Città e televisione

Tra il 1971 e il 1979, su più di settanta ettari di terreno agricolo nel comune di Segrate alle porte di Milano, Silvio Berlusconi realizzò il quartiere residenziale dal quale partì la sua avventura televisiva. Milano 2, per uno dei suoi progettisti, rappresentava «qualcosa di completamente diverso da ciò che succedeva allora a Milano città, dove c’era lo smog. Era proprio una forma di vita[1]». Secondo lo storico britannico John Foot, dal cui “Milano dopo il miracolo” è tratto il brano che segue, «Berlusconi ricreò la città e reinventò la televisione sulla base di un progetto ideologico ed economico che interveniva all’interno delle sfere sociali, virtuali e spaziali[2]». Un “diverso stile di vita”, immaginato da un tale – notava con acume Camilla Cederna nel 1977 –  il cui nome «sarebbe piaciuto molto a Carlo Emilio Gadda» e il cui sogno era di «esser ricercato in tutto il mondo per fare città[3]». Era il “sogno americano” incarnato, secondo John Foot, nella “milanesità” di Berlusconi, venduto a colpi di paginate pubblicitarie sul Corriere della Sera, con slogan come una “casa di campagna in città” o “ una casa a Milano senza lo smog e gli ingorghi di Milano” che richiamano il contesto suburbano nel quale andava in scena l’”American Dream” nella vita reale e in quella delle produzioni televisive.(M.B.)

La televisione privata, Milano 2 e l’ascesa di Berlusconi

di John Foot

L’intero progetto era stato pensato in modo da racchiudere gli abitanti in un’atmosfera che richiamasse spazi e campagna. Milano 2 era quindi un vero e proprio stile di vita uno status simbolo, e non una semplice soluzione abitativa. Berlusconi si assicurò che i residenti fossero isolati dagli aspetti sgradevoli della vita cittadina: traffico, criminalità, immigrati, operai, e la città stessa.

Milano 2 fu creata con una serie di caratteristiche architettoniche innovata pensata per giovani coppie e famiglie benestanti. Gli edifici non erano né troppo alti, né destinati a singole famiglie. Ogni edificio era circondato da una zona verde che restava verde tutto l’anno grazie alla messa a dimora di incongrui alberi sempreverdi di montagna) con un laghetto centrale.

Per mezzo di una serie di ponti, furono progettate strade differenziate per biciclette, pedoni e automobili, le quali viaggiavano al di sotto del “livello stradale”. Gli edifici stessi vennero costruiti con mattoni di un rassicurante color marrone per differenziarli dall’ultramoderno cemento bianco, associato al fallimento di alcuni progetti edilizi nella zona di Milano. Il quartiere era separato in modo netto dal resto della città, delimitato da muri, ponti e strade. Le casa erano orientate verso l’interno, verso Milano 2, e raramente all’esterno, verso Milano, o la vicina Segrate. Un efficiente sistema di portinerie e vigilanza notturna completava il quadro della sicurezza.

“Ero convinto”, ebbe a dire Berlusconi, “che Milano 2 avrebbe attratto abitanti prima ancora che per l’accuratezza delle finiture o per le felici soluzioni date agli appartenenti  per il fatto che soddisfaceva il desiderio di un diverso stile di vita”. Oltre a questi aspetti, Berlusconi fece in modo che il quartiere fosse provvisto di tutti i servizi necessari: alberghi, negozi, garage sotterranei, circoli sportivi, scuola, una chiesa, una piscina, parchi gioco, un centro convegni e un residence per uomini d’affari.(…)

Uno dei servizi inclusi nell’acquisto di una casa a Milano 2 era il collegamento di una televisione privata via cavo. Da principio si trattò di una decisione di ordine estetico, volta ad evitare il “pugno nell’occhio” causato dalla vista delle decine di antenne individuali. Al tempo della costruzione del quartiere, la televisione privata in Italia non esisteva ancora, ma non molto tempo dopo questa emittente locale avrebbe costituito la rampa di lancio per l’ingresso esplosivo di Berlusconi nel mercato televisivo. Aiutato da influenti amici in po­litica, specialmente a Milano (Craxi tra i primi), e nei media, nel 1974 Berlusconi cominciò a organizzare la prima emittente privata della città: TeleMilano (che all’inizio era disponibile solo per i residenti di Milano 2). Dopo una partenza fiacca (all’inizio il canale veniva diretto da un piccolo negozio), l’impulso alla crescita fu dato da un’inaspettata decisione della Corte Costituzionale nel 1976: la televisione privata era legale purché rimanesse nell’ambito locale. In assenza di una legislazio­ne adeguata in proposito, fiorirono emittenti in tutta Italia e Berlusconi iniziò a costruire il suo impero mediatico.

Note

[1] Enrico Hoffer intervistato da Riccardo Giacconi in La città dei numeri uno. Immagini da Milano 2, in Le Parole e le Cose, 6 settembre 2017.

[2] John Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 118.

[3] Camilla Cederna, Un faccino tondo e un nasetto da bambola, in L’Espresso, aprile 1977.

Liberi di galleggiare

Il ruolo che i fiumi hanno avuto nella storia delle città è, a cominciare dalla loro fondazione, incommensurabilmente vasto. Per limitarci ad un epoca vicina alla nostra, quando i trasporti internazionali iniziarono e la produzione industriale cominciò a modificare il corpo delle città, i fiumi sono stati sia infrastruttura per la logistica che sistema di smaltimento delle acque reflue. Il caso del Tamigi è emblematico: da un lato “cuore di tenebra” dell’economia mercantile e dall’altro fogna a cielo aperto, che nell’estate del 1858 aveva reso impossibile l’attività del parlamento britannico per la terribile puzza emanata.

Ora l’acqua del più vasto spazio pubblico di Londra è tornata ad essere abbastanza pulita da consentire la balneabilità, almeno in alcuni lidi dove si può nuotare in sicurezza, e lo stesso sta accadendo per i fiumi di molte città europee.

A Basilea, dove l’industria chimica ha costituito per decenni un grave problema ambientale a cominciare dalla qualità delle acque del fiume che l’attraversa, il Reno da qualche anno è diventato teatro, durante i mesi estivi, della pratica collettiva del trasporto di persone che, da un approdo all’altro, si spostano tramite la propulsione della corrente. Lo spettacolo di decine e decine di teste che punteggiano il lato del fiume dove non transita la navigazione a motore è una peculiarità anche di altre città svizzere, come Berna e Zurigo, dove moltissimi cittadini mettono i loro abiti ed effetti personali dentro una borsa impermeabile e galleggiano su  di essa mentre la corrente li trasporta da un punto all’altro della città.

Questa particolare modalità di trasporto in ambito urbano sfrutta lo spazio pubblico e il concetto di condivisione in modo opposto a quello su cui si basano i veicoli, motorizzati e non, che si possono prendere e lasciare dove si vuole, tramite l’iscrizione di un servizio e l’utilizzo di una app. Anche considerando lo spostarsi da un punto all’altro della città grazie alla corrente fluviale solo un divertente passatempo, ciò che emerge da questa attività condivisa è l’idea che il mezzo con la quale viene svolta – la corrente fluviale – non possa essere nella disponibilità di chi vi partecipa. Nel primo caso l’utilizzatore deve adeguarsi a ciò che il mezzo consente di fare, mentre nel secondo è l’utilizzatore che piega  – in qualche caso anche fisicamente – il mezzo alle proprie finalità. È proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare la maggiore criticità dei servizi di condivisione di veicoli che non siano vincolati da postazioni di partenza/arrivo. Il fatto di essere sempre disponibili e ovunque, con l’unica limitazione rappresentata dall’ambito amministrativo in cui il servizio viene esercitato, fa sì che lo spazio pubblico su cui si esercita finisca per essere dilatato teoricamente all’infinito, perché nelle infinite finalità degli utilizzatori non è stato posto alcun concetto di limite che non sia quello rappresentato dal tempo di utilizzo e dal relativo costo. Le biciclette Mobike e Ofo, o il monopattino elettrico Bird, sono talmente free floating da finire ovunque, trasportati dalla corrente delle intenzioni più o meno lecite dei propri utilizzatori (anche il car sharing è nella stragrande maggioranza dei casi free floating, ma la combinazione targa del mezzo e patente del guidatore pone tutte le limitazioni previste dal codice della strada). Per contrastare il fenomeno, le due compagnie cinesi di bike sharing hanno recentemente introdotto per gli utilizzatori di Milano un sovraprezzo al servizio per chi lascia le biciclette in quartieri dove, secondo i dati rilevati, è più alta la possibilità che esse vengano vandalizzate. Una sorta di tassa sulle periferie, che spesso diventano la destinazione finale e definitiva della libera fluttuazione delle biciclette indipendentemente da dove esse hanno cominciato a fluttuare.  E’ evidentemente una misura di contrasto che finisce per annullare il concetto stesso sul quale si basa il servizio, che deve la propria pervasività sulla inesistenza di barriere fisiche (gli stalli) e geografiche (la loro ubicazione), cioè il vero limite del bike sharing nella sua versione iniziale.

Si tratta di una disposizione che  implicitamente dichiara l’impossibilità della libera fluttuazione dei mezzi di trasporto se l’ambito in cui operano – lo spazio pubblico – presenta per sua natura vincoli nella dimensione fisica e nelle condizioni di utilizzo.  Le persone che si spostano galleggiando nella corrente di un fiume dimostrano che l’unico modo a disposizione di un essere umano per spostarsi senza vincoli, da e verso uno qualsiasi dei punti dello spazio pubblico, è muovendosi sulle proprie gambe sostenuti dai propri piedi. Per il resto si è liberi di galleggiare, ma (da e) fino a un certo punto.

Più filosofi, meno architetti

I numeri di «uno dei più grandi progetti di ricucitura e valorizzazione territoriale in Italia e in Europa» sono i seguenti: «oltre 675mila m² di verde, 97 milioni di euro per la Circle Line, 32% delle volumetrie per funzioni non residenziali, 3.400 alloggi per le fasce sociali più deboli». La Milano del futuro prenderà forma sui 1.250mila m² di aree di trasformazione poste nei sette scali ferroviari dismessi oggetto dell’Accordo di Programma tra Comune di Milano, Regione Lombardia, Ferrovie dello Stato Italiane con Rete Ferroviaria Italiana e FS Sistemi Urbani, e Savills Investment Management Sgr[1].. Ça va sans dire, sarà una città migliore, più verde, più smart e via aggettivando.

Alcuni possibili scenari relativi alla trasformazione dei sette scali sono stati presentati alla cittadinanza qualche tempo fa sui binari della stazione di Porta Genova, che è uno dei sette scali oggetto dell’Accordo di Programma. Nelle visioni architettoniche dei cinque studi di architettura incaricati di immaginare le nuove edificazioni, come sempre accade con i progetti che trasformano ampi settori urbani, veniva raffigurata una città ideale, dove ci sono persone che passeggiano nel verde, madri e bambini che percorrono strade sicure e naturalmente tante biciclette al posto delle auto. Mancava però la città per come è oggi, più che la sua dimensione amministrativa – pur in versione allargata all’ente locale di recente istituzione – la regone metropolitana da 7 milioni di abitanti emersa dal Rapporto OCSE del 2006. Su come essa potrebbe cambiare grazie alla riqualificazione degli scali nulla ci è stato fatto sapere (se non per la lodevole eccezione costituita dal progetto Fiume Verde di Stefano Boeri e associati). Eppure non si tratta di questione da poco perché quelle aree ora occupate dai binari sono strategiche soprattutto perché senza di esse non è pensabile un sistema di mobilità a scala metropolitana che abbia come obiettivo prioritario l’abbattimento dell’utilizzo dell’auto privata, cioè una delle fonti degli inquinanti che ammorbano l’aria regione metropolitana. Se Milano (in senso lato) ha bisogno della tanto auspicata (e banalizzata) “cura del ferro” è dai binari che si dovrebbe cominciare a ragionare di come potrebbe essere la città del futuro, non dagli edifici.

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Il progetto Fiume Verde di Stefano Boeri e associati

In Downtown Is for People[2], un saggio del lontano 1958 nel quale Jane Jacobs affrontò alcuni dei temi poi sviluppati nel suo celeberrimo Vita e morte delle grandi città, ciò che si poteva vedere sui binari di Porta Genova viene così descritto: «Si tratta di una maniera indiretta di avere a che fare con la realtà, che è, purtroppo, sintomatica di una filosofia progettuale ora preponderante: gli edifici vengono messi davanti a tutto, essendo l’obiettivo di ricostruire la città quello di aderire ad un concetto astratto di ciò che, secondo logica, dovrebbe essere. Ma a chi appartiene questa logica? La logica dei progetti e quella dei bambini egocentrici, i quali, giocando con i loro graziosi cubetti gridano “Guarda cos’ho fatto!”- un punto di vista assai coltivato nelle nostre scuole di architettura e progettazione. E i cittadini che dovrebbero avere più informazioni sono tanto affascinati dal semplice processo della ricostruzione, da essere i risultati finali secondari ai loro occhi». Jacobs (autrice purtroppo più citata che letta) pone una domanda sulla quale è bene riflettere se la posta in gioco è una così importante trasformazione urbana come quella del recupero dei sette scali ferroviari: con quale logica progettuale si intende procedere a trasformare la città e a chi appartiene questa logica? La sua risposta è chiara: «non c’è alcuna logica che possa essere imposta dall’alto alla città, è la gente a generarla, ed è ad essa, non agli edifici, che dobbiamo adattare i nostri piani» e c’è un solo modo per stabilire come trasformare la città perché funzioni per i suoi abitanti: l’osservazione dello stato di cose presente.

Come afferma Jacobs, «non c’è bisogno di essere un urbanista o un architetto, o di arrogarsi le loro funzioni, per porre le domande giuste» ed è il caso di farsi qualche domanda su come cambierà la città reale in seguito al recupero degli scali. Soprattutto sarà bene girarla agli attori da cui dipendono le trasformazioni future, anche se il processo che ha condotto alla sottoscrizione dell’Accordo di Programma da parte dei soggetti attuatori sembra essere un meccanismo destinato a funzionare secondo logiche proprie, indipendenti dal dibattito politico e dall’opinione pubblica.

In Vita Activa. La condizione umana Hannah Arendt scriveva che l’architetto e il legislatore appartengono alla stessa categoria perché definiscono lo spazio e la legge, ovvero il dominio pubblico e la struttura della polis, ma queste «entità tangibili» non definiscono la polis in sé e «nemmeno il contenuto della politica», azioni che invece spettano ai cittadini. In quel lontano 1958 Jane Jacobs e Hannah Arendt ci hanno detto, da diverse angolature che la città (la polis) è costituita da coloro che abitano lo spazio definito dai suoi manufatti e retto dalle sue leggi, ma ciò che succede a Milano nel 2017 ci restituisce un’immagine capovolta, in cui sembra che lo strumento legislativo, rappresentato dall’Accordo di Programma, e suoi effetti spaziali, cioè i progetti architettonici (indipendentemente dalla effettiva realizzazione di ciò che finora è stato prodotto), siano in grado di definire in sé come essa sarà la città del futuro. Se la logica progettuale, secondo Jane Jacobs ma anche secondo il buon senso, è che prima vengono i cittadini, i loro bisogni e le loro aspettative, e poi le quantità edilizie e le funzioni insediabili, allora è l’approccio fin qui seguito (a Milano e non solo) che deve essere capovolto. Un capovolgimento che forse ha più bisogno di filosofi che di architetti per essere attuato.

Note

[1] Cfr.Comunicato dell’ufficio stampa del Comune di Milano, del 22/06/2017, h 16.36.

[2] I brani qui riportati sono stati tradotti da Michela Barzi.

 

L’immagine di copertina è tratta dal sito Scali Milano.