La città è un male necessario?

Tucidide ne La guerra del Peloponneso scriveva a proposito della peste che nel 430 a.C. aveva decimato la popolazione di Atene e decretato il declino della città: «Dentro le mura cadevano le vittime del contagio; fuori, le campagne subivano la devastazione nemica. Venne naturalmente alla luce, mentre il morbo incrudeliva, la memoria di quell’oracolo che, a detta dei più anziani, risaliva a tempi molto antichi: “Verrà la guerra Dorica e pestilenza con essa”».

Guerra, carestia, e pestilenze sono tre fattori che storicamente si fondono ma senza la città il contagio della fame e della malattia non avrebbe potuto esplodere. Nel racconto di Tucidide la relazione che esiste tra questi elementi è chiara, come lo è che la città il crogiolo in cui si fondono. La popolazione concentrata nello spazio urbano innesca gli effetti esplosivi grazie al contributo decisivo della povertà.

Alessandro Manzoni ha descritto efficacemente ne I promessi sposi il concatenarsi degli eventi che hanno condotto alla pestilenza di Milano del 1630. Egli si affidò per le descrizioni della pestilenza del 1630 alle notizie contenute nel Ragguaglio del medico Alessandro Tadino (1648), il quale raccontò gli sconvolgimenti provocati dalla pestilenza con lo sguardo del tutore della salute pubblica. La sua visione costituisce una sorta di anticipazione di ciò che successivamente avvenne in modo sistematico. A partire dalla fine del XVIII secolo rilevamenti topografici e indagini mediche individuarono nel sovraffollamento e nella mancanza d’igiene, tipici dell’ambiente urbano, le cause della latenza del contagio. I poveri, debilitati da un’alimentazione insufficiente e dalle malsane condizioni abitative, erano il perenne focolaio delle malattie. Da questa constatazione cominciò a profilarsi il concetto di salute pubblica che nel XIX produrrà norme e interventi sul corpo malato della città. Cimiteri, carceri, ospedali, mattatoi, ovvero i luoghi di massima concentrazione di reflui e rifiuti, furono individuati come possibili inneschi delle infezioni, ancora attribuite ai miasmi che essi potevano generare.

Il controllo dei meccanismi di diffusione del contagio ebbe prima di tutto un carattere militare. Alla fine del XVII secolo in Francia vennero redatti regolamenti contenenti prescrizioni da prendere nel caso la peste si fosse manifestata nelle città. Lo spazio urbano andava rigorosamente suddiviso in settori posti sotto il potere di un sovraintendente e pattugliato da guardie. Le persone avevano l’obbligo della quarantena da trascorrere in casa e doveva essere interrotto ogni scambio con il territorio agricolo, per evitare che il contagio trovasse ulteriori veicoli nella popolazione rurale.

Le malattie infettive sono, d’altra parte, un dono dell’agricoltura e della vicinanza con gli animali che le pratiche agronomiche e zootecniche hanno inevitabilmente comportato. Se, da un lato, è vero che, a causa della più elevata densità demografica, le epidemie hanno trovato nelle città un ambito di maggiore propagazione rispetto alla campagna, non bisogna dimenticare che è il mondo rurale l’ambito in cui esse si innescarono. I villaggi rurali, rispetto agli accampamenti dei cacciatori-raccoglitori, fornirono alle malattie il terreno fertile di una densità di popolazione dalle dieci alle cento volte superiore.

Malattie ed ambiente urbano sono quindi parte di una lunga storia che cominciò quando ancora la città non aveva fatto la sua apparizione sulla faccia della terra. La condizione stanziale, la concentrazione di individui, la contaminazione ambientale sono stati il terreno fertile per virus e batteri. Le epidemie hanno da sempre trovato nelle città, in quanto spazio fisico organizzato per le funzioni sociali, un ambito di migliore propagazione rispetto alla campagna, anche se è stato per lungo tempo il mondo rurale – il punto di contatto tra insediamenti umani ed ecosistemi naturali – il luogo in cui esse si sono innescate.

Gli effetti delle periodiche ondate epidemiche hanno implicato importanti trasformazioni della forma urbis: dai lazzaretti dove confinare gli appestati, ai grandi lavori per la costruzione di infrastrutture, come fognature ed acquedotti per il controllo del colera, ai regolamenti d’igiene, al contrasto della tubercolosi applicata alla costruzione degli alloggi. Ma la città non è solo terreno fertile per le malattie contagiose: come matrice della civiltà essa è il luogo dal quale sono scaturiti il sapere e il pensiero scientifico che hanno consentito agli esseri umani di tenere sotto controllo l’effetto devastante degli agenti patogeni. Non è un caso se, con il progredire della storia, gli abitanti della terra siano diventati sempre più urbane: attualmente oltre la metà di loro vive in una delle variegate forme insediative genericamente riconducibili alla città. Essa, con tutti i rischi sanitari che ancora oggi porta con sé – ne sono stata testimonianza in anni recenti gli effetti sui grandi agglomerati urbani del sud del mondo dell’influenza aviaria, di Ebola e persino della ricomparsa della peste- è stata quindi un male necessario, un tassello fondamentale del processo evolutivo della specie umana. Oggi il modo in cui il male città colpisce i suoi abitanti è rappresentato dalle cattive condizioni ambientali, non più (o non solo) dal contagio. La consapevolezza del rischio sanitario è stata introiettata nella condizione urbana da quando essa aveva confini precisi – un dentro e un fuori segnato dalle mura – fino alla sua dispersione sul territorio, alla mutazione morfologica e funzionale dell’urban sprawl.

Il lungo rapporto tra città e malattie ha alla fine consentito la nascita di ambiti disciplinari specializzati nell’indagine, nella diagnosi e nell’individuazione della terapia. Dall’insieme delle conoscenze e delle tecniche finalizzate alla cura della città scaturì la disciplina che chiamiamo urbanistica. Il bagaglio strumentale teorico-tecnico di quel campo disciplinare, che inizialmente fu definito con l’espressione ingegneria sanitaria, ebbe modo di formarsi all’interno di un ambito di sperimentazione interdisciplinare in cui medici e ingegneri curavano il grande corpo malato della città. L’urbanistica moderna nacque dalle istanze che fecero della salute pubblica una competenza dei piani per regolare la crescita e le trasformazioni urbane. Dalle preoccupazioni di ordine sanitario nacque la consapevolezza che anche dalla forma urbis dipende la salute degli abitanti della città. L’attenta analisi delle caratteristiche fisiche degli insediamenti umani e delle condizioni della popolazione, che diventerà cruciale nella formazione di un’idea di igiene pubblica, sarà la matrice dell’urbanistica.

Riferimenti

L’immagine di copertina rappresenta il quadro di Nicolas Poussin La peste di Azoth.

Healthy New Towns: quando pianificazione significa prevenzione

E’ possibile che urbanisti e medici collaborino per progettare insediamenti che abbiano il preciso scopo di prevenire alcuni dei maggiori problemi che affliggono una parte crescente  della popolazione urbana, come l’obesità, le malattie legate alla carenza di attività fisica, i disturbi mentali e dell’invecchiamento?

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Immagime The Guardian

Il National Health Service (NHS),  ovvero il sistema sanitario nazionale britannico, ha deciso che una delle priorità della propria azione è combattere lo spazio costruito obesogenico, in cui muoversi ed interagire con i propri simili diventa molto difficile ed invecchiare un’impresa ardua. Il NHS ha così recentemente resa pubblica la propria intenzione di promuovere la costruzione di  dieci insediamenti residenziali denominati Healthy New Towns che hanno l’obiettivo di incoraggiare le persone a fare più esercizio fisico, a  mangiare meglio e a vivere in modo indipendente anche in età avanzata. L’idea è che i bambini abbiano luoghi in cui possano giocare con gli amici e andare  tranquillamente a piedi o in bicicletta a scuola, che gli anziani possano risiedere in quartieri e case che consentano loro di continuare a vivere il più a lungo possibile in modo indipendente, che i luoghi di lavoro, le scuole e le strutture ricreative incoraggino l’attività fisica, l’alimentazione sana e la salute mentale. In questi nuovi insediamenti, che ospiteranno oltre 76.000 case per circa 170.000 residenti, saranno banditi i fast food, sarà facilitato l’accesso ai trasporti pubblici e alle reti ciclabili e saranno resi più sicuri i percorsi pedonali anche per le persone affette da demenza senile.

Il professor Kevin Fenton, direttore nazionale del dipartimento della salute del governo britannico, ha recentemente affermato che alcuni dei più pressanti problemi di salute pubblica del Regno Unito – come l’obesità, i problemi di salute mentale, l’inattività fisica e le esigenze di una popolazione che invecchia – possono avere un diretto rapporto con la qualità dell’ambiente costruito e che una corretta progettazione degli spazi dove vivono le persone è fondamentale per farle stare in buona salute. «Questo innovativo programma –  ha aggiunto il professore Fenton – informerà il nostro pensiero e la pianificazione di ambienti di tutti i giorni per migliorare la salute per le generazioni a venire».

 

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I dieci insediamenti pilota. Immagine Financial Times

Notevole è il valore economico di questa iniziativa di prevenzione sanitaria: soltanto l’inattività fisica – si stima che un quarto degli adulti britannici a piedi per meno di nove minuti al giorno – è responsabile di una morte su sei nel Regno Unito, con un impatto complessivo di  7,4 miliardi di sterline sul sistema sanitario nazionale.

Il programma quinquennale di NHS individua nelle Healthy New Towns  una occasione ridisegnare complessivamente i servizi sanitari e di assistenza locali, i quali possono ora adottare un approccio innovativo per migliorare la salute della comunità a cui si rivolgono. Grazie ad esso il NHS ha raccolto le manifestazioni d’interesse di soggetti che, in quanto attori della pianificazione a livello locale, sono interessati alla costruzione dei dieci insediamenti pilota.

I dieci siti dimostrativi individuati dal programma Healthy New Towns riguardano sia il recupero di aree dismesse, dove verranno realizzati un terzo degli alloggi complessivamente previsti, che l’inserimento di insediamenti in ambiti di espansione urbana già previsti o da prevedere. Da questo punto di vista resta da valutare se l’iniziativa di NHS non rischi di aggravare in parte il problema della dispersione insediativa che è appunto alla base delle emergenze sanitarie che essa intende affrontare. I risultati, da questo punto di vista, sono tutti da valutare.

Riferimenti

Qui il documento del NHS THE FORWARD VIEW INTO ACTION: Registering interest to join the healthy new towns programme.

L’immagine di copertina è tratta da The Guardian.

Se le donne si ammalano di sviluppo urbano

I grandi complessi di edilizia popolare ad alta concentrazione di volumi e di abitanti e le espansioni suburbane a bassa densità edilizia e demografica sono state due risposte diverse ai processi di crescita delle città che si confrontavano con due differenti strategie del controllo della densità.  Esso è stato uno dei cardini dell’urbanistica moderna ed ha avuto ricadute pratiche molto significative sulla forma urbana e concreti risvolti legislativi. La specializzazione funzionale della città razionalista, secondo i cui principi sono stati progettati numerosissimi quartieri residenziali collocati proprio per ragioni sanitarie in ambiti dedicati e separati da altre funzioni come quelle produttive, discende appunto dal bisogno di controllare la densità innescato dalle grandi trasformazioni urbane tra XIX e XX secolo, quando le condizioni di affollamento in cui vivevano gli abitanti delle città li esponevano al rischio di malattie come il colera o la tubercolosi.

Le nuove patologie urbane sono però molto diverse da quelle della città otto-novecentesca: da una parte hanno a che fare con il disagio sociale della popolazione a minor reddito legato concentrata in settori delimitati e, dall’altra, con la dispersione delle funzioni urbane su di un territorio dai contorni poco definiti  –  non più campagna ma nemmeno città – che costringe i suoi abitanti a continui spostamenti motorizzati.  Le conseguenze di tipo sanitario che ne discendono non riguardano la diffusione di virus o batteri in ambiti urbani particolarmente affollati ma i comportamenti e gli stili di vita che si sviluppano in quei settori della città dove manca quel adeguato mix funzionale fatto di attività commerciali, servizi, impianti sportivi, attrezzature culturali e verde pubblico.

Uno degli indicatori epidemiologici di questi aspetti della città contemporanea è l’obesità, ormai considerata una vera e propria patologia perché in grado di indurre diverse malattie. A determinarla è una combinazione di cattive abitudini alimentari e assenza di esercizio fisico, che spesso trova in un ambiente caratterizzato dall’insufficiente presenza di strutture di vendita di cibo fresco e di spazi dove esercitare attività motoria le condizione più favorevoli alla sua diffusione. Gli abitanti dei quartieri periferici delle aree suburbane hanno meno occasione di camminare perché, a differenza di quelli degli ambiti centrali delle città, difficilmente possono tranquillamente percorrere a piedi le distanze necessarie per fare acquisti, andare a scuola, al parco, all’ufficio postale o alla banca. Minori occasioni di fare movimento e maggiore dipendenza dall’auto privata per gli spostamenti quotidiani significa essere più esposti al rischio di diventare obesi, cosa che spesso coincide con l’insorgenza di patologie come il diabete o i disturbi cardiovascolari.

Sono soprattutto le donne ad essere esposte agli effetti della minore compattezza, della ridotta pedonalità e della maggiore concentrazione di disagio socioeconomico delle aree periferiche e suburbane. Uno studio pubblicato nel 2012 su Health & Place[1]  ha evidenziato come una minore probabilità di soffrire di cardiopatia coronarica in un gruppo di donne statunitensi di età compresa tra i 50 e i 79 sia correlata al fatto di abitare in ambiti urbani più densi e polifunzionali. Lo studio ha inoltre osservato una diminuzione dell’11% del rischio di sviluppare la malattia  nelle donne che si sono trasferite in ambiti urbani più densi e compatti. Analogamente, secondo una ricerca[2] pubblicata nel 2015 sulla stessa rivista, una maggiore disponibilità di parchi pubblici determina un minore indice di massa corporea in un campione di donne residenti in alcune aree urbane australiane e statunitensi.

La correlazione tra determinati ambiti urbani – segnatamente quelli suburbani che circondano le grandi città americane – e salute della popolazione femminile era già stata evidenziata nel 1963 da Betty Friedan in The Feminine Mystique[3], con particolare riferimento all’insorgere di patologie psichiatriche. La segregazione delle donne in quartieri fatti esclusivamente di case unifamiliari è il risvolto di un’idea di città a misura d’auto e di maschio adulto lavoratore che ha spinto molte donne verso l’assunzione di psicofarmaci. L’isolamento suburbano come innesco delle nevrosi è un fenomeno ormai noto, già osservato a partire dal 1975,  quando un sociologo dell’università di Bristol condusse un’indagine sulle mogli nevrotiche dei sobborghi della città inglese[4].

Le donne, che dividono con il resto della popolazione globale l’essere ormai in maggioranza urbanizzate, sono quindi i soggetti più esposti agli effetti dei processi di urbanizzazione. Solo per rimanere in un ambito territoriale a noi noto,  in Lombardia – una delle regioni italiane con il più alto tasso di suolo antropizzato –  tra il 2009 e il 2013 sono stati in maggioranza di sesso femminile i ricoverati sovrappeso ed obesi negli ospedali regionale[5]. Se, come ormai viene da più parti affermato da studi scientifici, è l’ambiente urbano ad essere “obesogenico”[6] e se sono le donne le più colpite da questa patologia bisognerà che d’ora in poi medici ed urbanisti lavorino insieme per evitare che per esse abitare la città contemporanea significhi esporsi al rischio di contrarre le nuove malattie dello sviluppo urbano.

 



[1] Griffin, B. A., et al., The relationship between urban sprawl and coronary heart disease in women, Health & Place, 2012, http://dx.doi.org/10.1016/j.healthplace.2012.11.003.

[2] Veitch, J. et al., Park availability and physical activity, TV time, and overweight and obesity among women: Findings from Australia and the United States, Health & Place, 2015, http://dx.doi.org/10.1016/j.healthplace.2015.12.004.

[3] Freidan, B. The Feminine Mystique, trad. it. La mistica della femminilità, Roma, Castelvecchi, 2012.

[4] Ineichen, B. Neurotic wives in a modern residential suburb: a sociological profile, Soc. Sci.& Med., Vol. 9. pp. 481-487, Pergamon Press 1975.

[5] Si tratta delle prime evidenze di un’indagine che l’autrice sta conducendo nell’ambito delle attività formative del dottorato in Medicina sperimentale e clinica e Medical Humanities che si tiene presso l’Università dell’Insubria di Varese.

[6]Tseng, M. et al., Is neighborhood obesogenity associated with body mass index in women? Application of an obesogenity index in socioeconomically disadvantaged neighborhood, Health & Place, 2014, http://dx.doi.org/10.1016/j.healthplace.2014.07.012.