evidenza in un suo discorso all’università di Pittsburgh, in cui denunciava come i rappresentanti della pubblica amministrazione tentassero di fabbricare ad hoc il contributo dei cittadini al fine di far passare per partecipativi i loro piani.

Vi è un leitmotiv che attraversa il pensiero di Jacobs, al di là di Vita e morte delle grandi città, ed è la sua determinazione nel difendere, a qualsiasi costo, la libertà di pensiero e di azione che l’essere una cittadina americana le garantiva. Mel 1952, nella prefazione al questionario del suo interrogatorio da parte del Loyalty Security Board che la sospettava di attività antiamericane, l’educazione ricevuta veniva indicatala fonte della sua determinazione a non adattarsi passivamente all’opinione dominante del momento. Nella lettera indirizzata alla madre dopo l’arresto del 1968 Jacobs giustificava la propria condotta turbolenta, come una reazione al comportamento fraudolento della pubblica amministrazione, rispetto al quale era stata educata a non rimanere passiva.

Già nel 1955, in una lettera inviata al sindaco di New York e al presidente del distretto urbano di Manhattan, Jacobs aveva manifestato il proprio sconcerto di fonte all’idea di far transitare attraverso il parco di Washington Square, spaccandolo a metà, un’autostrada in trincea che costituiva il prolungamento verso sud della Fifth Avenue. Mio marito ed io siamo parte di quei cittadini che credono sinceramente in New York, dichiarava Jacobs anticipando la dedica del suo libro più famoso a quella città. Dopo aver comperato casa nel luogo più storico di Manhattan, e di averla ristrutturata a prezzo di duro lavoro (trasformandola dalla proprietà degradata che era) e aver fatto crescere i propri figli lì, Jacobs giungeva alla conclusione che fosse davvero scoraggiante fare del nostro meglio per rendere la città più abitabile e venire a sapere che la città stessa ha in mente delle strategie che la rendono inabitabile.

A distanza di tredici anni da quelle parole, per Jacobs difendere il proprio quartiere dalle demolizioni del rinnovamento urbano calato dall’alto e dalla costruzione di autostrade urbane, significava, così come manifestare contro la guerra del Vietnam, contrastare quella forma di violenza che voleva annientare la città, opporsi alla guerra scatenata da Robert Moses e propagandata dalla Ville Radieuse di Le Corbusier.

 

L’immagine di copertina è tratta dal New York Post.